Libri di Storia contemporanea

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Autore: Gilberto Volpini

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788890387524

Pagine: 148

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.3

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storia militare

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Descrizione
L'oggetto di questo lavoro è il passaggio del fronte a Senigallia durante la seconda guerra mondiale culminato con la battaglia del Cesano (9 agosto 1944) nella quale le truppe tedesche in ripiegamento verso la linea Gotica furono sconfitte dal 2° Corpo d'armata polacco.

L'arrivo della guerra mutò radicalmente la vita cittadina sul piano politico, sociale e militare: la questione dei profughi, la carenza di approvvigionamento e la penuria di generi alimentari, unite alla occupazione tedesca, alla condizione della comunità ebraica locale e all'attività antifascista e resistenziale, fecero sentire in maniera pressante la propria morsa.

Alcuni documenti rinvenuti nell'Archivio storico comunale gettano nuova luce sulla presenza presso la Colonia Unes di internati ebrei e slavi, questione che ha animato di recente un vivace confronto tra studiosi, politici e amministratori ed è stata ripresa dalla stampa locale e nazionale.

Un'appendice costituita da un'essenziale cronologia dei bombardamenti sulla città e da un'inedita cronaca sulla battaglia del Cesano scritta da un ufficiale polacco, concludono l'opera.


Indice
Introduzione

1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

2. Gli sfollati a Senigallia

3. L'occupazione tedesca a Senigallia

4. Gli ebrei a Senigallia

5. L'antifascismo e la resistenza a Senigallia

6. La battaglia del Cesano: il fronte a Scapezzano e Roncitelli e la storia del 2° Corpo d'armata polacco

7. Dopoguerra

Appendice documentaria

A. Cronaca di un ufficiale polacco

B. Alcuni militari polacchi

C. Cronaca dei bombardamenti

Indice analitico

L'autore


Note biografiche
Gilberto Volpini è nato a Senigallia il 9 gennaio 1951.

volpini120.jpgImpiegato e archivista presso la Biblioteca "Antonelliana" di Senigallia (An), ha pubblicato alcuni lavori di storia politica e sociale sull'età contemporanea, tra cui "Scapezzano. Storia di una comunità" (2000) e "L'iconografia della guerra" in "Le Marche e la Grande guerra" (2008).

È socio del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.


Estratto
1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

La città di Senigallia nel 1943 viveva come l'Italia intera una situazione molto difficile.

Tre anni di guerra avevano prostrato la nazione sotto il profilo economico e sociale e la città adriatica non si sottraeva a questa triste situazione, anzi la scontava maggiormente in virtù di un insieme di eventi.

Nel gennaio di quell'anno tutte le traversie che questa stava vivendo erano destinate a sopirsi per un certo periodo: Senigallia era in procinto di diventare il set cinematografico del film "La prigione", tratto dal romanzo dello scrittore senigalliese Mario Puccini.

Questi si era trasferito a Roma da diversi anni, anche se manteneva profondi legami con la città natale, dove possedeva un villino.

Nel 1939 era stato uno dei candidati alla nomina di Accademico d'Italia, che era stata caldeggiata dal podestà Allegrezza e dal ministro di cambi e valute onorevole Riccardi, nato a Mosca da madre russa e da padre senigalliese.

Nel gennaio 1943, Puccini ebbe uno scambio epistolare con Allegrezza. Innanzitutto, lo informò dell'arrivo in città del regista Cerio Ferruccio, per visionare i luoghi di ambientazione del film; in seguito lo ringraziò per l'assistenza fornita al Ferruccio e gli comunicò la probabile visita in città ed al set cinematografico del ministro della cultura Pavolini, che era molto interessato a quella produzione.

In una cartolina postale spedita nel febbraio, lo scrittore senigalliese informò il podestà del suo arrivo e che le riprese del film sarebbero iniziate il 22 o il 25 febbraio; che il cast era di prima qualità e che doveva prendere accordi con l'Unes per la fornitura di almeno 5 Kw di energia elettrica.

Peraltro, questo si rivelò un simpatico avvenimento che non andò assolutamente a modificare la deprimente condizione generale.

La situazione economica della città era già precaria prima dell'inizio della guerra, il numero di disoccupati era molto elevato, la spinta economica del periodo della ricostruzione dopo il terremoto del 1930 si era esaurita, per cui erano necessari, per risolvere i problemi della mancanza del lavoro, cospicui investimenti nell'industria.

La fabbrica dei lini, che nel periodo alto della lavorazione occupava oltre 700 addetti, era attiva da pochi anni ed aveva cessato la produzione.

Al 30 giugno 1943, risultavano impiegati nelle aziende private senigalliesi, secondo una statistica del Comune, 161 addetti nella fabbrica dei cementi e 87 persone nella ditta Cerere che costruiva macchine per l'agricoltura; vi era poi il cantiere della ditta S.C.I.C. che, impegnato nella costruzione di una fabbrica per la lavorazione delle carni (dove attualmente si trova il Centro Recuperi della Polizia di Stato), dava lavoro a 400 unità lavorative.

Vi erano poi in città alcune ditte edili artigiane e compagnie di facchini che occupavano alcune decine di persone.

Queste modeste attività industriali, insieme all'artigianato sempre più in crisi per la mancanza di denaro ed all'agricoltura, erano le uniche fonti di reddito per sostenere la popolazione, che stentava a mettere insieme pranzo e cena sia per la scarsità dei prodotti sia per il loro elevato prezzo.

Nei tre anni di guerra i prezzi dei prodotti alimentari, benché calmierati, avevano subito aumenti vertiginosi; prodotti di prima necessità come carne, latte, pane, lardo, burro, pasta e zucchero erano cresciuti di prezzo in una percentuale del 200%.

Nella stesso periodo di belligeranza i salari degli operai avevano avuto un incremento del 40-50 %.

Nel mercato ufficiale, i prezzi erano elevati e la merce insufficiente cosicché si era creato un mercato parallelo (la borsa nera), dove i prodotti alimentari e voluttuari subivano a confronto dei prezzi calmierati, già abbastanza alti per le tasche dei meno abbienti, aumenti esponenziali.

Basta confrontare i prezzi della borsa nera a con quelli ufficiali posti tra parentesi: la farina L. 30-40 (2), olio 150-200 (13-14), carne 150 (10-12) e così via dai legumi fino all'oro e l'argento.

Oltre alla mancanza di cibo vi era anche la carenza di carbone e legna per cuocerlo ed anche l'olio combustibile per il riscaldamento.

La legna nell'agosto del 1943 era molto cara, variando da L. 48 a L. 56 al q., mentre il carbone costava L. 1,75 al Kg.

A causa dei prezzi alti e della scarsità dei prodotti per il riscaldamento, l'inverno del 1943/44 si presentava duro e difficile.

Visto lo scarso raccolte delle olive dovuto alla grave siccità dell'estate '43, per evitare imboscamenti dell'olio di oliva, il 22 novembre il dott. B. Pilato, ispettore del ministero dell'Agricoltura, emise un'ordinanza nella quale obbligava l'Amministrazione comunale a vigilare sulla molitura delle olive, che doveva essere fatta solo in 4 frantoi (quelli di Enrico Cavallari, Giacomo Crivellini, Teresa Durazzi e Italiano Spinaci).

Gli altri frantoi presenti nel territorio comunale dovevano restare chiusi con i macchinari sigillati.

La città doveva far fronte non solo ai problemi interni, che riguardavano i suoi abitanti, ma anche a quello delle centinaia di profughi che nel corso dell'anno arrivarono in città, ai quali l'Amministrazione comunale doveva dare una sistemazione decente.

Furono inoltre attrezzati alcuni ospedali militari, per l'assistenza dei militari feriti al fronte.

Questi erano così predisposti: Caserma Avogadro per 400 degenti; Colonia Ferrovieri 220; Colonia Maria Pia di Savoia 276; Colonia Umberto di Savoia 178; Ospedale Civile e Orfanotrofio Femminile 308; Collegio Pio IX 200.

Il primo treno di militari e feriti provenienti dai fronti di guerra arrivò a Senigallia il 24 dicembre 1940.

Questi treni carichi di ammalati venivano accolti, inizialmente, dalle autorità civili e militari e dalla popolazione, che dimostrava grande affetto per queste sfortunate persone; in seguito, divenuti gli arrivi più frequenti, la gente cominciò a comprendere la drammaticità della guerra e il segretario del P.N.F., per evitare problemi, ordinò alla forza pubblica di vietare ai borghesi di assistere allo scarico dei feriti dai treni.

La popolazione della città affrontò tutte queste difficoltà nella calma più assoluta: il regime controllava con discrezione la vita sociale ed economica, la guerra non aveva ancora toccato in maniera tangibile Senigallia, tutto era pronto per eventuali attacchi aerei.

Fin dal 1941 erano stati individuati nei sotterranei dei conventi del Carmine e di S. Martino, in quelli del palazzo ex Marcolini e nella Rocca roveresca, le sedi dei rifugi pubblici antiaerei, dove la popolazione civile poteva ripararsi dalle eventuali incursioni.

La custodia e la manutenzione dei rifugi fu affidata ai religiosi e alle religiose che vi risiedevano, mentre quello della Rocca fu affidata al custode, sig. Zingaretti.

Questi dovevano provvedere all'approvvigionamento di acqua potabile, curare la conservazione dei medicinali e dei vari attrezzi da lavoro che potevano essere utilizzati in caso di bisogno (pale, picconi, ecc.); inoltre dovevano tenere in efficienza i lumini ad olio, da usare in mancanza dell'energia elettrica.

Il 21 maggio 1943 il podestà Allegrezza, inviò al ministero degli Interni - Direzione Genera-le Servizi per la protezione antiaerea - una richiesta di finanziamento di nuovi rifugi per la popolazione civile.

La lettera di risposta del ministero fu negativa per le difficoltà di reperire materiale e manodopera anche perché, secondo le previsioni, Senigallia non era un obiettivo strategico e l'interesse andava di preferenza per località maggiormente esposte al pericolo.

Il Comando del presidio militare di Senigallia, preoccupato per probabili azioni nemiche in particolari emergenze, inviò il 12 luglio a tutti gli enti del presidio delle direttive molto rigide alle quali tutti i comandati dovevano attenersi.

Queste emergenze riguardavano i bombardamenti aerei, le incursioni di paracadutisti ed azioni di ordine pubblico.

Riguardo il lancio di paracadutisti doveva venire informato immediatamente il Comando del presidio che avrebbe attuato un piano prevedente il coinvolgimento di tutte le forze militari poste sul territorio comunale, compresa la Milizia.

Vi era da parte dell'autorità un certo timore per il mantenimento dell'ordine pubblico: la carenza di beni, infatti, avrebbero potuto generare del malcontento e creare seri problemi al regime; di qui la procedura di sciogliere immediatamente assembramenti di persone in atteggiamento sospetto o aperte manifestazioni di qualsiasi natura.

I militari del 94° Fanteria dovevano garantire le evenienze, si trovavano in continuo stato di allerta, armati e pronti anche durante la libera uscita: in caso di partenza da Senigallia, il Battaglione doveva lasciare a disposizione un ufficiale, sette graduati e trenta militari di truppa.

Tra i forti disagi della popolazione e le preoccupazioni delle autorità militari e civili per la grave situazione che si stava delineando in Italia, si avvicinava la fatidica data del 25 luglio 1943, che mutò radicalmente la sorte del paese.

La notizia dell'arresto di Mussolini arrivò a Senigallia in un frangente delicato: la città stava vivendo un momento di grave difficoltà proprio perché in quei giorni erano giunti da Roma, dopo il bombardamento del 19 luglio, decine di sfollati, la cui assistenza costituiva un grosso problema.

Gli avvenimenti nazionali non coinvolsero più di tanto la popolazione cittadina, non si verificarono momenti di tensione e tutto rimase nella normalità.

Nei giorni successivi al 25 luglio si riunì il primo Comitato antifascista formato, pare, da Fratti Calamosca, Palamede Giunchedi, Enrico Gramaccioni, Oberdan Magnani, Alberto Zavatti; secondo il Monti Guarnieri la loro attività fu di breve durata.

Il podestà Allegrezza rimase a capo dell'Amministrazione comunale e continuò a deliberare fino al 13 agosto 1943, come risulta dagli atti ufficiali del Comune; questo dimostra che non ci furono grandi forzature ed eccessiva premura di cancellare le istituzioni fasciste.

In data 11 agosto 1943 il prefetto della provincia di Ancona, dott. Sacchetti , nominò il consigliere di prefettura, avvocato Mario Niccolini, commissario ed incaricato della temporanea amministrazione del Comune di Senigallia in luogo del podestà Aldo Allegrezza, richiamato alle armi.

La nomina del Niccolini a commissario prefettizio per Senigallia avvenne con decreto del prefetto Sacchetti dell'11 agosto 1943: il compenso consisteva in una diaria di 90 lire giornaliere lorde, oltre al rimborso delle spese.

Fu protocollato alla segreteria del Comune il 17 agosto, mentre il 19 furono emessi i primi atti amministrativi che riguardavano la defascistizzazione delle istituzioni, come prevedeva la politica del nuovo governo.

Tornando indietro di qualche settimana, all'inizio del governo Badoglio, erano già arrivate al podestà alcune direttive riguardanti la cancellazione delle scritte di propaganda del regime fascista.

Il lavoro di cancellazione fu affidato dall'ingegnere comunale Manganelli ad un funzionario comunale, che facendo le veci del podestà, ordinò ad alcuni operai di eseguire il lavoro durante le ore notturne.

Fu così richiesto al Comando del presidio militare ed al comandante dei Carabinieri il permesso di circolazione notturna per sei lavoratori.


Consigli di lettura
L' Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-1945 (Laterza, 2009) di Marco Patricelli.

Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav (Laterza, 2004) di Tommaso Baris.


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Via Portici Ercolani, 74/75
Senigallia (AN)
Tel. 071 64.419.


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Autore: Emanuela Sansoni

Prima edizione: 05/2009

Edizione corrente: 05/2009

EAN-ISBN: 9788890387517

Pagine: 112

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.2

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Il libro analizza dal punto di vista legislativo e sociale i turbolenti anni che seguirono la costituzione del nuovo Stato italiano.

Vengono prese in esame in particolar modo le disposizioni che riguardarono più da vicino il mondo religioso e che stabilirono, con la legge del 7 luglio 1866 e quella del 15 agosto 1867, la definitiva soppressione di molte congregazioni religiose, la conseguente cessione allo Stato di tutte le relative proprietà e la dispersione dei religiosi che vi vivevano.

Partendo dalla realtà nazionale italiana e passando attraverso la peculiarità marchigiana viene proposto il caso di Pausula (l'attuale Corridonia), una piccola città della provincia di Macerata in cui il passaggio epocale dal regime papalino a quello laico ebbe una forte ripercussione sui principali aspetti civili, sociali ed affettivi della vita dei suoi abitanti.


Indice
Introduzione

1. La Situazione delle Marche dall'Unità al 1867

2. La legislazione del Regno d'Italia dal 1860 al 1864

3. La legge n. 3036 del 7 luglio 1866

4. La legge n. 3848 del 15 agosto 1867

5. La situazione legislativa nella provincia di Macerata

6. Le conseguenze delle leggi di soppressione a Pausula

7. L'ordine dei minori conventuali

8. Le clarisse di San Giovanni Battista

9. L'ordine dei minori osservanti

10. L'ordine dei cappuccini

11. La reazione della Chiesa

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
Emauela Sansoni è nata a Velletri il 2 dicembre 1975.

sansoni10.jpgSi è laureata nel 2003 in Lingue e Letterature straniere moderne presso l'Università di Macerata, con una tesi in lingua e letteratura tedesca.

Dopo il periodo universitario ha compiuto un periodo di studi presso la Friedrich Universität di Jena.

Nel 2008 ha conseguito la Laurea in Lettere, laureandosi con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente vive e lavora a Corridonia.

È autrice del saggio L'attività delle Giunte e dei Consigli comunali a Macerata nel 1860-1861 in Macerata e l'Unità d'Italia (Codex, 2010).


Estratto
1. La Situazione delle Marche dall'Unità al 1867

La questione della soppressione delle corporazioni religiose suscitò numerosi ed accesi dibattiti che divisero tanto l'opinione pubblica quanto il Parlamento.

Da una parte si collocava chi in senso anticlericale voleva annullare il potere della Chiesa, dall'altra una visione più conciliatrice sosteneva la necessità di riconoscere al clero un'importanza reale all'interno della società italiana.

La storiografia degli ultimi trent'anni ha studiato queste due linee di pensiero dal punto di vista religioso, culturale, istituzionale e sociale riuscendo in questo modo ad offrire una chiara visione della situazione a livello nazionale.

Per quanto riguarda l'ambito marchigiano, le pubblicazioni hanno prediletto, nella trattazione, le tematiche preunitarie.

Come spesso accade, il clamore e in qualche modo il fascino della lotta armata hanno nascosto la reale portata del processo di integrazione della regione nell'Italia unita, processo che al momento della conquista militare, era ancora tutto da avviare.

Eppure, dopo le tante parole dedicate a quei pochi momenti di scontro tra l'esercito piemontese e quello pontificio, il silenzio.

Del periodo immediatamente successivo la battaglia di Castelfidardo, con cui le Marche furono annesse al Regno di Sardegna e poi a quello d'Italia, solo pochi hanno scritto.

Tra questi testi ce ne sono, però, alcuni che descrivono in maniera approfondita e sotto diversi punti di vista quel momento di fondamentale importanza che fu il periodo postunitario.

Uno dei primi autori che si sono interessati a questo periodo storico è Michele Polverari che, con il suo scritto "Lo stato liberale nelle Marche: il commissario Valerio" (1978), ha analizzato in maniera approfondita l'opera svolta da Lorenzo Valerio durante il 1861, anno in cui quegli si trovò per quattro mesi nelle Marche.

L'autore affronta, percorrendo in dettaglio le decisioni prese dal regio commissario inviato ad operare in nome di Vittorio Emanuele II, uno studio dell'economia, della società e delle istituzioni della regione, riuscendo a fotografare bene soprattutto quelli che furono i momenti immediatamente posteriori all'annessione.

Di taglio più documentaristico e supportato da un notevole studio d'archivio è il saggio di Francesco Avarucci (1979), "Documentazione archivistica sulla soppressione degli ordini religiosi in provincia di Macerata dopo l'annessione" contenuto nel volume "Aspetti della cultura e della società nel Maceratese dal 1860 al 1915": l'autore ha proposto vari dati statistici che hanno mostrato la portata del cambiamento successivo ai decreti eversivi.

Di quasi dieci anni dopo è l'intervento (1987) di Paola Magnarelli all'interno della collana Einaudi "Le regioni d'Italia", in cui l'attenzione è rivolta prevalentemente alla società marchigiana e alla svolta epocale che comportò per la regione il passaggio dallo Stato pontificio al Regno d'Italia.

Benché in questo testo le soppressioni siano pressoché accennate, esso risulta fondamentale per la comprensione degli aspetti sociali, economici e religiosi delle Marche in età liberale.

La sua lettura, quindi, è da ritenersi necessaria soprattutto per il formarsi di una visione d'insieme dell'ambiente su cui le leggi di soppressione andarono ad agire.

Preponderante per lo studio delle soppressioni a livello marchigiano è, invece, il testo del 1997 di Antonella Gioli: "Monumenti e oggetti d'arte nel Regno d'Italia: il patrimonio artistico degli enti religiosi soppressi tra riuso, tutela e dispersione; inventario dei beni delle corporazioni religiose".

In esso l'autrice prima rivisita il dibattito parlamentare che portò all'emanazione delle due leggi, poi sviluppa uno studio preciso e puntuale delle conseguenze che i provvedimenti ebbero soprattutto sui monumenti; il libro, infatti, più che un taglio storico-cronologico propone un'ampia visione architettonico-artistica, in cui risulta prevalente la trattazione dei grandi dissesti che le due disposizioni legislative provocarono.

In modo particolare l'autrice riflette sulla forte incertezza che si creò all'interno della regione per quanto riguarda la riorganizzazione delle proprietà degli ordini soppressi: indecisione che provocò spesso la perdita di opere d'arte di grande valore, nonché l'abbandono di imponenti edifici; il testo offre inoltre una visione delle vicende che colpirono i beni artistici ed architettonici, affidandosi a numerosi esempi che vanno a toccare moltissimi luoghi marchigiani.

Un altro scritto sicuramente importante è quello di Mauro Compagnucci, "Le conseguenze urbanistiche delle soppressioni civili degli ordini religiosi attuate nella provincia di Macerata nel corso del 19° secolo" (2002).

Qui l'attenzione è posta sull'attaccamento che la popolazione mostrava nei confronti dei sacerdoti; l'autore concentra la sua analisi su tutte le conseguenze civili e sociali che le leggi ebbero.

All'indagine sulle leggi e sulla società marchigiana mancava, a questo punto, uno studio che analizzasse in maniera approfondita la politica postunitaria della regione: mancanza supplita dal lavoro di Marco Severini Protagonisti e controfigure (2002), in cui viene scandagliata minuziosamente la storia politico-elettorale dell'Italia liberale, delineando le caratteristiche di fondo dei deputati e degli elettori marchigiani; la lettura di questa ampia ricerca risulta fondamentale anche per avere una visione che contestualizza le Marche nel più largo quadro nazionale.

Il periodo immediatamente successivo all'annessione d'Italia fu un momento di fondamentale importanza.

Una volta conquistati i territori, infatti, il nuovo Regno rimaneva ancora tutto da fare e organizzare.

Occorreva, innanzitutto, operare un modellamento delle diverse legislature allora vigenti sulla base di quella piemontese.

Ciò provocò un vero e proprio sconvolgimento nella vita di chi fino allora aveva vissuto la dominazione pontificia.

Un essenziale punto di discordia era rappresentato dalle disposizioni che riguardavano più da vicino il mondo religioso.

In tutta la regione la presenza del clero era infatti massiccia e costituiva un punto nevralgico della forza della Chiesa.

Le reazioni alle disposizioni legislative sull'asse ecclesiastico provocarono grandi dissensi.

Il caso di una piccola cittadina della provincia di Macerata, Pausula, dove l'influenza dei cattolici era stata tradizionalmente molto forte è un esempio particolarmente interessante per cercare di capire le vicende che colpirono gli ordini soppressi, nonché le reazioni degli abitanti, che con i religiosi avevano un legame intenso.

Un legame che, tra l'altro, rimase intatto nel tempo nonostante la loro scomparsa di certi ordini.

Tuttora alcuni luoghi della città vengono chiamati con i nomi degli antichi frati che vi abitavano.

Pausula entrò a far parte del Regno d'Italia in seguito al 18 settembre 1860. In quella giornata venne combattuta la battaglia di Castelfidardo, che vide la vittoria delle truppe piemontesi su quelle pontificie, con la successiva annessione tanto delle Marche quanto dell'Umbria al nuovo Stato di Vittorio Emanuele II.

In vista dell'imminente invasione delle due regioni centrali, il re aveva predisposto un esercito di 40.000 uomini, divisi in due tronconi.

Uno, condotto dal generale Enrico Cialdini, seguiva lungo l'Adriatico la via delle Romagne, per occupare le Marche; l'altro, guidato dal generale Manfredo Fanti, doveva arrivare in Umbria, passando attraverso gli Appennini.

Da parte sua, il papa aveva chiesto l'aiuto dei francesi, capitanati dal generale Lamoricière, che da Spoleto stava cercando di raggiungere Ancona, oltrepassando prima Tolentino e poi Macerata.

Lungo la strada, però, incontrò, a Castelfidardo, Cialdini, temibile nemico, decisamente meglio equipaggiato.

Lo scontro frontale av-venne presso la frazione Crocette.

Le forze papali, molto inferiori dal punto di vista numerico, non avevano molta speranza e se a questo si aggiungono una serie di errori di valutazione da parte del comandante francese l'esito della battaglia appariva scontato.

In poche ore le truppe del generale Cialdini costrinsero l'avversario ad una fuga frettolosa e disorganizzata verso Ancona.

Contemporaneamente, tutto questo permise al Fanti di marciare da Tolentino verso Macerata, dove entrò il 20 settembre dello stesso anno.

Intanto, due commissari, uno di Morrovalle, il conte Francesco Grisei, l'altro di Civitanova, il cavaliere Francesco Frisciotti, organizzarono un corpo di volontari, provenienti sia dal Maceratese che dall'Ascolano, che presero il nome di Cacciatori delle Marche.

Il loro compito era quello di sostenere al meglio l'esercito ufficiale e regolare, ostacolando le mosse di quello pontificio.

Quando il 18 settembre ricevettero la notizia della vittoria a Castelfidardo, si appostarono presso Cupramarittima, dove catturarono un gruppo di fuggiaschi appartenenti alle sconfitte truppe papaline.

Il Lamoricière, intanto, si era rifugiato, insieme ad una parte dei suoi uomini, in Ancona.

Qui tentò inutilmente di difendersi a tutti i costi, illudendosi di ricevere un aiuto dal proprio paese.

Ma i piemontesi ritenevano necessario conquistare la città il prima possibile.

L'assedio venne organizzato su due lati: via mare, con la flotta comandata dal vice ammiraglio Persano, e via terra, dal vittorioso Cialdini.

Anche questa volta la potenza dell'esercito rivale frantumò ogni aspettativa del Lamoricière, che ufficialmente si arrese il 29 settembre, consegnando la piazza e costituendosi prigioniero insieme a quel che rimaneva del suo presidio.

L'occupazione delle Marche era finalmente completata.

Pausula e le Marche passavano dal regime pontificio allo Stato laico e liberale ed entravano ufficialmente a far parte del nuovo Regno d'Italia proclamato ufficialmente a Torino il 17 marzo 1861.


Consigli di lettura
Il potere dei papi. Dall'età moderna a oggi (Laterza, 2010) di Rudolf Lill.


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9788890387500.jpg

Autore: Marco Severini

Prima edizione: 12/2008

Edizione corrente: 12/2008

EAN-ISBN: 9788890387500

Pagine: 156

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.1

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storiografia

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Descrizione
Il libro propone in chiave storiografica alcune recenti ricerche di storia contemporanea.

Sono affrontati temi e aspetti che rivelano un evidente legame con la modernità.

L'attualità di Mazzini e l'eredità di Romolo Murri.

L'importanza di Giolitti e il percorso politico e intellettuale di esponenti del primo Novecento.

Il ruolo dei notabili, di minoranze, istituzioni e dei partiti politici nell'Italia contemporanea.

I traumi delle guerre mondiali, i volti della Resistenza, l'affermazione degli ideali nonviolenti, antimilitaristi e pacifisti, la memoria del Sessantotto.

Itinerari e contesti diversi, analizzati e approfonditi per contribuire al vivace dibattito in corso nel settore contemporaneistico.


Indice
Introduzione

1. Lo sdoganamento di Mazzini

2. Il ritorno di Giolitti

3. L eredità di Romolo Murri

4. Minoranza operosa

5. Il ruolo dei fratelli

6. I notabili nella città

7. Guerre mondiali, contesti periferici

8. I volti della Resistenza

9. La modernità di Rodolfo Mondolfo

10. Socialismo mazziniano

11. La solitudine irenica dell'obiettore

12. Il cuore nel Sessantotto

13. La diaspora dei partiti

Nota a margine

Indice analitico

L'autore


Note biografiche
Marco Severini insegna discipline storiche dell'età contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata.

marco_severini10.jpgAutore di numerose pubblicazioni di storia contemporanea, ha vinto nel 1999 il Premio Nazionale di Cultura Frontino-Montefeltro con il volume "La rete dei notabili" (1998).

Si è occupato in particolare, di Mazzini, Garibaldi e della Repubblica Romana del 1849, dell'età giolittiana, del primo dopoguerra in Italia e della storiografia italiana dell'età contemporanea.

Tra i suoi volumi:

Armellini il moderato (Ist. Editoriali e Poligrafici, 1995),

Vita da deputato (Marsilio, 2000),

Protagonisti e controfigure (Affinità Elettive Edizioni, 2002),

Percorsi infranti (Affinità Elettive Edizioni, 2004, 2006),

Notabili e funzionari (Affinità Elettive Edizioni, 2006),

Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007),

Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive Edizioni, 2008),

Dizionario biografico del movimento repubblicano e democratico delle Marche 1849-1948 (Codex, 2012),

la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009),

del volume Macerata e l'Unità d'Italia (Codex, 2010),

e del volume Le Marche e l'Unità d'Italia (Codex, 2010, 2011).


Estratto
1. Lo sdoganamento di Mazzini

I bicentenari della nascita di Mazzini e Garibaldi hanno dato luogo ad una vasta produzione storiografica e pubblicistica, con lavori non di rado pregevoli e originali, ma a nessuna nuova biografia.

Tuttavia, il pensiero mazziniano è riuscito, dopo quasi un secolo in cui si sono avvicendati nei suoi confronti l'ostracismo dell'Italia liberale e la fascistizzazione ad opera di Gentile, a rilanciare i suoi principi e le attualissime idealità nell'Italia repubblicana e democratica, dovendo però fare i conti con le due nuove culture egemoni del Novecento, la marxista e la cattolica.

I duri ed inflessibili giudizi di Marx su Mazzini hanno purtroppo fatto scuola quanto gli stereotipi e le banalizzazioni degli ambienti cattolici intransigenti e solo grazie alle ultime generazioni di studiosi si sono aperti filoni di studio e di interpretazione chiari, filologicamente attenti e decisamente avvincenti sul piano interpretativo.

Per limitarci ad alcuni esempi, sull'europeismo di Mazzini e sulla sua idea-forza della partecipazione democratica, in palese antitesi con il programma marx-engelsiano, disponiamo di una serie di ricerche di Salvo Mastellone.

Dal canto suo, la collana "Studi Mazziniani" ha proposto agli inizi del 2008 due interessanti volumetti: il primo dei quali dedicato al Seminario svoltosi a Palermo (15 dicembre 2005), in margine alla presentazione dei due volumi Mazzini e gli scrittori politici europei, e alla raccolta di alcuni saggi di giovani studiosi siciliani sul rapporto tra il genovese e la dimensione politica e culturale isolana, mentre il secondo ha offerto un contributo importante allo studio della partecipazione di Mazzini al dibattito pre-quarantottesco sulla democrazia e sul rapporto tra quest'ultima e la religione, dibattito che si svolse tra i radicali e i riformatori in esilio a Londra tra 1845 e 1850 e trovò ospitalità soprattutto sulla "Northern Star".

Va anche menzionato il ruolo pedagogico e divulgativo svolto dall'Associazione Mazziniana Italiana e dal suo periodico "Il Pensiero Mazziniano", giunto al 63° anno di attività.

Inoltre è appena uscita una ricerca di Giovanna Angelini sugli scritti mazziniani comparsi su "La Roma del Popolo", ricerca che ha ricostruito l'itinerario più maturo del genovese ponendolo in relazione ad alcuni aspetti essenziali del suo impegno e pensiero: la difesa dell'ideale repubblicano e la delusione per l'unificazione monarchica del paese; la confutazione delle teorie contrattualistiche del liberalismo classico e dei principi classisti e marxisti; il solido disegno democratico e associazionistico; la riproposizione del binomio pensiero-azione come sintesi di aspetti teorici e impegno pratico e organizzativo; la collaborazione tra popoli e nazionalità; le critiche sulle formulazioni incerte e dottrinarie degli stessi padri dell'Illuminismo circa alcune questioni centrali quali la sovranità nazionale, la divisione dei poteri e il superamento dell'ancien regime.

Ma c'è un problema decisamente più rilevante.

Mazzini a scuola si legge e si studia pochissimo e la sua presenza nelle aule universitarie, fatte alcune eccezioni, è ancora più meteorica.

Le responsabilità di questo stato di cose, che si è prolungato lungo tutto l'intero secondo dopoguerra, sono da ascriversi a diversi soggetti, ma la scuola e l'università italiana, con i rispettivi paradossi e ritardi, le debite incongruenze e problematicità, rientrano senza dubbio tra questi.

La mancata metabolizzazione di Mazzini e del pensiero mazziniano da parte della cultura italiana dipende anche da questi ritardi.

In questa drammatica condizione la ricerca storiografica deve continuare a suggerire itinerari critici di riflessione e di confronto.

Lungi dal proporre una rassegna di studi mazziniani, interessa analizzare una delle ricerche più innovative che sono comparse nelle librerie italiane prima dell'inizio del bicentenario mazziniano, e cioè il lavoro di Michele Finelli, studioso toscano, che in un'opera seria e documentata ha scavato sull'origine e sulla fortuna dell'Edizione Nazionale degli scritti di Mazzini, primo italiano contemporaneo a ricevere simile onore.

Una lettura che può aiutare a comprendere le ragioni di un fenomeno tuttora in fieri, lo sdoganamento solo parziale del pensiero e dell'insegnamento mazziniano.

La storia dell'Edizione Nazionale degli scritti mazziniani è una parte non secondaria della vicenda storica italiana e la riprova viene offerta dall'autore con la ricostruzione attenta del ruolo dei personaggi che offrirono il proprio, differente, contributo all'impresa: Andrea Costa, firmatario e sostenitore della "Cooperativa Tipografico Editrice Paolo Galeati" (sorta ad Imola il 30 ottobre 1900 dalla fusione di quattro precedenti imprese tipografiche), deciso a legare il proprio nome alla figura di quel padre della patria che aveva profondamente influenzato la sua formazione politica; Vittorio Emanuele Orlando, ministro di spiccata sensibilità storica, e membro della Commissione suddetta che nel 1906 licenziò il primo dei 106 volumi che sarebbero stati pubblicati nell'arco di 37 anni; Giosue Carducci, Giovanni Gentile e Benedetto Croce, altro titolare della Minerva nel quinto ministero giolittiano, attento a non far perdere all'operazione mazziniana le sovvenzioni statali nella difficile transizione del primo dopoguerra.

Studioso di grande acribia e infaticabile lena, "mazziniano di stretta osservanza", Mario Menghini fu "lo scultore" del monumento di carta, che non avrebbe mai visto la luce senza la competenza e la passione del risorgimentista così come senza il prezioso rapporto di lavoro tra questi e Ugo Lambertini, direttore tecnico della tipografia Galeati di Imola.

Insieme ai personaggi, viene ricostruita l'immagine debole di Mazzini nel secondo Ottocento e la sfida "senza vincitori" tra pedagogia della memoria e pedagogia laica.

Nel primo quarantennio postunitario lo Stato liberale fece di tutto per far dimenticare la figura e l'opera di Mazzini e il 10 marzo 1872, pervenuta alla Camera la notizia della morte del genovese, il premier Lanza rimase ostentatamente seduto; il conseguente rifiuto di una commemorazione ufficiale a Montecitorio fu il primo atto di un prolungato ostracismo da parte dell'Italia ufficiale, ostracismo che venne confermato dall'esclusione dai programmi scolastici, dalle ricorrenze celebrative e dalla stessa prima grande ondata monumentale che attraversò il paese tra 1871 e 1911; alla politica monumentale dell'Italia sabauda cercò di dare una risposta significativa la pedagogia laica e repubblicana, prima con l'uscita de "I Doveri dell'Uomo" nel 1860 e poi, a partire dal 1861 e fino al 1904 dapprima con l'Edizione daelliana, cioè con la pubblicazione degli Scritti editi e inediti avvenuta, tra 1861 e 1864, per i primi sette volumi presso l'editore milanese Gino Daelli, poi con l'ottavo, nel 1871, ad opera del libraio meneghino Levino Robecchi, e con i successivi dodici editi a cura, fino al 1904, della Commissione Editrice degli Scritti di Giuseppe Mazzini.

Dal canto loro, gli stessi custodi dell'eredità mazziniana, disorientati senza dubbio dall'ostilità governativa, gestirono con difficoltà l'eredità del Maestro e consolidarono, indirettamente, la debolezza della sua immagine nell'Italia risorgimentale.

L'autore esamina accuratamente il passaggio dell'istituzionalizzazione di Mazzini nell'Italia giolittiana, che avvenne in un contesto nuovo in cui storici e studiosi chiedevano spazio, facendo transitare la storiografia mazziniana da una dimensione tendenziosa e agiografica verso un approccio propriamente scientifico.

Così, dall'adozione scolastica dei Doveri, non senza forti polemiche politiche, i socialisti paragonarono Mazzini ad un prete e lo tacciarono di dogmatismo, i cattolici scrissero senza mezzi termini "Fuori il regicida!" ed emendamenti snaturanti l'opera mazziniana (su tutti, l'alterazione della matrice profondamente repubblicana, come ebbe a sottolineare, tra gli altri, Napoleone Colajanni), si passò al regio decreto sopra ricordato: ma il monumento nazionale all'esule, proposto da Crispi e approvato dal Parlamento nel 1890, sarebbe stato inaugurato solo nel 1949.


Consigli di lettura
Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana (Laterza, 2007) di Stefano Pivato.


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