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La travagliata storia della Prima Repubblica Austriaca (1918-1938)

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Autore: Felicita Ratti

Prima edizione: 01/2011

Edizione corrente: 01/2011

EAN-ISBN: 9788890387586

Pagine: 218

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo
Libro: 18,00 Euro
Versione digitale Pdf: 5,90 Euro

Collana: Storia Europea, n.1

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia europea

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Descrizione
La storia dell'Austria dalla caduta dell'Impero Austro-ungarico all'annessione da parte della Germania di Hitler - raramente trattata nella ricerca storica in lingua italiana - è qui descritta ed analizzata in una prospettiva che ne mette in luce le principali tensioni e contraddizioni sociali.

Le vicende della cosiddetta Prima Repubblica Austriaca offrono infatti interessanti spunti di riflessione sui principali temi ricorrenti nella storia della prima metà del XX secolo: rivoluzione, riformismo, nazionalismo, antisemitismo, opposizione ai grandi cambiamenti in atto negli assetti sociali, economici e politici sia a livello locale che a livello europeo ed internazionale, fino ad arrivare alla spinosa questione delle origini e dello sviluppo dei movimenti fascisti.


Indice
Introduzione

1. La fine della prima guerra mondiale. Rivoluzione e repubblica
1.1. Dall'agitazione alla rivoluzione
1.1.1. Radicalizzazione crescente
1.1.2. Lo sciopero di gennaio
1.1.3. La rivolta finale

2. La "Repubblica Democratica dell'Austria tedesca" (1918-1920)
2.1. La "morte dell'Aquila a due teste"
2.2. Partiti, correnti politiche, organizzazioni nella Prima repubblica
2.2.1. L'area socialista: il Partito socialdemocratico ed il Partito comunista alla nascita della Repubblica dell'Austria tedesca
2.2.2. L'area borghese: dalla dissoluzione dell'area liberale ai pantedeschi (tedesco-nazionali) ed ai cristiano-sociali
2.3. I primi mesi della Prima Repubblica fino allo scioglimento della grande coalizione: fra lotte nelle strade e nei palazzi

3. La via verso la crisi (1920-1930)
3.1. Dalla fine della grande coalizione alle soglie del fascismo
3.2. Antisemitismo, squadrismo "nazionale", nazionalsocialismo: la nascita delle formazioni fasciste come fenomeno di massa e di influenza politica
3.2.1. Le formazioni Heimwehr
3.2.2. Antisemitismo e competizione con altre formazioni di destra
3.2.3. Ignaz Seipel, il "reverendo senza dolcezza"
3.3. La "Vienna rossa": il movimento operaio negli anni Venti
3.4. Verso il fascismo: condizioni preliminari

4. L'era fascista
4.1. L'evoluzione dello squadrismo
4.2. Verso il regime austrofascista: crisi, rafforzamento dell'esecutivo, eliminazione del parlamento
4.3. L'affermazione dell'austrofascismo
4.4. Austrofascismo contro nazionalsocialismo
4.5. Il tentato putsch dei nazionalsocialisti
4.6. Il regime austrofascista dopo Dollfuss: Schuschnigg ed il consolidamento del regime sotto il Fronte patriottico
4.7. La fine del regime: l'Anschluss
4.8. Austrofascismo?

5. Conclusioni
5.1. Rivoluzione
5.2. Democrazia ed antisemitismo
5.3. Movimenti fascisti e regimi fascisti

Appendice A

Appendice B

Fonti

Indice dei nomi

L'autrice


Note biografiche
fototesseraratti.jpgFelicita Ratti (Modena, 1982) ha studiato "Relazioni Internazionali" (Laurea Triennale) presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna e "Analisi dei conflitti, delle ideologie e della politica nel mondo contemporaneo" (Laurea Magistrale) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Modena.

È attualmente dottoranda presso la Facoltà di Scienze della Cultura e Sociali dell'Università di Salisburgo, dove lavora a una dissertazione interdisciplinare in lingua tedesca dal titolo: "Modena e Salisburgo nella crisi del primo dopoguerra. Un confronto nella storia sociale dei capoluoghi e delle province."

È collaboratrice dell'Istituto Storico di Modena.

Ha curato, con Fabio Montella e Francesco Paolella, la pubblicazione di Una regione ospedale. La sanità in Emilia-Romagna durante la Grande Guerra (Bologna, Clueb, 2010).

Ha collaborato al "Dizionario dell'Antifascismo modenese" (Milano, Unicopli, 2010), occupandosi in particolare della ricostruzione della discussa biografia di Demos Malavasi.

La sua sfera di interesse è riconducibile alla ricerca storica e sociale interdisciplinare, principalmente negli ambiti della storia europea ed ebraica, con particolare riguardo agli anni 1914-1945.

Profilo in inglese dell'autrice consultabile su Academia.edu.


Estratto
1. La fine della prima guerra mondiale. Rivoluzione e repubblica

1.1. Dall'agitazione alla rivoluzione

1.1.1. Radicalizzazione crescente
L'Austria-Ungheria, con l'inizio del conflitto, era, di fatto, diventata una "dittatura militare": in base ai paragrafi della Costituzione che definivano la legislazione nei casi di emergenza, lo stato controllava tutto, dalle libertà degli individui all'economia, in base al "decreto legislativo sull'economia di guerra" (kriegswirtschaftliches Ermächtigungsgesetz).

I diritti individuali e le attività sindacali erano stati sospesi, vi era la censura, le fabbriche erano sotto controllo militare.

La produzione doveva essere assicurata per motivi di guerra, a scapito delle condizioni dei lavoratori.

Tutto questo seguiva uno schema comune anche ad altri stati impegnati nel conflitto.

Un atto di particolare gravità sembrò preannunciare che la "pace civica" (Burgfrieden, tregua nella lotta politica) sul fronte interno avrebbe avuto vita breve: un attentato al primo ministro conte Karl Stürgkh nell'ottobre 1916.

Non fu un anarchico povero e disperato o un nazionalista serbo a sparare, ma Friedrich Adler, figlio del segretario socialdemocratico Victor Adler, che intendeva con questo gesto protestare contro la repressione e colpire l'istituzione della monarchia, in un momento che appariva di scarse prospettive politiche.

Secondo l'analisi del direttore del museo di storia militare di Vienna lo scenario si presentava così: il 1916 vide la costituzione di una triade di polarizzazione, radicalizzazione e totalizzazione; l'uccisione di Stürgkh fu l'atto che segnalò la radicalizzazione.

Sempre secondo la stessa opera Friedrich Adler aveva pianificato l'omicidio per tre mesi e portò a termine l'azione sparando tre colpi.

Le condizioni di lavoro peggioravano, gli stipendi si abbassavano, la qualità della vita raggiungeva livelli infimi.

L'inverno di fame che vi fu fra il 1916 ed il 1917 preparò il risveglio della conflittualità sociale, non però legata soltanto ad obiettivi economici, ma con una chiara caratterizzazione politica, tanto che gli scioperanti rivolsero le loro richieste direttamente allo stato.

Si ebbe una vera e propria ondata di scioperi e proteste, in cui si avvicendarono manifestazioni per i beni di prima necessità, disordini, resistenza passiva, scioperi, fino ad arrivare ad esplosioni di rabbia contro commercianti e venditori del mercato nero.

Queste mobilitazioni furono per lo più spontanee e senza la guida della socialdemocrazia e del sindacato, verso i quali vi era ancora un diffuso discredito a causa della politica di collaborazione rispetto alla guerra.

Il 1917 senz'ombra di dubbio preparò la scossa finale.

Per la prima volta dallo scoppio della guerra si tornò a festeggiare il Primo maggio, con astensione dal lavoro.

Il governo sperò di lasciar sfogare i lavoratori, ed effettivamente il Primo maggio non portò disordini.

Qualcosa riguardo alla rivoluzione di febbraio in Russia trapelò ed arrivò alle orecchie dei lavoratori.

Si trattava di notizie censurate, riguardo alle speranze di pace e alla formazione di consigli dove i lavoratori si erano organizzati in maniera indipendente dalle istituzioni, ma sufficienti a galvanizzare il movimento pacifista.

La nuova situazione dovette essere discussa dai vertici della socialdemocrazia e del sindacato.

Emerse quindi un'opposizione di sinistra contrapposta alla direzione di Victor Adler, che con la sua generazione, quella dei fondatori del partito, i cosiddetti "austrosocialisti" aveva sancito l'adesione alla politica di "pace civica".

Questa opposizione, in cui spiccava la figura dell'arrestato Friedrich Adler, si caratterizzava per la forte presa di posizione contro la guerra.

Alla fine di ottobre del 1917 si tenne il congresso del partito.

Durante questo congresso 50 dei 283 delegati presentarono una "Dichiarazione della sinistra" scritta da Otto Bauer, da poco ritornato dalla prigionia in Russia.

Emerse quindi una forte frattura che, partendo dal tema della guerra, arrivò a toccare questioni di democrazia interna, di orientamento politico rispetto alla questione nazionale, di atteggiamento rispetto alla lotta di classe.

Poi arrivò l'ottobre russo, novembre secondo il calendario locale.

La rivoluzione portò alla classe lavoratrice austriaca speranze di "pace e pane".

Si erano già verificate delle spinte verso una radicalizzazione che dalla base dei lavoratori erano arrivate ai delegati di fabbrica ed infine ai militanti ed ai dirigenti della sinistra socialdemocratica a partire dal già citato inverno 1916/1917, ma l'"Ottobre rosso" fu una vera e propria scossa.

L'organo ufficiale del partito socialdemocratico, l'Arbeiter Zeitung pubblicò il 9 novembre un articolo dal titolo "Una rivoluzione per la pace", che sosteneva:

"Oggi si è verificato un avvenimento dal significato enorme. La dittatura del proletariato è divenuta realtà a San Pietroburgo [...] I nostri auguri più appassionati vanno oggi ai nostri fratelli russi! Che abbiano successo nella loro lotta, che hanno cominciato in maniera così ardita, così che cominci una nuova epoca nella lotta di liberazione del proletariato internazionale!

In Russia si procede verso la nostra più personale causa: soprattutto verso la causa della pace".

L'appello internazionalista dei bolscevichi con la richiesta di un'immediata fine del conflitto ebbe l'effetto di una scintilla in una polveriera.

Nel giro di un mese cominciarono addirittura a girare voci che ritenevano giusto cominciare a "parlare russo" anche con la propria classe dirigente.

Un incontro per la pace a Vienna l'11 novembre divenne un raduno di solidarietà con la rivoluzione d'ottobre.

Si radunarono fra le tremila e le quattromila persone nella Konzerthaus, riempiendo ogni ordine di posto, e nell'adiacente Eislaufplatz si trovarono altri 15.000 lavoratori.

Sugli striscioni si poteva leggere "Gebt uns den Frieden wieder, sonst legen wir die Arbeit nieder" (Ridateci la pace o incrociamo le braccia), oppure "Vogliamo la pace tramite accordo socialista".

La polizia annotò gli slogan delle masse: "Sciopero generale", "Ritorniamo" (presumibilmente "a casa dal fronte"), "Rivoluzione".

Sembra quindi che l'idea della pace abbia infiammato lavoratori e soldati austriaci, entrambi logorati dal lungo conflitto, innescando un processo di definitiva radicalizzazione, che per la classe lavoratrice era già cominciato, a causa delle difficili condizioni materiali e di vita.

All'inizio di dicembre la socialdemocrazia, vista l'eco che avevano avuto le vicende russe, ed in particolare l'offerta di pace senza conquiste né perdite avanzata dal governo dei soviet, organizzò dei raduni di massa a Vienna e in Bassa Austria il cui motto era "Democrazia e rivoluzione".

Dai rapporti dell'Arbeiter Zeitung su un presidio di lavoratrici nel quartiere Favoriten risulta come fosse forte l'entusiasmo, tanto che veniva ripetuto sempre lo slogan "Viva la rivoluzione".

Di grande interesse è anche un rapporto interno della direzione di polizia di Vienna per il ministero degli interni del 30 novembre 1917:

"Lo stato d'animo fra le maestranze è, come si evince da varie plausibili comunicazioni, molto agitato e, sebbene in parte sia dovuto alle difficoltà nel nutrirsi, in parte si debba al timore che a causa della mancanza di carbone il blocco di diverse imprese assuma dimensioni considerevoli, e con esso venga approntato anche il licenziamento di lavoratori in grosse quantità.

Nelle assemblee sindacali le voci di insoddisfazione arrivano sempre più forti alle orecchie dei delegati.

Si rimprovera ai leader sindacali che sia loro sia i partiti politici non hanno compiuto il loro dovere nei confronti delle maestranze e che queste siano state costrette a ricorrere all'auto-organizzazione.

Da parte di alcuni singoli leader sindacali si tenta di nuovo di scaricare tutte le responsabilità sul partito politico.

Il partito politico si sforza di placare l'agitazione tramite i raduni per la pace organizzati recentemente".

La socialdemocrazia non organizzò però nessun iniziativa per sostenere attivamente i soviet, ma si limitò a richiedere al governo di stipulare al più presto una pace separata con la Russia.

La richiesta fu peraltro formulata più come avvertimento, come si evince dall'Arbeiter-Zeitung:

"Le grandi speranze del popolo non devono essere deluse.

Poiché nessuno può farsi garante delle conseguenze di tale delusione".

Si intuisce come il clima si stesse realmente surriscaldando, vista la simpatia suscitata dalla rivoluzione; ciò causava timori sia nel governo, sia nelle gerarchie socialdemocratiche.

Durante le trattative per la stipulazione della pace di Brest-Litovsk, Leon Trotskij, delegato dal governo dei soviet alle trattative, si appellò ai lavoratori ed ai soldati delle Potenze centrali affinché combattessero nei propri paesi contro il militarismo.

Il governo tedesco aveva interrotto le trattative bruscamente, a differenza di quello austro-ungarico.

Ciò non significava comunque che non vi fossero perplessità in merito; al contrario, gli appelli internazionalisti di Lenin e Trotskij causarono sospetti e preoccupazioni nei delegati austro-ungarici.

In un telegramma segreto del 13 gennaio 1918 il conte Czernin scrisse al governo a Vienna:

"La tattica della delegazione russa diventa sempre più palese, e consiste nel tirare per le lunghe le trattative e suscitare nel frattempo disordini al nostro interno.

Per me è certo che i bolscevichi abbiano legami segreti coi nostri socialisti".

I legami internazionalisti, già intessuti da Lenin e Trotskij, erano stati rafforzati da una conseguenza delle vicende militari e diplomatiche: il ritorno a casa dei prigionieri dell'impero zarista.

Dall'inizio della guerra al dicembre 1917 erano stati fatti prigionieri 54.146 ufficiali e 2.057.000 sottufficiali e soldati sul fronte orientale.

Con la conclusione dell'armistizio il 15 dicembre 1917 si pose la questione del ritorno dei prigionieri di guerra.

Dal punto di vista ufficiale, la questione dovette essere discussa durante le trattative per l'armistizio e per la pace separata.

Tuttavia il governo bolscevico operò da subito in chiara discontinuità con tutte le leggi, i trattati e le consuetudini utilizzati dal precedente governo zarista, ed in generale in aperta rottura con il diritto degli stati "borghesi".

Questo ovviamente si concretizzò nel dichiarare tutti i prigionieri di guerra "uomini liberi"; questi diedero vita ad un movimento non ufficiale di rimpatrio.

Già dalla fine del 1916 si era formato un circolo di prigionieri di guerra rivoluzionari.

I rivoluzionari russi ovviamente fecero in modo di sostenere le idee rivoluzionarie fra i prigionieri in procinto di rientrare, anche con denaro.

Le difficoltà oggettive nel reinserire i rimpatriati nell'esercito crearono una miscela esplosiva: molti soldati si rifiutarono di tornare a combattere appena tornati a casa.

L'esercito era definitivamente destabilizzato, logorato dalle condizioni materiali -dure per militari e civili- e politiche, da ultima l'opera diretta ed indiretta del governo bolscevico.

La pace con la Russia ancora non era stata raggiunta, né tantomeno si era verificato alcun miglioramento delle condizioni materiali.

Ad un raduno del partito socialdemocratico il 13 gennaio 1918 alcuni lavoratori, in particolar modo donne, che avevano abbracciato gli ideali rivoluzionari criticarono aspramente i vertici del partito.

I leader di tutte le nazionalità dovevano prendere una decisione: decidere se far nascere dallo sciopero imminente la rivoluzione.

Il leader socialdemocratico Victor Adler ritenne che non fosse il momento opportuno, poiché l'obiettivo prioritario doveva essere la mobilitazione per la democratizzazione dell'impero.

La polizia tentò di intervenire per intimare l'immediato scioglimento di riunioni in cui si inneggiava all'abbattimento del governo ed alla rivoluzione, per esempio alle case dei ferrovieri o alla birreria Ottakring.

Anche a Wiener Neustadt le autorità si accorsero del pericolo di rivolte.

Il ministero della guerra vide la necessità di intervenire per isolare (cioè mandare al fronte) i "rivoluzionari" nella speranza di eliminare le basi di una possibile rivolta.


1.1.2. Lo sciopero di gennaio
L'occasione per lo sciopero fu determinata da una nuova riduzione delle razioni.

La razione di farina per persona per la parte sotto amministrazione austriaca dell'impero sarebbe scesa a 165 grammi per uso non personale e 225 grammi per uso personale, tranne per i lavoratori sottoposti a lavori pesanti che avrebbero ricevuto tra i 264 e i 300 grammi a testa per giorno.

Lo sciopero partì dalla fabbrica Daimler-Benz a Wiener Neustadt.

I lavoratori si radunarono a partire dalle 7:30 del mattino nel cortile della fabbrica per prendere parte all'assemblea di fabbrica indetta dai delegati.

La fabbrica era ovviamente di importanza vitale per l'economia di guerra, dato che vi si producevano motori per aeroplani, navi e veicoli.

La riduzione della razione di farina del 50% era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Le minacce dei vertici militari ormai non sortivano più alcun effetto.

Lo sciopero non era stato spontaneo, ma era stato preparato da tempo da una rete di delegati di idee radicali, i Linksradikalen, e messo in atto in seguito alla spinta ricevuta dalle masse ormai stanche.

L'Arbeiter-Zeitung commentò in seguito l'avvenimento come qualcosa di inaspettato.

I radicali di sinistra avevano mandato rappresentanti in vari centri industriali, perché riferissero dello sciopero e raccogliessero solidarietà, provocando l'allargamento delle fabbriche coinvolte nello sciopero in maniera analoga a quello che poteva succedere in caso di sciopero generale.

I rappresentanti furono mandati a Vienna, Linz, Stiria superiore, Budapest, Lubiana; si cercò perfino di mettersi in contatto con Berlino.

Lo sciopero assunse una chiara connotazione politica: gli striscioni recitavano "Lotta per la pace immediata! Lotta per la libertà politica e sociale! Abbasso la guerra! Abbasso il governo!", e neppure la minaccia rappresentata dal direttore militare, il capitano Heidler, che aveva l'ufficio nella fabbrica e che aveva la possibilità di applicare le leggi speciali, fermarono la mobilitazione, che al contrario si concluse con una manifestazione diretta alla piazza principale, secondo una decisione unanime.

I lavoratori delle fabbriche circostanti (fabbriche di locomotive, di apparecchi, di aeroplani, di radiatori e la fabbrica di munizioni Roth) decisero di scendere in sciopero seguendo l'esempio dei lavoratori della Daimler-Benz.

Le stesse scene si ripeterono alla fabbrica di munizioni di Wöllersdorf.

Migliaia di lavoratori, soprattutto donne, si incamminarono verso Wiener Neustadt.

I vecchi leader dei lavoratori si resero conto di avere perso il controllo delle masse.

Le autorità decisero di mandare le forze armate contro i lavoratori.

I soldati presero posizione nella piazza principale, ma parecchi soldati e marinai (alcuni prestavano servizio lavorando nelle fabbri-che come militari-lavoratori) fraternizzarono con gli scioperanti.

La guerra aveva decisamente logorato tutti.

La folla si diresse poi dal municipio, di cui aveva spaccato le finestre con una sassaiola, verso la Camera del lavoro, inneggiando alla costituzione di consigli dei lavoratori.

Qui vennero eletti rappresentanti su basi proporzionali per ogni azienda.

Il primo consiglio dei lavoratori sul suolo austriaco era nato.

Nei giorni seguenti l'ondata di scioperi si estese ovunque, soprattutto dove erano presenti poli industriali e caserme.

A St. Polten, in Bassa Austria, già il 14 gennaio una dimostrazione di donne contro le razioni di farina decurtate aveva visto la rabbia esplodere in minacce di distruzione di negozi e magazzini di farina e generi alimentari.

A Trieste sempre il 14 gennaio ci fu uno sciopero all'Austria-Werften e all'Österreichischer Lloyd, sempre per la vertenza sulle razioni di pane.

L'iniziativa fu organizzata dal Partito Socialista Italiano.

Il corteo, per lo più composto da giovani, fu caricato dalla polizia.

Le fabbriche militarizzate furono occupate.

Una delegazione di lavoratori si recò dal governatore e pose un termine di otto giorni per la soddisfazione delle richieste.

Il 15 gennaio a scendere in sciopero furono le maestranze di Ternitz.

Il 16 fu la volta di numerosi quartieri di Vienna: dei lavoratori della fabbrica di locomotive e delle officine FIAT di Florisdorf, delle fabbriche di Favoriten, della stazione sud e delle ferrovie di stato, di Ottakring, Stadlau, Simmering, Brigittenau.

Verso la sera del 16 c'erano ormai 84.300 lavoratori in rivolta nella sola Vienna, radunati in un corteo dimostrativo che da Favoriten si dirigeva verso la città interna.

Il 16 gennaio vide la definitiva esplosione degli scioperi, che il 18 si erano ormai propagati ovunque, dall'Ungheria alla Polonia, dai lavoratori, ai soldati e ai marinai.

Wiener Neustadt fu l'epicentro dei movimenti rivoluzionari.

A Wiener Neustadt, un insediamento industriale di vecchia data, era presente l'esercito con una grande caserma, l'Accademia militare, l'Accademia aeronautica col campo da volo ed un lazzaretto.

Vi erano fabbriche di armi e munizioni.

Vi era un'alta concentrazione di lavoratori di lingua diversa dal tedesco, per cui la solidarietà internazionalista era da tempo realtà.

Si era creato un nucleo di delegati radicali e determinati che agì da catalizzatore.

Un ruolo importante fu rivestito da quella che stava diventando una corrente, il gruppo dei "radicali di sinistra", dei socialisti in gran parte giovani, decisamente antimilitaristi e relativamente pochi.

La loro propaganda era orientata all'unità del movimento operaio ed alla fondazione di consigli dei lavoratori, ed ebbero una rilevante influenza grazie alla loro radicalità coniugata alla presenza nel movimento socialista senza obiettivi scissionistici.

L'Arbeiter-Zeitung del 16 gennaio, nel concludere l'articolo di fondo, lanciò un appello "Cessate la guerra immediatamente! Per una pace senza conquiste dichiarate o nascoste! Per una pace basata sul diritto di autodeterminazione dei popoli", cercando di venire incontro alle richieste dei lavoratori in maniera conciliabile con la politica riformista portata avanti da Victor Adler.

Il 18, dopo aver taciuto a fatica di uno sciopero dei ferrovieri, l'appello venne invece rivolto ai "lavoratori" dei settori alimentari, delle ferrovie e dei tram, delle aziende del gas e dell'elettricità e delle miniere affinché "non venga sospeso il lavoro nel momento attuale".

Lo scopo della dirigenza del partito era di lasciar andare avanti le trattative governative sperando che risolvessero il nodo della pace.

I radicali di sinistra al contrario distribuirono il seguente volantino, dal titolo: "Lavoratori, lavoratrici, il popolo si solleva!":

"Il governo vuole ancora oggi impedire la pace.

A Brest-Litowsk i conti ed i generali hanno rifiutato la volontà di pace dei nostri fratelli russi brutalmente appoggiandosi sulla spada.

La massa del popolo invece vuole non la vittoria ma il silenzio delle armi, vogliono la pace immediata, la pace ad ogni costo, anche una pace straordinaria, qualora il governo tedesco esiti!

L'interesse della massa del popolo non è rappresentata da Czernin e Kühlmann con le loro pretese da gran signori, ma da Lenin e Trotskij con i fondamenti internazionali concepiti e sostenuti da loro sull'autodeterminazione dei popoli.

I lavoratori ed i soldati russi non hanno agito con i più duri mezzi della lotta di classe, con scioperi di massa, ammutinamento e guerriglia urbana solo per la loro libertà, no!

Hanno versato il loro sangue per la liberazione di ogni popolo della terra dalla disgrazia della guerra, dal giogo del capitalismo!

Ma le loro forze non riescono ad andare avanti per terminare questa rilevante opera.

I lavoratori degli altri paesi si devono raccogliere intorno alla bandiera rossa della rivoluzione russa!

Soprattutto noi proletari austriaci siamo chiamati a salvare la rivoluzione dalla malafede del nostro governo-

Perciò richiediamo:
I delegati per la conferenza di pace devono essere scelti dal popolo!

Su tutti i fronti si deve concludere immediatamente l'armistizio.

Le leggi di guerra e la militarizzazione delle aziende devono cessare immediatamente!

Tutte le restrizioni del diritto di riunione e della libertà politica devono essere ritirate!

Friedrich Adler e tutti gli altri prigionieri politici devono essere immediatamente rilasciati!

Diffidate di ogni "capo dei lavoratori" patriottico, che vi tradisce dal primo giorno di guerra e vi priva del denaro del vostro sciopero!

Non ascoltate i suoi discorsi di pacificazione, ma rimanete nelle lotte per il nostro scopo!

Voi ed i vostri fratelli sul lavoro avete rischiato la vita nelle trincee per gli interessi dei vostri oppressori, perciò ora non temete certo le sciabole della polizia e le loro mitragliatrici!

Non rimanete più a lungo in disparte!

Uscite da tutte le fabbriche!

Non tirate più granate assassine!

Uscite dalle miniere alla luce del sole!

Lasciate tutte le ruote ferme, ferrovieri e tranvieri!

Riunitevi tutti insieme in strade e piazze!

Eleggete consigli dei lavoratori, così come in Russia!

E la vittoria sarà del potere di massa del proletariato!

Proletari di tutti i paesi unitevi!"

I radicali di sinistra con questo volantino espressero la necessità di costruire un'alternativa alla socialdemocrazia.

Victor Adler venne in possesso di una copia del volantino, e da quanto si sa sottolineò il paragrafo che comincia con "Diffidate dei capi dei lavoratori [...]".

Egli era evidentemente preoccupato dalla radicalizzazione dei lavoratori.

Anche il governo era preoccupato, come un messaggio dell'imperatore Karl alla delegazione di pace a Brest-Litovsk mostra: in esso l'imperatore sottolineava la necessità di arrivare alla pace, pena il crollo della dinastia e dell'impero per via rivoluzionaria non appena il cibo divenisse ulteriormente insufficiente.

Il presidente del consiglio Seidler diede il permesso al partito socialdemocratico di stampare un manifesto ed un rapporto sullo sciopero senza passare per la censura.

Da parte del governo, fu una mossa volta a conquistare l'appoggio dei vertici socialdemocratici permettendo loro di recuperare il controllo del movimento.

Lo scopo del manifesto era appunto quello di riunire il movimento ed indirizzarlo politicamente, sotto la direzione del partito e non più sotto quella dei delegati eletti dal basso, come sottolineò Otto Bauer.

La dirigenza del partito socialista si impegnò per il mantenimento di "calma ed ordine" ed impartì le seguenti direttive dalle pagine del giornale:

"Nell'interesse dell'intera popolazione invitiamo urgentemente i lavoratori di tutta l'industria alimentare, i lavoratori delle miniere, i lavoratori delle ferrovie, dei tram e degli altri trasporti, delle aziende del gas e dell'elettricità a non abbandonare il lavoro.

Tali rivolte inasprirebbero alquanto lo stato d'emergenza delle maestranze nella loro totalità e non si devono verificare d'ora in poi".

La sera del 17 gennaio, la dirigenza dovette istituire un comitato permanente per dirigere il movimento degli scioperi.

Fu necessario incontrare i rappresentanti eletti dai lavoratori.

Il movimento degli scioperanti formulò una serie di richieste, che riprendevano il volantino radicale ma aggiungendo alcune riforme sociali, sintetizzabili come segue:

Pace su tutti i fronti senza annessioni e perdite.

La delegazione di pace per Brest-Litovsk deve essere eletta dal popolo.

Su tutti i fronti si deve concludere immediatamente l'armistizio.

Le leggi sul servizio di guerra e la militarizzazione delle aziende devono cessare immediatamente, la censura, tutte le riduzioni del diritto di riunione e delle libertà politiche sono da ritirare.

Friedrich Adler e tutti gli altri prigionieri politici devono essere immediatamente rilasciati.

Introduzione della giornata lavorativa di otto ore.

Il cibo deve essere consegnato e ripartito tramite i comitati dei lavoratori.

Queste richieste tuttavia erano difficilmente ottenibili per via governativa; solo la rivoluzione le avrebbe ottenute.

Il 18 gennaio si scioperava ormai ovunque, da Vienna a Linz, da Trieste a Cracovia.

Solo a Vienna si raggiunse fra il 17 ed il 18 gennaio un numero di scioperanti superiore ai 100.000.

Il culmine si raggiunse a Vienna con 113.000 uomini; in Bassa Austria esclusa Vienna 153.000.

Il 19 gennaio si registrarono in Alta Austria 15.000 scioperanti, nella Mur-Mürztal 35.000, a Graz già il 17 gennaio si registravano 22.000 scioperanti.

Nel solo territorio austriaco al 19 gennaio si arrivò ad una cifra complessiva di 600.000 lavoratori in sciopero.

La domanda si pose apertamente: sarebbe arrivata una nuova rivoluzione proprio in Austria?

Sembrava proprio di sì, e si decise di istituire un governo militare, unico possibile argine di conservazione contro una sommossa.

Il generale principe Aloys Schönburg-Hartenstein ne sarebbe diventato il capo, e ne sarebbe dovuto seguire un complessivo rafforzamento del potere militare a tutti i livelli, a prescindere dal fatto che oramai anche le truppe schierate sul fronte interno potevano ammutinarsi.

Il rientrare dello sciopero di gennaio e l'avversione dell'imperatore Karl per una dittatura militare fecero naufragare il progetto, causando l'interruzione e l'abbandono di tutte le iniziative già messe in atto.

Il 19 gennaio furono ricevuti dal governo come rappresentanti della socialdemocrazia Victor Adler, Karl Seitz, Karl Renner, Franz Domes e Ferdinand Hanusch.

I socialdemocratici illustrarono quattro punti da soddisfare per ottenere la fine dello sciopero: rinuncia di pretese territoriali durante le trattative a Brest, miglioramento della situazione dei viveri, immediata elezione di rappresentanze comunali ed un alleggerimento del regime militare.

Si trattava di un compromesso.

Il 21 gennaio la direzione del partito socialdemocratico fece un appello per la ripresa del lavoro, sebbene con scarsi risultati.

I radicali di sinistra videro il compromesso come un tradimento.

L'onda della ribellione arrivò nelle province ai confini dell'impero quando ormai nel territorio austriaco lo sciopero era terminato.

Una prima avvisaglia del clima in costante surriscaldamento fu la condanna di due marinai del pre-dreadnought Erzherzog Karl, di stanza a Pola, a cinque anni di detenzione per "istigazione alla ribellione".

Il 22 gennaio gli operai dei cantieri navali di Pola entrarono in sciopero.

Le richieste della delegazione annoveravano fra le altre cose stipendi migliori, la fornitura di vestiti e scarpe e una sistemazione migliore della milizia territoriale.

La delegazione dichiarò che non appena tutto ciò fosse stato esaudito gli operai sarebbero stati pronti a tornare al lavoro.

Gli operai durante l'assemblea pomeridiana espressero il sospetto che i delegati fossero stati corrotti dalle autorità.

Nacque un vero e proprio tumulto, con lancio di pietre contro la polizia, grida di "Abbasso la guerra", "Abbasso il governo", "Viva la repubblica" (in italiano).

Girarono voci sul possibile intervento di sottomarini al fianco degli scioperanti.

Arrivò poi il deputato Domes nel tentativo di calmare le acque, portando la comprensione dell'ammiraglio e cercando di spiegare la politica del governo in merito alle trattative.

Se inizialmente quest'intervento poteva sembrare insufficiente, alla fine lo sciopero terminò così.

Per Erwin Sieche la rassicurazione di miglioramenti economici certi fu il motivo della cessata mobilitazione .

Secondo il rapporto del commissario della fortezza di Pola, nella città si stava sviluppando un movimento rivoluzionario domato solo perché grazie "alla del tutto comprensiva accondiscendenza dell'amministrazione della Marina e al decisamente provvidenziale intervento del deputato Domes fu trasferito sul piano economico e portato così alla cessazione della mobilitazione".

Probabilmente la mancanza di coordinamento e collegamento con il centro nevralgico dell'agitazione aveva influito sulla possibilità di far emergere figure radicali consapevoli delle strategie da perseguire, così come la difficoltà a coordinarsi con le numerose rivolte in marina.

Anche l'emergere in questa zona delle tensioni legate alle aspirazioni nazionali di italiani e slavi influirono sulla conclusione degli avvenimenti.

In marina in effetti la situazione era più esplosiva che mai.

Il tra-dizionale grido di gioia "Hip, hip, hurrà" venne tramutato nelle parole tedesco-slave "Gib, gib, kruha": le esclamazioni di gioia vennero pertanto vietate.

La ribellione arrivò anche a Cattaro, dove le condizioni di vita sulle corazzate erano pessime.

Cattaro era il secondo più importante porto di guerra della Marina.

Nella minestra dei marinai semplici vi erano ormai più coleotteri che piselli; inoltre essi da vari anni non vedevano le loro famiglie, al contrario degli ufficiali che godevano sia della compagnia delle loro famiglie quando possibile sia di generi di conforto di lusso.

Gli ufficiali avevano pane bianco e carne, caffè, uova, ferie pagate, marinai al loro servizio come camerieri.

Tuttavia emerge come di solito le agitazioni fossero rivolte sì verso gli ufficiali, ma vi fossero anche liti nelle osterie fra marinai di diversa nazionalità.

A quanto pare però l'esempio della rivoluzione russa, con le sue promesse di pace e di autodeterminazione delle nazioni ebbe una grossa influenza sui marinai.

A mezzogiorno del 1 febbraio trenta ammutinati arrestarono gli ufficiali ed assunsero il comando issando la bandiera rossa sulla nave ammiraglia comandata dall'ammiraglio Hansa, l'incrociatore Sankt Georg al largo di Gjenovic.

L'ammiraglio evidentemente non aveva intenzione di reagire con la forza, tanto che, avvisato delle voci di rivolta, ordinò agli ufficiali di non portare armi addosso perché non fossero viste come una provocazione.

Anche i marinai delle navi vicine seguirono l'esempio e presero il comando: si trattava della nave di rifornimento sommergibili Gäa, del secondo incrociatore corazzato e della Kaiser Karl .

Furono mandati incrociatori in perlustrazione.

I marinai tentarono di insorgere anche su queste navi, ma i sottufficiali si opposero, pronti ad usare le armi: i marinai rivoluzionari trasbordarono sulla Sankt Georg.

La maggior parte degli equipaggi di unità piccole rimase fedele, probabilmente per il rapporto di tipo fiduciario che si era instaurato fra loro.

La delegazione di marinai rivoluzionari pubblicò un documento intitolato "Cosa vogliamo"; il comitato degli operai civili dell'arsenale pubblicò un documento intitolato "Cosa chiediamo".

Le richieste dei marinai erano sintetizzabili in alcuni punti ormai comuni ad ogni mobilitazione:

1) attivazione di qualsiasi mezzo volto a raggiungere la pace immediata su tutti i fronti
2) completa indipendenza dalle altre potenze
3) pace sulla falsariga della proposta russa democratica, cioè senza annessioni, né cessioni
4) disarmo totale (smobilitazione) ed istituzione della milizia volontaria
5) diritto all'autodeterminazione dei popoli.

Altre richieste riguardavano le condizioni materiali: miglior cibo e vestiario, la cessazione di attività di guerra e lavori privi di rilevanza, licenze con permesso di sbarco più frequenti e lunghi, tre settimane di ferie da trascorrere a casa ogni sei mesi non comprensivi dei giorni di viaggio, aumenti dei sussidi per il sostentamento durante le ferie a casa, equa ripartizione del cibo a bordo, maggior disponibilità di articoli per fumatori, cessazione della censura delle lettere.

Entro sera finirono in mano agli ammutinati le navi Monarch, Kaiser Max, Cyclop, Kronprinz Rudolf, la base sottomarina e la stazione aeronavale, il comando delle mine ed il deposito del telegrafo navale.

In totale la bandiera rossa fu issata su 40 navi, e si ammutinarono 6.000 marinai.

Quando la notizia di un simile ammutinamento raggiunse l'esercito, fu dato ordine di evacuare i civili e di portare rinforzi.

Un colonnello dell'esercito fece capire che non avrebbe avuto pietà, a differenza dell'accondiscendente ammiraglio del Sankt Georg che sembrava disposto a trattare.

I ribelli intanto cercarono un leader e lo trovarono in un pilota navale di origine serba, Anton Sesan, giocatore d'azzardo con grossi debiti, anziché in una figura radicale e politicizzata, che evidentemente mancava.

Altro grave errore strategico fu la libertà di movimento accordata agli ufficiali che poterono radunare truppe in funzione repressiva.

Il bombardamento da terra e la maggior parte degli incrociatori epurata dagli ammutinati, trasbordati sulle navi rivoluzionarie, e pronti ad intervenire, cambiarono i rapporti di forza.

Un disperato tentativo di mettersi in contatto coi socialdemocratici di Vienna e Budapest e con le truppe di terra in agitazione fallì, e con esso lo sbocco rivoluzionario dell'ammutinamento.

La repressione vide l'arresto di ottocento marinai, il processo a carico di 392 di essi.

Furono effettivamente portati davanti alla corte marziale 40 di essi, di cui quattro riconosciuti come "capi" furono fucilati l'11 febbraio alle sei del mattino.

Il 17 ottobre l'imperatore sospese la pena a 348 mediante amnistia generale; di fatto la dissoluzione dell'impero immediatamente successiva pose fine ad ogni ulteriore procedimento.

L'Arbeiter Zeitung, inspiegabilmente, pubblicò resoconti sulla rivolta e sulla repressione per la prima volta il 9 ottobre.

Nessun deputato socialdemocratico presentò interrogazioni in merito in parlamento, nonostante le sedute fossero riprese dal 1917; toccò ad un deputato sloveno di estrazione borghese portare il caso in parlamento.

Nel frattempo i vertici socialdemocratici erano riusciti a penetrare nel movimento dei consigli, utilizzando la posizione privilegiata di principale partito interlocutore dei lavoratori.

Lo scopo era chiaramente quello di trasferire il conflitto su un piano parlamentare, intervenendo nei consigli, specie nei luoghi di lavoro considerati strategici (un esempio su tutti: l'azienda telefonica), prendendone il controllo per svuotarli di ogni significato rivoluzionario e farne anzi la base per il partito.

Contemporaneamente anche il ministero degli Interni in una circolare interna fissò i punti fermi dell'azione controrivoluzionaria: controllo militare e poliziesco, disarmi dei lavoratori, controllo dei "capi", accondiscendenza coi moderati, carcere per i rivoluzionari.

Lo sciopero di gennaio fu quindi l'apice della radicalità nel movimento operaio austriaco.

Esso ebbe una grande eco anche nell'esercito.

Soldati affamati e stanchi, ex-prigionieri liberati dai bolscevichi e da questi influenzati furono la base di insurrezioni.

Alla fine di maggio si riunirono appunto ex-prigionieri dei russi: sloveni a Judenburg, serbi a Fünfkirchen, cechi a Rumburg, ungheresi a Budapest.

Solo a novembre si arrivò alla creazione di consigli di soldati.

Nel frattempo la situazione dei viveri non accennava a migliorare, e la minaccia di rivolte fra civili e soldati era costante, soprattutto nei territori alpini.

All'inizio di marzo vi furono scioperi e disordini a Graz, a Bruck in aprile, un movimento spontaneo contro la scarsità di viveri a Vienna in giugno.

Ogni giorno una folla tentava di procurarsi i beni essenziali, ma tornavano a casa a mani vuote 20.000 persone su 150.000: le conseguenze furono saccheggi e manifestazioni, odio verso i ricchi ed i commercianti.


Consigli di lettura
Dio salvi l'Austria! 1938: il Vaticano e l'Anschluss (Mursia, 2010) di Paolo Valvo.


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L'attività parlamentare di Maria Pucci (1948-1950)

9788890387593.jpg

Autore: Eleonora Marsili

Prima edizione: 01/2011

Edizione corrente: 01/2011

EAN-ISBN: 9788890387593

Pagine: 121

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo
Libro: 13,00 Euro
Versione digitale ePub: 4,30 Euro
Versione digitale Pdf: 4,30 Euro

Collana: Storia Italiana, n.8

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

Acquista il libro in versione cartacea o digitale.


Descrizione
Il libro vuole analizzare la carriera politica di Maria Pucci che, nonostante sia terminata anticipatamente nel 1950, ha rappresentato una fase importante della storia nazionale, ma soprattutto locale.

Partendo dallo studio della sua vita, caratterizzata nel periodo della giovinezza dal secondo conflitto mondiale, dallo sfollamento e dalla fuga nel paesino marchigiano di Madonna del Piano, si è passati ad indagare la sua formazione politica iniziata tra le file della Democrazia cristiana, per poi arrivare alla nomina di primo consigliere donna nel Comune di Macerata e di deputato del Parlamento nel corso della prima Legislatura repubblicana.

Maria Pucci è divenuta quindi emblema della donna che in quegli anni si batteva per la rivendicazione dei propri diritti e portavoce di ideali quali la sincerità, l'onestà e la coerenza, visibili soprattutto nella sua scelta coraggiosa ed umana di interrompere la carriera politica per non rinunciare alla maternità.


Indice
Una donna d'altri tempi

Introduzione

PARTE PRIMA
Un'insegnante ed una donna nel secondo dopoguerra

Origini, formazione e professione

1943-1946: gli anni dello sfollamento e la fuga a Madonna del Piano

1946-1950: la carriera politica

1950: dimissioni

Il contesto marchigiano e maceratese

PARTE SECONDA
La carriera politica di Maria Pucci

I Consigli comunali di Macerata dal 1946 al 1948

L'attività parlamentare (1948-1950)

Giugno 1996: la memoria di Maria Pucci

Intervista a Francesca Pucci Pertusi, sorella minore di Maria.

Indice dei nomi

L'autrice


Note biografiche
marsili.jpgEleonora Marsili è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Dopo aver frequentato il corso di laurea magistrale in Letteratura e Filologia dal Medioevo all'età contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Macerata, si è laureata con una tesi specialistica in Storia delle Marche in età contemporanea.

È autrice del saggio Le carriere dei notabili in Le Marche e l'Unità d'Italia (Codex, 2010).


Estratto
Origini, formazione e professione

Maria Pucci nacque il 23 aprile 1919 a Catanzaro da Eduardo e Pia Marcolini.

Il padre, originario di Nicastro, si era trasferito nel capoluogo calabrese per motivi lavorativi in quanto geometra del Comune.

Successivamente Eduardo trovò un impiego al telegrafo che lo portava a spostarsi continuamente da una città all'altra, apprezzando in particolar modo, durante questi trasferimenti, la città di Bologna.

A Catanzaro però conobbe la signora Pia, futura madre di Maria, nata a Roma, ma originaria di una famiglia marchigiana, rimasta successivamente orfana sia di madre che di padre e che, per questo motivo, aveva seguito la sorella maggiore, trasferitasi a Catanzaro dove aveva ottenuto un posto da insegnante.

I genitori di Maria si sposarono molto presto nonostante i loro rapporti fossero più «alla finestra»: si conoscevano tutto som-mato pochissimo e da questa loro unione nacquero nel 1917 Ippolito e nel 1919 Maria.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale il padre di Maria ottenne compiti molto importanti, come ad Udine, ma successivamente decise di lasciare Catanzaro, in quanto come città cominciava a sentirla stretta, trasferendosi con la famiglia a Bologna, città che conosceva già da tempo: qui nacquero nel 1925 Francesca e dopo molti anni, nel 1938, l'ultima figlia Paola.

Anche a Bologna il padre di Maria ottenne un impiego al telegrafo ma, durante la dittatura fascista, fu costretto ad abbandonare il ruolo di direttore per essere relegato in un piccolo ufficio con compiti di modesta importanza, in quanto non era iscritto al partito e non aveva la tessera del Fascio .

Il padre era un deciso antifascista, infatti ripeteva spesso «quel buffone ci porterà alla rovina», riferendosi a Mussolini.

Proprio per questo e dopo essere stato minacciato da un suo collega con il tirapugni, lasciò il proprio lavoro e partì come volontario per Fiume.

Fece questa scelta anche per poter sostenere le spese della malattia, pleuropolmonite ripetuta, che aveva colpito la figlia Francesca e per consentirle delle vacanze fuori città che la facessero star meglio: da Fiume tornò molto ammalato e morì nel 1942 alla giovane età di 54 anni.

La madre di Maria svolgeva l'attività di maestra che però aveva interrotto subito dopo le nozze.

A differenza del marito, la signora Pia era affascinata da Mussolini, lo considerava l'uomo della provvidenza, ma in realtà, come sostiene anche la figlia Francesca, non è che se ne intendesse poi tanto di politica.

Era una donna molto intelligente, una discreta poetessa, molto capace nell'educare i figli, ma completamente ignara di quello che avvenisse a livello politico.

Era una persona entusiasta, positiva, con una forza di carattere che consentì ai suoi quattro figli di affrontare diversi momenti di difficoltà.

Quindi, inizialmente, Maria e i fratelli non considerarono il fascismo come un pericolo: fu solo più tardi con lo scoppio della guerra e la frequentazione del liceo che tutti si accorsero che le cose stavano cambiando e che forse il padre, ormai defunto, aveva ragione riguardo a Mussolini.

Alcuni anni prima della morte del marito, la signora Pia fu costretta a tornare a lavorare perché la situazione economica familiare si era decisamente complicata.

Il lavoro del marito, dopo l'allontanamento dalla carica direttiva, era abbastanza dignitoso ma poco remunerato: quindi Pia, grazie al proprio diploma di maestra, trovò un impiego come segretaria per un gruppo di macellai.

Contribuirono anche le figlie Francesca, che aveva all'epoca quindici anni, impartendo lezioni private e Maria che da qualche tempo aveva cominciato ad insegnare.

Per quanto riguarda la formazione scolastica dei figli, Ippolito, Maria e Francesca frequentarono il Liceo classico "Minghetti" di Bologna: terminati gli studi liceali Ippolito si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria dell'Università di Bologna e Maria a quella di Lettere, sempre nell'ateneo felsineo, laureandosi in storia medievale nel 1941: Francesca iniziò la stessa Facoltà della sorella, perché voleva seguire il professore di storia dell'arte Albino Longhi, ma a causa della guerra fu costretta a terminare gli studi a Roma.

Furono durante gli anni liceali di Francesca che si cominciò ad avvertire la pericolosità di Mussolini e del regime.

Anche la scuola era divisa su due posizioni: chi approvava il regime come la maestra di Francesca, innamorata di Carlo Savoia, o il professor Fantini, docente comune ai tre fratelli, il quale non si pronunciava mai in merito alla situazione storica e politica del momento, astenendosi dal trattarne.

Nel ginnasio poi Francesca ebbe un'insegnante ligia al dovere che commissionava come temi l'analisi di una frase del duce, affermando che un paese come l'Italia si meritava la vittoria e la gloria: ciò destava nel padre scalpore ed ira, ma nessuno poteva sottrarsi.

A Bologna, che vantava una grande tradizione antifascista, una parte dei professori del liceo erano contrari al regime, ma le restrizioni di quest'ultimo erano particolarmente visibili, ad incominciare dal problema delle adunate in divisa per continuare con l'obbligo di indossare il grembiule nero e la questione degli stessi libri di testo.

Proprio per questo antifascismo, l'istituto veniva molto sorvegliato: ad esempio il professor Francesco Arcangeli, manifestamente antifascista, venne rinchiuso in carcere ogni volta che un gerarca girava per la città.

Il fratello Ippolito, terminata l'università e con l'aiuto del docente con cui aveva discusso la tesi, riuscì ad ottenere un lavoro: nel momento in cui avrebbe dovuto iniziare questo impiego, venne chiamato alle armi e costretto a partire come militare, evento che provocò in lui un senso di disgusto e nausea.

Infatti Ippolito era un antimilitarista, quindi era contrario alla divisa e a tutte le funzioni premilitari.

Fortunatamente venne mandato a Fiumicino al collaudo apparecchi radio, poiché aveva discusso la sua tesi su un argomento del genere.

Grazie a questa sua esperienza Ippolito rimase sempre a Fiumicino, senza mai partire per il fronte, fino a quando non raggiunse tutta la famiglia a Madonna del Piano.

Maria invece, conclusi gli studi universitari, iniziò subito ad insegnare nella Bologna del 1942-43: la sorella Francesca di questo primo anno di insegnamento non ha molti ricordi e rammenta solamente che era molto amata dai suoi allievi e che svolgeva la sua attività con passione, anche se aveva l'impressione che tutto le andasse stretto.

E, in proposito, ha aggiunto:

"Beh a Maria tutto le stava stretto, perché Maria era una donna dalle molteplici attività e perché sentiva il bisogno di espandersi al di fuori anche delle strettoie del suo lavoro.

E infatti lei incominciò a Macerata subito, dato che non erano momenti particolari, perché era il mondo diviso in due, perché c'era Stalin da una parte e l'America dall'altra e quindi bisognava anche un po' scegliere in quell'epoca".


Consigli di lettura
Le donne della Costituente (Laterza, 2007) a cura di M.T. Morelli.


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Autori: Valentina Baiocco, Silvia Bolotti, Federica Brunella, Augusto Ciuffetti, Claudia Colletta, Lucio Febo, Luca Frontini, Giovanna Giubbini, Carlotta Latini, Irene Manzi, Eleonora Marsili, Cesare Mario Natale, Nicoletta Olivieri, Eugenio Paoloni, Gilberto Piccinini, Andrea Pongetti, Lidia Pupilli, Emanuela Sansoni, Marco Severini, Matteo Soldini, Riccardo Paolo Uguccioni

Curatore: Marco Severini

Prima edizione: 09/2010

Edizione corrente: 03/2011

EAN-ISBN: 9788890387579

Pagine: 401

Illustrazioni: 24

Rilegatura: Cartonato, filo refe

Dimensioni: 17x24 cm

Prezzo
Libro: 30,00 Euro
Versione digitale ePub: 9,90 Euro

Collana: Storia Italiana, n.7

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storia militare

Acquista il libro in versione cartacea o digitale.


Descrizione
Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, questo volume completa un progetto di ricerca, promosso dal Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, e rico-struisce sul piano politico, civile e socio-economico la trama degli avvenimenti che, tra il settembre 1860 e il marzo 1861, portarono le Marche dal regime pontificio all'interno dello Stato unitario italiano.

Dalla conquista piemontese all'amministrazione Valerio, dal plebiscito del 4-5 novembre 1860 alle prime libere elezioni dei rappresentanti locali e nazionali, il volume, frutto della sinergia e della collaborazione tra ventuno studiosi afferenti a tutti gli atenei e ai principali istituti di ricerca storica marchigiani, indaga peculiarità e protagonisti, problemi e vicende di una svolta storica, percepita come epocale dagli stessi testimoni del tempo.


Indice
Introduzione

QUESTIONI

Marco Severini
150 anni dall'Unità

Gilberto Piccinini
Ancona capoluogo, le Marche una regione

Irene Manzi
L'amministrazione Valerio

Nicoletta Olivieri
I protagonisti dell'annessione

Eugenio Paoloni
La battaglia di Castelfidardo tra storia, memoria e attualità

Augusto Ciuffetti
La dimensione economica e sociale

PERIFERIE

Claudia Colletta
Il Pesarese

Andrea Pongetti
L'Anconetano

Marco Severini
Il Maceratese

Cesare Mario Natale
Il Fermano

Matteo Soldini
L'Ascolano

PROTAGONISTI E COMPRIMARI

Lidia Pupilli
Vincenzo Buffarini: affari e politica fra Secondo Impero e Regno d'Italia

Valentina Baiocco
Un notabile in Parlamento: Bellino Briganti Bellini

Emanuela Sansoni
Il carteggio di Giacomo Ricci nel biennio unitario

Eleonora Marsili
Le carriere dei notabili

Luca Frontini
Garibaldini, mazziniani e democratici intorno all'Unità

Riccardo Paolo Uguccioni
Domenico Guerrini primo sindaco della Pesaro italiana

PECULIARITÀ

Giovanna Giubbini
Il Fondo Valerio nell'Archivio di Stato di Ancona

Marco Severini
Senigallia, sede del primo governo marchigiano

Lucio Febo
Jesi tra vocazione industriale e network nobiliare

Federica Brunella
La media Vallesina al voto

Silvia Bolotti
Ambizioni autonomistiche, problemi sociali ed elezioni a Fabriano

Carlotta Latini
Processo penale e delitto politico tra Marche pontificie e Stato unitario

Summary

Tabula gratulatoria

Cronologia

Profilo degli autori

Indice dei nomi


Note biografiche
Valentina Baiocco si è laureata in Lettere moderne presso l'Università di Macerata con una tesi sulla letteratura italiana della migrazione.

È membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento Italiano.

Lavora per conto dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche al progetto «Archivio storico digitale. La memoria della Resistenza».

È redattrice di «Storia e problemi contemporanei».


Silvia Bolotti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia Macerata nella prima guerra mondiale (Codex, 2010).


Federica Brunella è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Si è laureata all'Università di Macerata in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea studiando l'attività parlamentare di Adele Bei.


Augusto Ciuffetti è ricercatore di Storia economica presso la Facoltà di Economia "Giorgio Fuà" dell'Università Politecnica delle Marche e collabora con l'Istituto per la Cultura e la Storia d'Impresa "Franco Momigliano" di Terni.

È direttore di «Patrimonio industriale», rivista dell'Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, nonché membro del comitato direttivo di «Ricerche storiche» e del consiglio scientifico di «Proposte e ricerche».

Tra le sue pubblicazioni più recenti si segnalano i volumi

Ascesa ed apogeo di una famiglia borghese: i Sereni nei secoli XVIII-XX, coautore R. Covino (Crace, 2009);

Energia e macchine. L'uso delle acque nell'Appennino centrale in età moderna e contemporanea, curato insieme a F. Bettoni (Crace, 2010).


Claudia Colletta si è laureata in Lettere moderne, con lode, presso l'Università di Bologna e, nel 2009, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Scienze Storiche presso la Scuola Internazionale di Studi Storici dell'Università di San Marino.

Ha partecipato a diversi convegni e progetti di ricerca, interessandosi di storia delle religioni nell'Europa del Seicento e dell'Ottocento e di storia dell'ebraismo in ancien régime, con particolare interesse per lo studio delle comunità ebraiche stanziate nelle Marche.

Ha pubblicato una monografia, dal titolo "La comunità tollerata. Aspetti di vita materiale del ghetto di Pesaro dal 1631 al 1860" (2006) e ne ha in corso una seconda, sviluppo della propria tesi di dottorato intitolata "Vivere 'senza ghetto'. Gli ebrei nella Marca e nello Stato Pontificio tra Sei e Settecento".


Lucio Febo si è laureato in Scienze politiche all'Università di Camerino, con una tesi sul movimento anarchico nella Vallesina in età giolittiana.

Ha collaborato alla compilazione di schede biografiche di anarchici marchigiani e romagnoli per le Università di Milano, Teramo, Messina e Padova, nonché di sindacalisti marchigiani, raccolte rispettivamente nel "Dizionario biografico degli anarchici italiani" (2003-2004) e nel "Dizionario biografico del movimento sindacale nelle Marche, 1900-1970" (2006).

Ha pubblicato la biografia del patriota Lorenzo Bucci: "Il 'capitano bello' di Montecarotto. Vita di un nobile garibaldino, eroe della Repubblica Romana del 1849" (2010); frutto di uno studio iniziato con la laurea triennale in Storia contemporanea conseguita all'Università di Macerata nel 2009.


Luca Frontini è nato nel 1979 in provincia di Ancona.

Nel 2006 si è laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata.

Nello stesso ateneo, durante l'anno accademico 2008-2009, ha conseguito la Laurea Specialistica/Magistrale in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi di Storia delle Marche in età contemporanea.

Dal 2010 fa parte del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.


Giovanna Giubbini è direttrice dell'Archivio di Stato di Ancona e della dipendente Sezione di Fabriano.

Nella sua attività istituzionale e di studio si è occupata della organizzazione e gestione di archivi prodotti da uffici statali, da enti pubblici e da privati.

Ha collaborato con le istituzioni locali in Umbria e nelle Marche per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale.

È autrice di articoli e saggi nelle materie di competenza. Insegna Archivistica come professore a contratto presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Perugia.


Carlotta Latini insegna Storia del diritto italiano e Storia del diritto penale presso l'Università di Camerino.

Più volte borsista presso il "Max Planck Institut für Europäische Rechtsgeschichte", dottoressa di ricerca in Storia del diritto italiano presso l'Università di Siena (2000), ha studiato le immunità ed i privilegi ecclesiastici nel corso dell'antico regime, le riforme giuridiche ed istituzionali attuate nell'Europa della Grande guerra: attualmente si occupa dei rapporti tra diritto penale comune e diritto penale militare tra Otto e Novecento.

Ha pubblicato ricerche in Italia e in Europa, tra cui "Die Gesetzgebung in Kriegszeiten. Ein Beitrag zur Doktrin der Ermaechtigung in Europa" (2007), Il governo legislatore. Espansione dei poteri dell'esecutivo e uso della delega legislativa in tempo di guerra, in Il governo dell'emergenza. Poteri straordinari e di guerra in Europa tra XVI e XX secolo (Viella, 2007) e "Parlement et gouvernement sont une seule et même chose. Prorogation des sessions parlementaires et recours aux commissions de contrôle en Italie (1914-1918)" (2008).

Ha pubblicato la monografia Cittadini e nemici. Giustizia militare e giustizia penale in Italia tra Otto e Novecento (Mondadori Education, 2010).


Irene Manzi è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (Affinità Elettive, 2003).

Ha partecipato a numerosi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con alcune riviste storiche.


Eleonora Marsili è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Dopo aver frequentato il corso di Laurea Magistrale in Letteratura e Filologia dal Medioevo all'età contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Macerata, si è laureata con una tesi specialistica in Storia delle Marche in età contemporanea.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia Miss Montecitorio non rinuncia alla maternità. L'attività parlamentare di Maria Pucci (1948-1950) (Codex, 2011).


Cesare Mario Natale, laureato in Scienze Politiche e in Storia, è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Ha iniziato recentemente a svolgere attività di ricerca, occupandosi di storia politica contemporanea e pubblicando, con altri, l'opera Romolo Murri. L'opera di un pensatore fermano. Religione, filosofia, scienza e storia al servizio della politica (Affinità Elettive, 2009).

Sta completando il dottorato di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Macerata con uno studio sulla politica mediterranea dell'Italia nel periodo del centrosinistra organico.


Nicoletta Olivieri è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Si è laureata in Lettere classiche all'Università di Macerata ed attualmente insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori.

Laureanda in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea, è responsabile dell'Archivio storico "Onofri" di San Ginesio.

Autrice di articoli culturali, è consulente editoriale per l'adattamento dei testi di doppiaggio di prodotti multimediali.


Eugenio Paoloni è presidente della Fondazione "Duca Roberto Ferretti" di Castelferretto: già presidente della sezione di Castelfidardo di Italia Nostra e promotore nel 1981 dell'istituzione del locale Museo del Risorgimento.


Gilberto Piccinini insegna Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento.

Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.

Tra i suoi recenti lavori:

Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008);

la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008)

e la partecipazione come autore a Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).


Andrea Pongetti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatosi in Storia presso l'Università di Bologna (2006), giornalista pubblicista, ha pubblicato per i nostri tipi la monografia Società e colera nell'Italia del XIX secolo. L'epidemia di Ancona del 1865-67 (Codex, 2009) e collaborato ad alcune opere collettanee, tra cui "Le Marche e la Grande Guerra" (2008).


Lidia Pupilli sta svolgendo il Dottorato di ricerca «F. Chabod» in Storia contemporanea presso l'Università "Luiss-Guido Carli" di Roma.

Vicepresidente del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, è membro della redazione di «Storia e problemi contemporanei».

Si è occupata, in particolare, dei carteggi di politici, intellettuali e clan familiari, della stampa periodica ottocentesca, di elezioni nell'Italia del Novecento e di biografia politica, con profili realizzati per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.

Tra i suoi lavori Il sogno spezzato. Lina Tanziani e il suo tempo (Affinità Elettive, 2005) e le curatele delle opere Viaggio in Italia. Diario itinerante di un giovane aristocratico (1856) (Affinità Elettive, 2006), insieme a M. Severini, "Le Marche in età giolittiana" (2007) e Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).


Emanuela Sansoni è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena.

Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula (Codex, 2009).


Marco Severini insegna Storia del Risorgimento e altre discipline storiche dell'età contemporanea presso l'Università di Macerata.

Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana".

È segretario del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo: inoltre, ha realizzato numerosi profili per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.

Tra le sue recenti monografie:

Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007), Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive, 2008), Le storie degli altri (Codex, 2008), e la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009).

È curatore e autore di cinque progetti di ricerca relativi al 150° anniversario dell'Unità d'Italia.


Matteo Soldini è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatosi presso l'Università di Macerata, si è occupato dell'internamento civile fascista nelle Marche, pubblicando un saggio dal titolo L'internamento civile in provincia di Macerata («Storia e problemi contemporanei», 54, 2010, pp. 165-184).


Riccardo Paolo Uguccioni, giornalista pubblicista, vicepresidente della Deputazione di storia patria per le Marche, membro dell'Accademia Raffaello di Urbino, nel 1990 ha fondato con alcuni amici la "Società pesarese di studi storici".

Già docente a contratto di Storia moderna presso la facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", è presidente della fondazione "Ente Olivieri" di Pesaro.

Ha studiato aspetti di storia politica, sociale ed economica dell'Ottocento napoleonico e pontificio, occupandosi fra l'altro di brigantaggio, viabilità, scuole, censura, ferrovie, comunità ebraiche e leva militare e approfondendo, di recente, il tema della carboneria.


Estratto
150 anni dall'Unità

L'Unità d'Italia compie 150 anni di vita.

Il 17 marzo 1861 è, infatti, la data di nascita dello Stato nazionale italiano.

In quel giorno venne promulgata la legge che conferiva a Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, e ai suoi successori il titolo di re d'Italia.

La legge era stata approvata dal primo Parlamento italiano, riunitosi per la prima volta a Torino il 18 febbraio precedente, nel corso di due sedute: il 26 gennaio era passata al Senato, con 129 voti favorevoli e 2 contrari, mentre il 14 marzo era stata approvata dalla Camera per acclamazione.

Il processo di unificazione italiano si sarebbe compiuto nel 1866 con la liberazione del Veneto e nel 1870 con l'occupazione di Roma, anche se gli italiani di Trento e Trieste avrebbero a lungo rivendicato la liberazione dal dominio austriaco.

L'Unità d'Italia nacque per effetto della linea politica attuata da un Piemonte liberale rivelatosi forte, dinamico e fortunato fino al punto da poter assorbire territori e popolazioni decisamente più ampi rispetto al suo nucleo originario.

Questa soluzione apparve tra 1860 e 1861 improcrastinabile.

Anche nelle province marchigiane, in cui élites e popolazioni erano rimaste a lungo fedeli al regime papalino, i patrioti caldeggiarono in quell'autunno-inverno del 1860 l'unificazione al Piemonte liberale come unica soluzione possibile: una soluzione che, con l'aiuto determinante di notabili e proprietari terrieri, venne ratificata in alcune località dal 100% dei votanti.

Ovviamente, compiuta l'Italia, restarono nell'agenda dei governanti molteplici questioni da affrontare.

Le scelte che la classe dirigente italiana, rimasta improvvisamente orfana del suo leader Cavour (morto il 6 giugno di quell'anno), adottò nel 1861 sarebbero risultate determinanti per i decenni successivi, decenni di profonda trasformazione e modernizzazione per una penisola che fino a quell'anno fatidico era rimasta suddivisa in diversi Stati dinastici.

Nel 1861 trovò conclusione un processo di unificazione avvenuto in tempi straordinariamente rapidi e con modalità impreviste dai suoi stessi artefici.

Questa Unità fu il risultato della combinazione tra un'iniziativa dall'alto, quella monarchico-sabauda, e un'iniziativa dal basso, le insurrezioni nell'Italia centrale e la spedizione garibaldina nel Mezzogiorno, a danno delle vecchie dinastie peninsulari.

La prima si impose sulla seconda, anche per il lealismo di Garibaldi che vide nella costruzione di uno Stato unitario con Vittorio Emanuele II la priorità assoluta da seguire: e che la forma del nuovo Stato dovesse essere unitaria e centralizzata dipese anche dall'impossibilità di una soluzione federale, non essendo presente sulla scena italiana alcun'altra autorità territoriale e politica con lo stesso grado di legittimità della monarchia sabauda.

Nell'incontro tra la componente moderata e dinastica e quella democratica, la prima risultò vincente, ma non in maniera così esclusiva da impedire che la nascita dello Stato italiano fosse segnata dalle rivoluzioni democratiche di un decennio prima.

Non casualmente la sanzione dell'unione di diversi territori in un unico organismo statuale giunse appunto dai plebisciti che, pur poco rappresentativi dell'orientamento delle popolazioni interessate, costituirono un omaggio al principio di sovranità popolare, uno di quei principi che nel 1849 aveva rappresentato l'unica, concreta alternativa alla creazione di uno Stato monarchico in un'Europa piena di monarchie.

Per le Marche, liberate militarmente dalle forze piemontesi nel settembre 1860, l'anniversario di questi grandi eventi inizia con il 2010 e termina nel 2011: nell'anno in corso ricorre il 150° anniversario della liberazione dal regime pontificio e dell'annessione al Regno sabaudo, mentre nel 2011 cade l'elezione del primo Parlamento italiano e la proclamazione del Regno d'Italia.

Se uno Stato italiano non era mai esistito prima del 1861, un'idea di Italia, in quanto comunità linguistica, culturale, religiosa e in parte economica, esisteva almeno fin dall'epoca dei comuni.

Tale idea aveva conosciuto un nuovo impulso durante la dominazione napoleonica, allorché si erano affacciati nuovi orientamenti unitari e indipendentisti: ma né i moti del 1820-21 né quelli del 1831 e nemmeno le rivoluzioni del 1848-49, che avevano visto proclamare repubbliche a Roma e Venezia e regimi democratici nelle principali città italiane, erano riusciti a scalfire l'egemonia dell'impero austriaco sulla penisola, garantita dall'equilibrio politico europeo stabilito nel 1815 con il Congresso di Vienna.

Un problema nazionale italiano era però emerso e di esso si erano occupati scrittori, politici e intellettuali, prefigurando soluzioni di natura moderata, federalista, repubblicana e democratica. In particolare il genovese Giuseppe Mazzini aveva delineato un articolato progetto politico che era incentrato su tre obiettivi sostanziali (indipendenza, unità, repubblica) e sulla convinzione che l'unico mezzo per conseguirli fosse costituito dall'insurrezione popolare.

Ma la sconfitta delle esperienze rivoluzionarie italiane attuatesi poco prima della metà dell'Ottocento aveva riportato sui rispettivi troni le vecchie case regnanti, ripristinato l'egemonia austriaca, bloccato la via delle riforme e frenato drasticamente lo sviluppo economico della penisola.

A questa generale situazione si sottrasse il solo Piemonte che, durante il regno di Vittorio Emanuele II e sotto la guida politica di Cavour, divenne negli anni cinquanta dell'Ottocento uno Stato liberale e moderno, mentre proseguiva instancabile l'attività mazziniana che, peraltro, andava incontro ad ulteriori fallimenti.

Convintosi della necessità di appoggiarsi alla Francia imperiale per cacciare gli austriaci dalla penisola, Cavour strinse con Napoleone III a Plombières, nel 1858, un'alleanza militare in vista del conflitto contro l'impero degli Asburgo.

Nel corso dei tredici mesi compresi tra l'inizio della seconda guerra d'indipendenza e la partenza dei Mille, la questione italiana conobbe prima un'accelerazione improvvisa e poi un esito straordinario e imprevisto.

In particolare, nel 1860, la cessione di Nizza e Savoia alla Francia segnò la fine del vecchio Stato sabaudo e aprì la strada alla formazione dello Stato nazionale italiano.

La contrastata applicazione delle clausole degli accordi di Plombières consentì al Piemonte di eliminare gli ostacoli diplomatici all'annessione di altre regioni italiane: nel marzo due plebisciti sancirono la fusione della Toscana e dell'Emilia-Romagna con il Regno sabaudo.

Ma fu la ripresa dell'iniziativa da parte dei democratici e, soprattutto, la Spedizione dei Mille a mutare la posta in gioco.

2logo_big.jpgPartito nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto e sbarcato l'11 seguente a Marsala, in Sicilia, Garibaldi e le sue camicie rosse sconfissero ripetutamente le truppe borboniche, occuparono la Sicilia e marciarono su Napoli dove entrarono il 7 settembre 1860.

Dopo aver constatato che non c'era speranza di attuare un moto moderato a Napoli e per evitare che Garibaldi - che aveva chiesto a Vittorio Emanuele II il suo licenziamento - marciasse su Roma, Cavour decise di far intervenire l'esercito piemontese nelle Marche e nell'Umbria, ottenendo l'assenso di Napoleone III, maggiormente preoccupato di scalzare l'Austria dalla penisola che di difendere quella parte dello Stato pontificio che dal 1849 era protetto dalle truppe transalpine.

Incoraggiando l'impresa cavouriana, Napoleone III era consapevole che avrebbe favorito la formazione dello Stato italiano unitario che fino a quel momento aveva cercato di evitare: ma l'imperatore capiva che per bloccare la spinta unitaria nella penisola avrebbe dovuto fare nel 1860 quello che non aveva voluto fare nel 1859, cioè allearsi con l'Austria e le altre forze reazionarie europee per schiacciare militarmente il movimento nazionale italiano.

Questo contrastava sia con la politica estera espansionistica seguita dalla Francia a partire dalla guerra di Crimea sia con la generale situazione politica del continente, profondamente diversa dal 1848, e dunque restia sia ad una nuova ondata rivoluzionaria sia ad una coalizione legittimista e reazionaria.

Dopo una protesta formale fatta dal governo di Parigi a quello di Torino, la via delle Marche era ufficialmente aperta all'esercito piemontese, forte di circa 33.000 uomini, a cui si opponevano circa 12.000 pontifici, in maggioranza volontari o mercenari.

In realtà, già nell'autunno del 1859 Garibaldi, comandante dei volontari romagnoli, aveva lanciato proclami ai marchigiani e li aveva esortati a prendere le armi, ma ragioni di politica internazionale avevano bloccato l'impresa e il generale era stato richiamato all'ordine da Vittorio Emanuele II.

Ma sul finire dell'estate 1860 la situazione politica si presentava decisamente differente: l'iniziativa era rimasta nelle mani di Garibaldi e dei democratici e per evitare che il generale attaccasse Roma, mossa che avrebbe provocato l'intervento francese e rimesso in discussione l'intera politica moderata del Regno sabaudo, al governo di Torino non restava altra scelta di prevenire l'iniziativa garibaldina con un intervento militare.

Pertanto, l'11 settembre Cavour chiese alla Santa Sede, con lettera datata il 7, l'immediato scioglimento dei reparti militari stranieri: alla risposta negativa della Curia romana - che, tramite il segretario di Stato, cardinale Giacomo Antonelli, esercitava un'influenza determinante su Pio IX -, l'esercito sardo avviò le operazioni militari.

In realtà, fin dallo stesso 11 settembre i generali Manfredo Fanti, comandante in capo e ministro della Guerra, ed Enrico Cialdini avevano varcato la frontiera pontificia.

La campagna militare delle Marche e dell'Umbria durò complessivamente 18 giorni e si trovò di fronte un nemico debole, disperso e lasciato solo da Roma.

La conquista piemontese fu preparata da una insurrezione nel Pesarese - che l'8 settembre portò alla resa della guarnigione pontificia di Pergola da parte di 400 volontari comandati da Giuseppe Fulvi e alle successive liberazioni di Fossombrone e Urbino - e venne sostenuta da bande volontarie provenienti dalla Toscana e dalla Romagna e organizzate dalle autorità governative.

Nella prima settimana di ostilità, mentre il V Corpo d'armata piemontese guidato da Fanti (che aveva lasciato l'interim della Guerra a Cavour) occupava senza difficoltà quasi tutta l'Umbria, il IV Corpo d'armata, comandato da Cialdini, si impadroniva della provincia di Pesaro e di buona parte di quella di Ancona, spingendosi fino a Castelfidardo.

Nel frattempo, il generale pontificio Lamoriciére, che da Foligno aveva raggiunto Macerata, cercava di dirigersi su Ancona.

Il 18 settembre avvenne la battaglia decisiva a Castelfidardo tra le truppe di Cialdini e quelle del Lamoriciére: scontro militare di modeste proporzioni, Castelfidardo ebbe una grande importanza sul piano politico poiché risollevò il prestigio della monarchia e dell'esercito sabaudo e aprì la strada alla conquista dell'Italia centrale e all'annessione del Mezzogiorno liberato da Garibaldi.

Infatti, nonostante la sproporzione tra le forze in campo, si trattò di un'impresa militare condotta unicamente dai Savoia che, a differenza di quanto accaduto nel 1859-60 e di ciò che sarebbe avvenuto nel 1866, guadagnarono parti della penisola senza alcun sostegno esterno.

La vittoria piemontese di Castelfidardo pesò notevolmente sull'intero processo di piemontesizzazione delle Marche e avrebbe fatto versare più inchiostro che sangue.

Opportunamente i caduti di entrambe le parti furono subito affidati al ricordo della memoria storica.

L'evento bellico interessò una vasta area compresa tra otto Comuni che, considerando il momento dello scontro più cruento tra gli eserciti, si estese per circa 300 ettari.

In questa zona, rimasta quasi integra dal 1860, sorge un Ossario-Sacrario dei caduti: la prima pietra di un monumento in memoria della celebre battaglia fu posta il 27 settembre 1861 alla presenza dei figli del re d'Italia, Umberto ed Amedeo di Savoia; tuttavia l'opera venne completata negli anni successivi.

Tra gli altri scontri campali, efficacemente ritratti da Carlo Bossoli, meritano un cenno la presa della città di Pesaro da parte di Cialdini che respinse la guarnigione militare nel forte, poi conquistato (11 settembre); l'occupazione di Fano (12 settembre); la conquista di Senigallia, con scontro nei pressi delle frazioni di S. Angelo e S. Silvestro tra i Lancieri di Milano e un battaglione della 7° Divisione, da parte italiana, e i pontifici ripieganti verso Ancona, che lasciarono alcuni morti e 200 prigionieri (13 settembre); la presa del forte di San Leo, bombardato dagli obici piemontesi e conquistato con improvviso assalto, che fruttò 145 prigionieri (24 settembre).

Completata con la conquista di Ancona (29 settembre) l'occupazione militare delle Marche, spettò a Lorenzo Valerio, inviato da Cavour e nominato il 12 settembre da Vittorio Emanuele II regio commissario generale straordinario delle Marche, governare la regione con pieni poteri, importandovi con l'emanazione di 840 decreti le leggi e gli istituti di uno Stato piemontese che stava diventando italiano.

Chiamato a gestire il periodo immediatamente successivo alla conquista militare piemontese, Valerio agì da solo, senza dotarsi di ministri e senza corresponsabilizzare della gestione del potere quel gruppo liberale marchigiano che pure vantava un notevole curriculum organizzativo e operativo: il commissario si mosse all'interno delle direttive governative e legiferò in nome di Vittorio Emanuele II, mantenendo un margine di autonomia che risultò particolarmente proficuo nella gestione di alcuni settori.

L'attività commissariale ebbe inizio, il 21 settembre 1860, a Senigallia, dato che Ancona, sottoposta ad assedio da parte di terra e di mare, era ancora in mano pontificia: l'intensa produzione di atti e decreti si concretizzò nell'estensione alle Marche di leggi e codici piemontesi, in una rigorosa politica ecclesiastica e scolastica, nel mutare la geografia amministrativa della regione e nell'attenta preparazione del voto plebiscitario.


Consigli di lettura
Il Risorgimento italiano (Laterza, 2009) di Alberto M. Banti.

Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia (Il Mulino, 2005) di Derek Beales, Eugenio F. Biagini.

La Monarchia e il Risorgimento (Il Mulino, 2003) di Filippo Mazzonis.

Castelfidardo, la battaglia «dimenticata» dai vincitori. Cavour non volle clamori per non irritare l'Europa. Articolo di Eugenio Paoloni sul Corriere della Sera del 18.12.2010


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