Autori: Silvia Bolotti, Irene Manzi, Gilberto Piccinini, Emanuela Sansoni, Marco Severini
Curatore: Marco Severini
Prima edizione: 03/2010
Edizione corrente: 03/2010
EAN-ISBN: 9788890387548
Pagine: 108
Illustrazioni: 47
Rilegatura: Filo refe
Dimensioni: 24x28 cm
Prezzo di copertina: 20,00 Euro
Collana: Storia Italiana, n.6
Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale
Descrizione
Gli avvenimenti del 1860-61 determinarono un radicale mutamento nella storia di Macerata.
Il trapasso dei poteri, l'apporto di patrioti e notabili, la gestione del commissario Valerio, la consultazione plebiscitaria, l'inserimento nello Stato sabaudo, la nuova organizzazione amministrativa e civile rappresentarono un'evidente cesura nella vicenda storica della città e della provincia maceratese.
Una cesura che avrebbe decisamente influenzato gli sviluppi del nuovo capoluogo italiano.
Indice
Introduzione
Marco Severini
1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61
Emanuela Sansoni
2. L'attività delle Giunte e dei Consigli comunali a Macerata nel 1860-1861
Irene Manzi
3. La Provincia di Macerata tra la fine del regime pontificio e l'Unità d'Italia
Silvia Bolotti
4. Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti
Gilberto Piccinini
5. Creare le Marche
Cronologia
Indice dei nomi
Gli autori
Note biografiche
Marco Severini insegna Storia della storiografia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata. Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana".
Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo.
Tra i suoi recenti lavori:
Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007),
Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive Edizioni, 2008),
Le storie degli altri (Codex, 2008),
e la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009).
Emanuela sansoni è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena.
Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano.
È autrice, per i nostri tipi, della monografia La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula (Codex, 2009).
Irene Manzi è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (2003).
Ha partecipato a diversi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con diverse riviste storiche.
Silvia Bolotti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento.
È autrice, per i nostri tipi, della monografia Macerata nella prima guerra mondiale (Codex, 2010).
Gilberto Piccinini insegna Storia contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento.
Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.
Tra i suoi recenti lavori:
Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008);
e la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008).
Estratto
1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61
Eredità e cesure
È noto sul piano storiografico come il passaggio dallo Stato Pontificio al Regno d'Italia comportò un generale declassamento per la comunità maceratese: il ruolo preminente che si era guadagnata nel corso dei secoli, la tradizionale fedeltà al potere temporale - ampiamente ribadita sotto il pontificato di Pio IX -, la rilevanza di istituzioni governative, giuridiche e culturali e la stessa secolare presenza di enti religiosi, cedettero il posto alla nuova organizzazione amministrativa introdotta inizialmente dal commissario straordinario Lorenzo Valerio e poi inserita nel nuovo ordinamento italiano.
Né le cesure e i trapassi di regime del periodo franco-napoleonico, né il goffo tentativo insurrezional-carbonaro del 1817 e neppure la radicalizzazione politica conosciuta sotto la Repubblica Romana del 1849 - durante la quale, peraltro, la città si era conquistata una certa visibilità con la controversa elezione a deputato della Costituente romana di Garibaldi, che aveva ricambiato con la dedica della prima vittoria contro i francesi di Porta S. Pancrazio (30 aprile 1849) - erano riusciti ad alterare il tradizionale guelfismo di Macerata durante la prima metà dell'Ottocento.
Peraltro con il 1849 si era evidenziata non solo la frattura la città e le campagna, ma anche quella tra i paesi e le cittadine più grandi in cui i circoli e le associazioni avevano svolto un'azione efficace in favore della repubblica, con qualche punta di eccesso verso il regime papalino; se non erano mancate nel Maceratese amministrazioni municipali che avevano rifiutato di collaborare con le istituzioni repubblicane e, per contro, avevano inviato indirizzi di fedeltà al pontefice autoesiliatosi, il cronista locale Antonio Natali aveva testimoniato come, il 1° giugno 1849, molti maceratesi avessero accolto in silenzio l'abbattimento dell'albero della libertà e l'arrivo degli austriaci, sorprendendo questi stessi.
Ma più che la fedeltà alla causa papalina, i maceratesi avevano seguito con timore prima l'istituzione ad Ancona, nel 1849, della residenza del commissario straordinario per le Marche e poi le voci circolanti a Roma, nel 1850, circa una probabile soppressione dell'ateneo locale : segnali eloquenti di come la competizione con Ancona per ottenere prima la sede della legazione e poi il riconoscimento della funzione di capoluogo regionale appariva in qualche modo segnata.
Lo spostamento del baricentro dell'attività patriottica verso la parte settentrionale della regione durante gli anni cinquanta e il conseguente ridimensionamento politico delle province meridionali - che, maggiormente tradizionaliste, erano parse già nel 1849 più tiepide nella partecipazione democratica, sottolineando uno scollamento geografico che avrebbe decisamente condizionato le vicende politiche post-unitarie -, non deve però indurre a ritenere che, benché non toccata dalle insurrezioni del 1859, Macerata non avesse conosciuto un'intensificazione dell'attività patriottica e cospirativa.
Dopo la fallita cospirazione mazziniana del 1853, che aveva comportato uno strascico di arresti, condanne ma pure la diserzione dei soldati pontifici del primo reggimento estero - motivo di seria preoccupazione per il governo pontificio -, l'orientamento dei patrioti maceratesi si era progressivamente indirizzato verso la causa liberal-piemontese.
A partire dal 1857, sulla base di trame segrete ma ben organizzate, gli esponenti della Società Nazionale avevano creato ramificazioni anche nel capoluogo della Marca, su iniziativa a quanto pare del marchese Migliorati che trovò un esponente attivo quanto autorevole nel conte Tommaso Lauri e una sorta di guida nell'avvocato Vincenzo Taccari, tra gli arrestati e i condannati del moto del 1853.
Accanto a questi due notabili si raccolsero esponenti di noti casati maceratesi e della provincia, come i marchesi Giacomo e Matteo Ricci, i conti Cesare Pallotta e Domenico Graziani e il recanatese Antonio Carradori, della borghesia liberale come gli avvocati Ernesto Belardini, Piero Giuliani, Teofilo Valenti, Filippo Lamponi e Cesare Papi, i "dottori" Francesco Marcucci e Pietro Celani, un romano che si era stabilito a Macerata nel 1855 ed aveva ricoperto l'ufficio di segretario e legale dell'Ufficio del macinato.
Movimento in progress
Il movimento liberale maceratese - che allo Spadoni risultava sul finire degli anni cinquanta "forte, concorde e bene organizzato" - era in realtà, nell'estate 1859, fragile e privo di un efficiente coordinamento nella maggior parte delle Marche: Diomede Pantaleoni, insieme a pochi altri esponenti, vi prestava un'opera di riorganizzazione e di collegamento con gli ambienti patriottici bolognesi, ma le forze liberali nelle province adriatiche - scriveva il maceratese a Filippo Antonio Gualterio - "più che povere di numero", apparivano "deboli per mancanza d'unione e d'iniziativa, e per timore d'intraprendere".
Grande attesa si manifestò tra i marchigiani nell'autunno 1859 allorché Garibaldi - comandante in seconda del nuovo esercito della lega degli Stati dell'Italia centrale che si erano liberati delle vecchie dinastie, avevano eletto assemblee rappresentative e perseguito l'obiettivo dell'annessione al Piemonte, nonostante la delicata congiuntura internazionale e l'ambigua politica estera di Napoleone III - sembrava pronto ad invadere le Marche, sulla base di incerte notizie circa un'insurrezione in quei territori: il generale lanciò proclami diretti alle forze pontificie (per la diserzione) e ai patrioti umbri e marchigiani (per la rivolta), ottenne da Vittorio Emanuele II il licenziamento del generale Fanti, comandante dell'esercito, e divenne padron vero delle Romagne, secondo la nota espressione usata da Gaspare Finali il 29 ottobre in una lettera a Ricasoli.
Ma l'ostilità dei governi toscano e romagnolo verso il progetto garibaldino e l'indignazione di Cavour, allora semplice deputato, per il comportamento tenuto dal governo di Torino indussero Vittorio Emanuele II a ritornare sui suoi passi, chiedendo a Garibaldi di deporre il comando della truppa e di piegarsi alla ragione di Stato.
Prevalse la dimensione legalitaria del nizzardo che lanciò un nuovo proclama agli italiani, annunciò che la sottoscrizione per il milione di fucili restava aperta e declinò la nomina regia a generale dell'esercito piemontese, nomina che lo avrebbe privato di quella "libertà d'azione" con cui intendeva ancora essere utile "nell'Italia centrale ed altrove".
In stretto contatto con i cospiratori romagnoli era il marchese Carlo Luzi (San Severino Marche, 1818-1899), con un passato di affiliato alla Giovine Italia e di combattente nel 1849 in difesa della Roma assediata dai francesi: amico e corrispondente dei fratelli Briganti-Bellini e collegato ai circuiti patriottici nazionali, a Luzi vennero affidati, sul finire degli anni cinquanta, diversi compromessi politici per essere poi trasferiti in luoghi sicuri; a Rimini, inoltre, egli conobbe nel 1859 Bianca Mattioli, che nel 1863 sarebbe divenuta sua moglie e già il 14 agosto 1860 lo informava dell'imminente passaggio delle Marche sotto il governo piemontese.
Dal canto loro, i liberali maceratesi erano progressivamente penetrati nella società locale, reclutando alla causa nazionale non solo esponenti della nobiltà e della borghesia, ma anche diversi operai e alcuni preti, potendo altresì contare sulla complicità di una parte dei carabinieri; l'attività patriottica, in un frangente di rigido controllo poliziesco, si esplicò nella raccolta di fondi, nell'allestimento di "manifestazioni liberali", nel salvataggio di persone sospette e compromesse, nella partecipazione di molti giovani alle guerre d'indipendenza e nell'organizzazione del corpo dei Cacciatori delle Marche.
Quest'ultimo ebbe come commissari di guerra il civitanovese Pier Francesco Frisciotti Pellicani e il conte morovallese Francesco Saverio Grisei e tra i suoi capitani il tolentinate Euclide Cagnaroni, grazie al cui coraggio e tempestività furono fatti prigionieri nei pressi di Marano - l'attuale Cupramarittima - trecento mercenari papalini in rotta dopo la disfatta di Castelfidardo.
Il 9 marzo 1860, il patriota dorico Alessandro Orsi scrisse direttamente al Comitato di Macerata, chiedendo che fosse girata a Filippo Bettacchi di Camerino, una lettera contenente le istruzioni per festeggiare l'annessione della Toscana e dell'Emilia al regno di Vittorio Emanuele II; in effetti la vicinanza con il capoluogo camerte inglobava Macerata nella rete di collegamenti e "trafile" che da Ancona raggiungevano l'Umbria.
Tra le altre manifestazioni liberali organizzate nel 1860 ci furono il noto sciopero del fumo e i festegiamenti per l'accettazione da parte di Vittorio Emanuele II del plebiscito dell'Emilia e della Romagna, con comparsa tra le vie cittadine di bandiere, stemmi e "cartelli allusivi".
Gli ultimi tempi del governo pontificio a Macerata furono caratterizzati dal rafforzamento delle misure militari da parte del comando papalino, dalla mancanza di energia da parte del delegato apostolico monsignor Achille Apolloni e dall'inasprimento delle relazioni tra la guarnigione militare di stanza in città e la popolazione locale.
I primi due aspetti erano strettamente collegati.
Anzi, per quanti sforzi avevano fatto i vertici militari per aumentare le misure di polizia e di sorveglianza - Macerata ospitava, nel 1860, il primo reggimento di linea, uno squadrone di gendarmeria, due batterie di artiglieria come truppe regolari ed era centro di addestramento dei bersaglieri esteri e di volontari irlandesi particolarmente scapestrati - sulla popolazione, tanto più appariva arrendevole il delegato Apolloni, severamente rimproverato dal generale Lamoricière con due telegrammi del 5 settembre 1860: se con il primo, prendendo spunto dalle bastonature pubbliche inflitte ad un fattorino reo di aver rivolto espressioni sconvenienti ad alcuni ufficiali austriaci, chiedeva di non venir più intrattenuto con "pettegolezzi" del genere, ma semmai con una richiesta di stato d'assedio - "Noi arresteremo allora una venticinquina di persone, ne fucileremo una diecina e tutto sarà finito"-, con il secondo avvertiva che, quando la rivoluzione mostrava "la punta dell'orecchia o quella del naso", era necessario "battervi sopra come ad un cane arrabbiato" cosicché invitava il delegato a presentargli relazioni sul comportamento negligente degli "agenti di polizia" e a reclamare l'intervento di chi non sarebbe indietreggiato "davanti alla necessità di versare il sangue".
Al di là di questi telegrammi del comandante pontificio, definiti dal Finali "d'una ferocia quasi incredibile", la situazione politico-militare nelle Marche era effettivamente giunta per il regime autocratico ad un punto di non ritorno.
Lo attestava la stessa relazione mandata al pro ministro delle Armi di Roma dal capitano conte De Chevignè, inviato alla fine dell'agosto 1860 nell'Ascolano per reclutare ed organizzare briganti e volontari, relazione che precisava come al di là del famigerato capo brigante Piccioni e del suo seguito esistevano pochi sudditi devoti al papa-re:
Gli ausiliari non esistono quasi affatto in Ascoli; una cinquantina soltanto è unita alla Gendarmeria.
Di buoni elementi non ve ne sono che nella montagna.
Là è che noi reclutiamo il battaglione d'Ausiliari della Montagna, che dovrà esser forte di 1200 uomini, e che, secondo l'ordine del Generale in Capo, sarà mobilizzato appena si possa.
Questi montagnoli sì che sono abili, fieri, energici, devoti.
Essi renderanno dei grandi servigi, e mi hanno già accolto nelle loro file per aiutare il loro vecchio capo Piccioni e supplirlo al bisogno (...).
La frontiera di Napoli è oggi tanto pericolosa quanto quella del Piemonte in quanto alle trame rivoluzionarie, ai giornali, agli opuscoli, agli stendardi ecc. ecc.
Il corso degli eventi delle settimane successive avrebbe rivelato quanto entusiastica ed artificiosa fosse la prima parte di questa relazione.
Durante l'estate si erano però rinnovati gli episodi di prepotenza da parte dei militari verso la popolazione maceratese: il conte Luigi Canale venne ingiuriato e schiaffeggiato al Caffè Perfetti da alcuni ufficiali papalini perché fumava; il diciottenne Giuseppe Lauri fu fermato da tre capitani austriaci mente sputava per terra e apostrofato da uno di questi, riuscendo con difficoltà a evitare il fermo grazie all'aiuto di alcuni cittadini e a rifugiarsi a Monte San Giusto presso la casa del conte Cesare Romani; il sedicenne Vittorio Santini venne schiaffeggiato da due graduati pontifici; una dozzina di studenti ginnasiali, di ritorno da una passeggiata al convento degli Zoccolanti, venne fermata, nei pressi dello stradone di S. Croce, da alcuni carabinieri che prima li sbeffeggiarono, poi li costrinsero a rincasare e infine, dopo cinque giorni, li condussero negli uffici di polizia e al cospetto del delegato Apolloni che ne arrestò uno che aveva avuto l'ardire di rispondergli: solo grazie all'intervento di un legale di "noti principi clericali", l'arresto fu poi convertito nell'obbligo di un "corso di esercizi" da effettuarsi presso il convento dei missionari.
Le giovani Emma ed Argia Pasquali vennero aggredite da alcuni mercenari irlandesi e sarebbero andate incontro a sorte peggiore se non fossero intervenuti in loro difesa due studenti universitari che fronteggiarono gli assalitori a colpi di bastone: gli irlandesi in un primo momento si diedero alla fuga, ma poi, tornati sul posto, non vedendo più gli studenti, presero a minacciare alcuni passanti.
La sera del 17 giugno si ebbe una nuova baruffa tra irlandesi e cittadini, con danni alle finestre di alcuni stabili e ai lampioni della caserma pontificia e due feriti, di cui uno grave: in seguito a questo fatto, 260 irlandesi e due ufficiali lasciarono Macerata alla volta di Ancona; infine, negli ultimi giorni di agosto, il fattorino Domenico De Angelis, accusato da un delatore di aver rivolto parole disonorevoli ad alcuni ufficiali imperiali al servizio del papa, ricevette in pubblico 25 colpi di bastone e diede motivo, come detto, al rimprovero del Lamoricière al delegato Apolloni.
Gli eventi precipitarono sul finire dell'estate.
L'8 settembre 1860, a Pergola 400 volontari comandati da Giuseppe Fulvi intimarono la resa alla guarnigione pontificia: a questo fatto seguivano la liberazione di Fossombrone e Urbino, mentre anche l'Umbria insorgeva e veniva avvisato a Rimini il generale Cialdini che nei giorni successivi entrava in territorio marchigiano.
La "preordinata e modesta" insurrezione nelle Marche settentrionali - l'unica zona in cui era possibile un moto insurrezionale secondo le informazioni riferite a Cavour dal generale Cugia, incaricato di tenere i collegamenti con i capi dell'emigrazione marchigiana -, che doveva giustificare l'intervento militare del governo di Torino - che l'11 inviò un ultimatum alla Santa Sede chiedendo l'immediato congedo delle forze mercenarie papaline, ricevendone una risposta negativa -, aveva conseguito il proprio fine.
Privata della brigata De Courten spedita nelle Marche settentrionali a fronteggiare l'insurrezione, Macerata fu raggiunta, il 15 settembre, dal comandante in capo pontificio C.L.L. Juchalt de Lamoricière il quale, una volta entrato in città, venne a sapere che Pesaro era stata occupata dai piemontesi che si erano spinti sino a Fano ; da qui la necessità di raggiungere Ancona prima dell'armata sabauda.
Proclamato lo stato d'assedio - ultimo atto di governo compiuto dal regime pontificio, non senza dar adito a qualche incertezza circa l'esercizio dei poteri presso le autorità locali -, Lamoricière fu raggiunto il 16 dalla brigata comandata dal generale De Pimodan, proveniente da Terni.
Ma il comandante in capo dell'esercito papalino, noto per il suo legittimismo e i sentimenti antibonapartisti, venne di fatto abbandonato a se stesso dal governo romano: il segretario di Stato Antonelli, dimostrò un'insolita ingenuità e scarso senso pratico nel credere alle dichiarazioni ufficiali di protezione da parte del governo di Parigi, dichiarazioni atte a garantire sicurezza che però si rivelarono completamente infondate e destarono il vivo e comprensibile risentimento del Lamoricière, la cui fedeltà nella circostanza venne peraltro lodata dal pontefice che lo decorò con "l'ordine di Cristo".
Intanto i patrioti del Comitato nazionale, continuamente informati sul corso degli avvenimenti politici, comunicavano al generale Cialdini le mosse delle truppe pontificie che lasciavano il 17 settembre Macerata.
La liberazione di quest'ultima era questione di ore e bisognava tempestivamente provvedere alla nomina di una Giunta governativa, come sottolineava il patriota Francesco Fiorenzi che, da Osimo, scriveva al principe Rinaldo Simonetti, allora a Senigallia: per non lasciare ai maceratesi "l'intera libertà", ma al contempo per far sì che la cosa non apparisse "totalmente arbitraria" e rivestisse dunque "forma legale", era indispensabile che la presidenza della Società Nazionale e il Comitato d'emigrazione di Bologna nominassero i componenti della Giunta che, a sua volta, avrebbe nominato i membri della Giunta municipale.
Dei sei nominativi indicati (Giacomo Ricci, Cesare Pallotta, Teofilo Valenti, Giulio Giuliozzi, Ernesto Belardini e Nazario Pantaleoni) per il primo organismo solo i primi due sarebbero entrati nella Giunta, mentre tre degli altri quattro (con l'eccezione dell'avvocato Giulio Giuliozzi) sarebbero stati designati a componenti degli organismi provvisori successivamente costituiti; per quanto riguarda invece le cinque persone indicate per il secondo organismo (Lorenzo Lazzarini, Tommaso Lanci, Domenico Giorgini, Giovanni Lauri e Orazio Renzi) solo il primo sarebbe stato nominato nella Commissione municipale provvisoria.
Il 18 settembre, la popolazione maceratese avvertì l'eco lontana dei combattimenti tra piemontesi e papalini nei pressi di Castelfidardo, ma solo tra il 19 e il 20, accertatisi della vittoria sabauda, i liberali poterono dar vita ad una grande dimostrazione popolare che dichiarò decaduto il regime pontificio, abbattendone lo stemma.
Mentre le vie cittadine si riempivano di tricolori, il conte Cesare Pallotta intimò l'immediata partenza al delegato Apolloni che, dopo la protesta di rito alla quale si unì quella del gonfaloniere P. Prosperi, lasciò nella notte tra il 19 e il 20 il capoluogo.
Il 20 settembre giunse da Tolentino il generale Manfredo Fanti, ministro della Guerra, capo di Stato maggiore e comandante dell'armata sabauda, accompagnato dal generale Enrico Morozzo della Rocca.
Dopo aver invitato, con due pubblici manifesti, i militari pontifici sbandati a presentarsi agli ufficiali piemontesi e i briganti dell'Ascolano a deporre le armi e a consegnarsi alle "regie truppe" o alle "autorità comunali" dei diversi luoghi - le quali avrebbero poi rilasciato un "foglio di via" per arrivare al "Comando Militare di Macerata" - , fu costituita una Commissione provvisoria di governo, formata da Pallotta, Taccari e dal conte recanatese Antonio Carradori.
Fanti costituì a Macerata un comando militare agli ordini del colonnello Giuseppe Fontana, con 200 soldati: il 25 settembre, Fontana ordinò ai Comuni del circondario di ragguagliarlo circa le armi, le munizioni e "qualunque oggetto militare" si trovasse sotto la loro giurisdizione.
Consigli di lettura
Il Risorgimento italiano (Laterza, 2009) di Alberto M. Banti.
Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia (Il Mulino, 2005) di Derek Beales, Eugenio F. Biagini.
La Monarchia e il Risorgimento (Il Mulino, 2003) di Filippo Mazzonis.
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