Libri di Storia italiana

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Autori: Silvia Bolotti, Irene Manzi, Gilberto Piccinini, Emanuela Sansoni, Marco Severini

Curatore: Marco Severini

Prima edizione: 03/2010

Edizione corrente: 03/2010

EAN-ISBN: 9788890387548

Pagine: 108

Illustrazioni: 47

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 24x28 cm

Prezzo di copertina: 20,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.6

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Gli avvenimenti del 1860-61 determinarono un radicale mutamento nella storia di Macerata.

Il trapasso dei poteri, l'apporto di patrioti e notabili, la gestione del commissario Valerio, la consultazione plebiscitaria, l'inserimento nello Stato sabaudo, la nuova organizzazione amministrativa e civile rappresentarono un'evidente cesura nella vicenda storica della città e della provincia maceratese.

Una cesura che avrebbe decisamente influenzato gli sviluppi del nuovo capoluogo italiano.


Indice
Introduzione

Marco Severini
1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61

Emanuela Sansoni
2. L'attività delle Giunte e dei Consigli comunali a Macerata nel 1860-1861

Irene Manzi
3. La Provincia di Macerata tra la fine del regime pontificio e l'Unità d'Italia

Silvia Bolotti
4. Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti

Gilberto Piccinini
5. Creare le Marche

Cronologia

Indice dei nomi

Gli autori


Note biografiche
Marco Severini insegna Storia della storiografia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata. Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana".

Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo.

Tra i suoi recenti lavori:

Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007),

Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive Edizioni, 2008),

Le storie degli altri (Codex, 2008),

e la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009).


Emanuela sansoni è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena.

Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula (Codex, 2009).


Irene Manzi è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (2003).

Ha partecipato a diversi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con diverse riviste storiche.


Silvia Bolotti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia Macerata nella prima guerra mondiale (Codex, 2010).


Gilberto Piccinini insegna Storia contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento.

Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.

Tra i suoi recenti lavori:

Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008);

e la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008).


Estratto
1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61

Eredità e cesure
È noto sul piano storiografico come il passaggio dallo Stato Pontificio al Regno d'Italia comportò un generale declassamento per la comunità maceratese: il ruolo preminente che si era guadagnata nel corso dei secoli, la tradizionale fedeltà al potere temporale - ampiamente ribadita sotto il pontificato di Pio IX -, la rilevanza di istituzioni governative, giuridiche e culturali e la stessa secolare presenza di enti religiosi, cedettero il posto alla nuova organizzazione amministrativa introdotta inizialmente dal commissario straordinario Lorenzo Valerio e poi inserita nel nuovo ordinamento italiano.

Né le cesure e i trapassi di regime del periodo franco-napoleonico, né il goffo tentativo insurrezional-carbonaro del 1817 e neppure la radicalizzazione politica conosciuta sotto la Repubblica Romana del 1849 - durante la quale, peraltro, la città si era conquistata una certa visibilità con la controversa elezione a deputato della Costituente romana di Garibaldi, che aveva ricambiato con la dedica della prima vittoria contro i francesi di Porta S. Pancrazio (30 aprile 1849) - erano riusciti ad alterare il tradizionale guelfismo di Macerata durante la prima metà dell'Ottocento.

Peraltro con il 1849 si era evidenziata non solo la frattura la città e le campagna, ma anche quella tra i paesi e le cittadine più grandi in cui i circoli e le associazioni avevano svolto un'azione efficace in favore della repubblica, con qualche punta di eccesso verso il regime papalino; se non erano mancate nel Maceratese amministrazioni municipali che avevano rifiutato di collaborare con le istituzioni repubblicane e, per contro, avevano inviato indirizzi di fedeltà al pontefice autoesiliatosi, il cronista locale Antonio Natali aveva testimoniato come, il 1° giugno 1849, molti maceratesi avessero accolto in silenzio l'abbattimento dell'albero della libertà e l'arrivo degli austriaci, sorprendendo questi stessi.

Ma più che la fedeltà alla causa papalina, i maceratesi avevano seguito con timore prima l'istituzione ad Ancona, nel 1849, della residenza del commissario straordinario per le Marche e poi le voci circolanti a Roma, nel 1850, circa una probabile soppressione dell'ateneo locale : segnali eloquenti di come la competizione con Ancona per ottenere prima la sede della legazione e poi il riconoscimento della funzione di capoluogo regionale appariva in qualche modo segnata.

Lo spostamento del baricentro dell'attività patriottica verso la parte settentrionale della regione durante gli anni cinquanta e il conseguente ridimensionamento politico delle province meridionali - che, maggiormente tradizionaliste, erano parse già nel 1849 più tiepide nella partecipazione democratica, sottolineando uno scollamento geografico che avrebbe decisamente condizionato le vicende politiche post-unitarie -, non deve però indurre a ritenere che, benché non toccata dalle insurrezioni del 1859, Macerata non avesse conosciuto un'intensificazione dell'attività patriottica e cospirativa.

Dopo la fallita cospirazione mazziniana del 1853, che aveva comportato uno strascico di arresti, condanne ma pure la diserzione dei soldati pontifici del primo reggimento estero - motivo di seria preoccupazione per il governo pontificio -, l'orientamento dei patrioti maceratesi si era progressivamente indirizzato verso la causa liberal-piemontese.

A partire dal 1857, sulla base di trame segrete ma ben organizzate, gli esponenti della Società Nazionale avevano creato ramificazioni anche nel capoluogo della Marca, su iniziativa a quanto pare del marchese Migliorati che trovò un esponente attivo quanto autorevole nel conte Tommaso Lauri e una sorta di guida nell'avvocato Vincenzo Taccari, tra gli arrestati e i condannati del moto del 1853.

Accanto a questi due notabili si raccolsero esponenti di noti casati maceratesi e della provincia, come i marchesi Giacomo e Matteo Ricci, i conti Cesare Pallotta e Domenico Graziani e il recanatese Antonio Carradori, della borghesia liberale come gli avvocati Ernesto Belardini, Piero Giuliani, Teofilo Valenti, Filippo Lamponi e Cesare Papi, i "dottori" Francesco Marcucci e Pietro Celani, un romano che si era stabilito a Macerata nel 1855 ed aveva ricoperto l'ufficio di segretario e legale dell'Ufficio del macinato.


Movimento in progress
Il movimento liberale maceratese - che allo Spadoni risultava sul finire degli anni cinquanta "forte, concorde e bene organizzato" - era in realtà, nell'estate 1859, fragile e privo di un efficiente coordinamento nella maggior parte delle Marche: Diomede Pantaleoni, insieme a pochi altri esponenti, vi prestava un'opera di riorganizzazione e di collegamento con gli ambienti patriottici bolognesi, ma le forze liberali nelle province adriatiche - scriveva il maceratese a Filippo Antonio Gualterio - "più che povere di numero", apparivano "deboli per mancanza d'unione e d'iniziativa, e per timore d'intraprendere".

9788890387548bis.jpgGrande attesa si manifestò tra i marchigiani nell'autunno 1859 allorché Garibaldi - comandante in seconda del nuovo esercito della lega degli Stati dell'Italia centrale che si erano liberati delle vecchie dinastie, avevano eletto assemblee rappresentative e perseguito l'obiettivo dell'annessione al Piemonte, nonostante la delicata congiuntura internazionale e l'ambigua politica estera di Napoleone III - sembrava pronto ad invadere le Marche, sulla base di incerte notizie circa un'insurrezione in quei territori: il generale lanciò proclami diretti alle forze pontificie (per la diserzione) e ai patrioti umbri e marchigiani (per la rivolta), ottenne da Vittorio Emanuele II il licenziamento del generale Fanti, comandante dell'esercito, e divenne padron vero delle Romagne, secondo la nota espressione usata da Gaspare Finali il 29 ottobre in una lettera a Ricasoli.

Ma l'ostilità dei governi toscano e romagnolo verso il progetto garibaldino e l'indignazione di Cavour, allora semplice deputato, per il comportamento tenuto dal governo di Torino indussero Vittorio Emanuele II a ritornare sui suoi passi, chiedendo a Garibaldi di deporre il comando della truppa e di piegarsi alla ragione di Stato.

Prevalse la dimensione legalitaria del nizzardo che lanciò un nuovo proclama agli italiani, annunciò che la sottoscrizione per il milione di fucili restava aperta e declinò la nomina regia a generale dell'esercito piemontese, nomina che lo avrebbe privato di quella "libertà d'azione" con cui intendeva ancora essere utile "nell'Italia centrale ed altrove".

In stretto contatto con i cospiratori romagnoli era il marchese Carlo Luzi (San Severino Marche, 1818-1899), con un passato di affiliato alla Giovine Italia e di combattente nel 1849 in difesa della Roma assediata dai francesi: amico e corrispondente dei fratelli Briganti-Bellini e collegato ai circuiti patriottici nazionali, a Luzi vennero affidati, sul finire degli anni cinquanta, diversi compromessi politici per essere poi trasferiti in luoghi sicuri; a Rimini, inoltre, egli conobbe nel 1859 Bianca Mattioli, che nel 1863 sarebbe divenuta sua moglie e già il 14 agosto 1860 lo informava dell'imminente passaggio delle Marche sotto il governo piemontese.

Dal canto loro, i liberali maceratesi erano progressivamente penetrati nella società locale, reclutando alla causa nazionale non solo esponenti della nobiltà e della borghesia, ma anche diversi operai e alcuni preti, potendo altresì contare sulla complicità di una parte dei carabinieri; l'attività patriottica, in un frangente di rigido controllo poliziesco, si esplicò nella raccolta di fondi, nell'allestimento di "manifestazioni liberali", nel salvataggio di persone sospette e compromesse, nella partecipazione di molti giovani alle guerre d'indipendenza e nell'organizzazione del corpo dei Cacciatori delle Marche.

Quest'ultimo ebbe come commissari di guerra il civitanovese Pier Francesco Frisciotti Pellicani e il conte morovallese Francesco Saverio Grisei e tra i suoi capitani il tolentinate Euclide Cagnaroni, grazie al cui coraggio e tempestività furono fatti prigionieri nei pressi di Marano - l'attuale Cupramarittima - trecento mercenari papalini in rotta dopo la disfatta di Castelfidardo.

Il 9 marzo 1860, il patriota dorico Alessandro Orsi scrisse direttamente al Comitato di Macerata, chiedendo che fosse girata a Filippo Bettacchi di Camerino, una lettera contenente le istruzioni per festeggiare l'annessione della Toscana e dell'Emilia al regno di Vittorio Emanuele II; in effetti la vicinanza con il capoluogo camerte inglobava Macerata nella rete di collegamenti e "trafile" che da Ancona raggiungevano l'Umbria.

Tra le altre manifestazioni liberali organizzate nel 1860 ci furono il noto sciopero del fumo e i festegiamenti per l'accettazione da parte di Vittorio Emanuele II del plebiscito dell'Emilia e della Romagna, con comparsa tra le vie cittadine di bandiere, stemmi e "cartelli allusivi".

Gli ultimi tempi del governo pontificio a Macerata furono caratterizzati dal rafforzamento delle misure militari da parte del comando papalino, dalla mancanza di energia da parte del delegato apostolico monsignor Achille Apolloni e dall'inasprimento delle relazioni tra la guarnigione militare di stanza in città e la popolazione locale.

I primi due aspetti erano strettamente collegati.

Anzi, per quanti sforzi avevano fatto i vertici militari per aumentare le misure di polizia e di sorveglianza - Macerata ospitava, nel 1860, il primo reggimento di linea, uno squadrone di gendarmeria, due batterie di artiglieria come truppe regolari ed era centro di addestramento dei bersaglieri esteri e di volontari irlandesi particolarmente scapestrati - sulla popolazione, tanto più appariva arrendevole il delegato Apolloni, severamente rimproverato dal generale Lamoricière con due telegrammi del 5 settembre 1860: se con il primo, prendendo spunto dalle bastonature pubbliche inflitte ad un fattorino reo di aver rivolto espressioni sconvenienti ad alcuni ufficiali austriaci, chiedeva di non venir più intrattenuto con "pettegolezzi" del genere, ma semmai con una richiesta di stato d'assedio - "Noi arresteremo allora una venticinquina di persone, ne fucileremo una diecina e tutto sarà finito"-, con il secondo avvertiva che, quando la rivoluzione mostrava "la punta dell'orecchia o quella del naso", era necessario "battervi sopra come ad un cane arrabbiato" cosicché invitava il delegato a presentargli relazioni sul comportamento negligente degli "agenti di polizia" e a reclamare l'intervento di chi non sarebbe indietreggiato "davanti alla necessità di versare il sangue".

Al di là di questi telegrammi del comandante pontificio, definiti dal Finali "d'una ferocia quasi incredibile", la situazione politico-militare nelle Marche era effettivamente giunta per il regime autocratico ad un punto di non ritorno.

Lo attestava la stessa relazione mandata al pro ministro delle Armi di Roma dal capitano conte De Chevignè, inviato alla fine dell'agosto 1860 nell'Ascolano per reclutare ed organizzare briganti e volontari, relazione che precisava come al di là del famigerato capo brigante Piccioni e del suo seguito esistevano pochi sudditi devoti al papa-re:

Gli ausiliari non esistono quasi affatto in Ascoli; una cinquantina soltanto è unita alla Gendarmeria.

Di buoni elementi non ve ne sono che nella montagna.

Là è che noi reclutiamo il battaglione d'Ausiliari della Montagna, che dovrà esser forte di 1200 uomini, e che, secondo l'ordine del Generale in Capo, sarà mobilizzato appena si possa.

Questi montagnoli sì che sono abili, fieri, energici, devoti.

Essi renderanno dei grandi servigi, e mi hanno già accolto nelle loro file per aiutare il loro vecchio capo Piccioni e supplirlo al bisogno (...).

La frontiera di Napoli è oggi tanto pericolosa quanto quella del Piemonte in quanto alle trame rivoluzionarie, ai giornali, agli opuscoli, agli stendardi ecc. ecc.

Il corso degli eventi delle settimane successive avrebbe rivelato quanto entusiastica ed artificiosa fosse la prima parte di questa relazione.

Durante l'estate si erano però rinnovati gli episodi di prepotenza da parte dei militari verso la popolazione maceratese: il conte Luigi Canale venne ingiuriato e schiaffeggiato al Caffè Perfetti da alcuni ufficiali papalini perché fumava; il diciottenne Giuseppe Lauri fu fermato da tre capitani austriaci mente sputava per terra e apostrofato da uno di questi, riuscendo con difficoltà a evitare il fermo grazie all'aiuto di alcuni cittadini e a rifugiarsi a Monte San Giusto presso la casa del conte Cesare Romani; il sedicenne Vittorio Santini venne schiaffeggiato da due graduati pontifici; una dozzina di studenti ginnasiali, di ritorno da una passeggiata al convento degli Zoccolanti, venne fermata, nei pressi dello stradone di S. Croce, da alcuni carabinieri che prima li sbeffeggiarono, poi li costrinsero a rincasare e infine, dopo cinque giorni, li condussero negli uffici di polizia e al cospetto del delegato Apolloni che ne arrestò uno che aveva avuto l'ardire di rispondergli: solo grazie all'intervento di un legale di "noti principi clericali", l'arresto fu poi convertito nell'obbligo di un "corso di esercizi" da effettuarsi presso il convento dei missionari.

Le giovani Emma ed Argia Pasquali vennero aggredite da alcuni mercenari irlandesi e sarebbero andate incontro a sorte peggiore se non fossero intervenuti in loro difesa due studenti universitari che fronteggiarono gli assalitori a colpi di bastone: gli irlandesi in un primo momento si diedero alla fuga, ma poi, tornati sul posto, non vedendo più gli studenti, presero a minacciare alcuni passanti.

La sera del 17 giugno si ebbe una nuova baruffa tra irlandesi e cittadini, con danni alle finestre di alcuni stabili e ai lampioni della caserma pontificia e due feriti, di cui uno grave: in seguito a questo fatto, 260 irlandesi e due ufficiali lasciarono Macerata alla volta di Ancona; infine, negli ultimi giorni di agosto, il fattorino Domenico De Angelis, accusato da un delatore di aver rivolto parole disonorevoli ad alcuni ufficiali imperiali al servizio del papa, ricevette in pubblico 25 colpi di bastone e diede motivo, come detto, al rimprovero del Lamoricière al delegato Apolloni.

Gli eventi precipitarono sul finire dell'estate.

L'8 settembre 1860, a Pergola 400 volontari comandati da Giuseppe Fulvi intimarono la resa alla guarnigione pontificia: a questo fatto seguivano la liberazione di Fossombrone e Urbino, mentre anche l'Umbria insorgeva e veniva avvisato a Rimini il generale Cialdini che nei giorni successivi entrava in territorio marchigiano.

La "preordinata e modesta" insurrezione nelle Marche settentrionali - l'unica zona in cui era possibile un moto insurrezionale secondo le informazioni riferite a Cavour dal generale Cugia, incaricato di tenere i collegamenti con i capi dell'emigrazione marchigiana -, che doveva giustificare l'intervento militare del governo di Torino - che l'11 inviò un ultimatum alla Santa Sede chiedendo l'immediato congedo delle forze mercenarie papaline, ricevendone una risposta negativa -, aveva conseguito il proprio fine.

Privata della brigata De Courten spedita nelle Marche settentrionali a fronteggiare l'insurrezione, Macerata fu raggiunta, il 15 settembre, dal comandante in capo pontificio C.L.L. Juchalt de Lamoricière il quale, una volta entrato in città, venne a sapere che Pesaro era stata occupata dai piemontesi che si erano spinti sino a Fano ; da qui la necessità di raggiungere Ancona prima dell'armata sabauda.

Proclamato lo stato d'assedio - ultimo atto di governo compiuto dal regime pontificio, non senza dar adito a qualche incertezza circa l'esercizio dei poteri presso le autorità locali -, Lamoricière fu raggiunto il 16 dalla brigata comandata dal generale De Pimodan, proveniente da Terni.

Ma il comandante in capo dell'esercito papalino, noto per il suo legittimismo e i sentimenti antibonapartisti, venne di fatto abbandonato a se stesso dal governo romano: il segretario di Stato Antonelli, dimostrò un'insolita ingenuità e scarso senso pratico nel credere alle dichiarazioni ufficiali di protezione da parte del governo di Parigi, dichiarazioni atte a garantire sicurezza che però si rivelarono completamente infondate e destarono il vivo e comprensibile risentimento del Lamoricière, la cui fedeltà nella circostanza venne peraltro lodata dal pontefice che lo decorò con "l'ordine di Cristo".

Intanto i patrioti del Comitato nazionale, continuamente informati sul corso degli avvenimenti politici, comunicavano al generale Cialdini le mosse delle truppe pontificie che lasciavano il 17 settembre Macerata.

La liberazione di quest'ultima era questione di ore e bisognava tempestivamente provvedere alla nomina di una Giunta governativa, come sottolineava il patriota Francesco Fiorenzi che, da Osimo, scriveva al principe Rinaldo Simonetti, allora a Senigallia: per non lasciare ai maceratesi "l'intera libertà", ma al contempo per far sì che la cosa non apparisse "totalmente arbitraria" e rivestisse dunque "forma legale", era indispensabile che la presidenza della Società Nazionale e il Comitato d'emigrazione di Bologna nominassero i componenti della Giunta che, a sua volta, avrebbe nominato i membri della Giunta municipale.

Dei sei nominativi indicati (Giacomo Ricci, Cesare Pallotta, Teofilo Valenti, Giulio Giuliozzi, Ernesto Belardini e Nazario Pantaleoni) per il primo organismo solo i primi due sarebbero entrati nella Giunta, mentre tre degli altri quattro (con l'eccezione dell'avvocato Giulio Giuliozzi) sarebbero stati designati a componenti degli organismi provvisori successivamente costituiti; per quanto riguarda invece le cinque persone indicate per il secondo organismo (Lorenzo Lazzarini, Tommaso Lanci, Domenico Giorgini, Giovanni Lauri e Orazio Renzi) solo il primo sarebbe stato nominato nella Commissione municipale provvisoria.

Il 18 settembre, la popolazione maceratese avvertì l'eco lontana dei combattimenti tra piemontesi e papalini nei pressi di Castelfidardo, ma solo tra il 19 e il 20, accertatisi della vittoria sabauda, i liberali poterono dar vita ad una grande dimostrazione popolare che dichiarò decaduto il regime pontificio, abbattendone lo stemma.

Mentre le vie cittadine si riempivano di tricolori, il conte Cesare Pallotta intimò l'immediata partenza al delegato Apolloni che, dopo la protesta di rito alla quale si unì quella del gonfaloniere P. Prosperi, lasciò nella notte tra il 19 e il 20 il capoluogo.

Il 20 settembre giunse da Tolentino il generale Manfredo Fanti, ministro della Guerra, capo di Stato maggiore e comandante dell'armata sabauda, accompagnato dal generale Enrico Morozzo della Rocca.

Dopo aver invitato, con due pubblici manifesti, i militari pontifici sbandati a presentarsi agli ufficiali piemontesi e i briganti dell'Ascolano a deporre le armi e a consegnarsi alle "regie truppe" o alle "autorità comunali" dei diversi luoghi - le quali avrebbero poi rilasciato un "foglio di via" per arrivare al "Comando Militare di Macerata" - , fu costituita una Commissione provvisoria di governo, formata da Pallotta, Taccari e dal conte recanatese Antonio Carradori.

Fanti costituì a Macerata un comando militare agli ordini del colonnello Giuseppe Fontana, con 200 soldati: il 25 settembre, Fontana ordinò ai Comuni del circondario di ragguagliarlo circa le armi, le munizioni e "qualunque oggetto militare" si trovasse sotto la loro giurisdizione.


Consigli di lettura
Il Risorgimento italiano (Laterza, 2009) di Alberto M. Banti.

Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia (Il Mulino, 2005) di Derek Beales, Eugenio F. Biagini.

La Monarchia e il Risorgimento (Il Mulino, 2003) di Filippo Mazzonis.


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Autore: Silvia Bolotti

Prima edizione: 02/2010

Edizione corrente: 02/2010

EAN-ISBN: 9788890387562

Pagine: 94

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.5

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.

Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l'appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.

La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.


Indice
Introduzione

1. L'Italia alla prova bellica

2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

3. Il dibattito politico a Macerata

4. Dentro la città: l'assistenza civile e militare

5. Il settore primario e la guerra: una crisi scongiurata

6. La tutela e la difesa della popolazione

7. La nuova alimentazione di guerra

8. La partecipazione economica di Macerata: i Prestiti Nazionali

9. La propaganda bellica nella città

10. I protagonisti della guerra: i soldati contadini e gli intellettuali

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
bolotti.jpgSilvia Bolotti è nata a Fabriano il 21 dicembre 1983.

Laureatasi in Storia della società, della cultura e della politica presso l'Università degli studi di Perugia, ha concluso la sua formazione all'Università di Macerata conseguendo la Laurea specialistica in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Questo è il suo primo libro.

È autrice del saggio Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti in Macerata e l'Unità d'Italia (Codex, 2010).


Estratto
2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

Le Marche, uscite dall'Unità d'Italia con un nuovo assetto geo-politico, si affacciarono al Novecento in una condizione di assoluta arretratezza; infatti l'inchiesta Jacini, voluta dal governo e conclusasi alla fine dell'Ottocento, mostrava una terra economicamente agricola, ma di una agricoltura povera, una popolazione perlopiù analfabeta, misera e spesso costretta all'emigrazione.

Nonostante il desolato quadro che l'inchiesta aveva tracciato la regione iniziò, in età giolittiana, il cammino verso una modernità politica, grazie alla questione marchigiana e al terremoto elettorale del 1909, e verso una modernità sociale avviata dalla clamorosa "sentenza Mortara" e proseguita grazie alla diffusione nel territorio di 400 periodici che favorirono la formazione di una nuova opinione pubblica.

Alla vigilia della prima guerra mondiale le forze di sinistra locali contendevano, con scarsi successi, gli scenari politici alle élite di destra (tornate trionfalmente alla vittoria dopo il 1909) fatte di notabili liberali, spesso provenienti da altre regioni, che difficilmente perdevano le elezioni in quanto sostenuti dal governo centrale, dai cattolici (grazie, anche, al patto Gentiloni del 1913) e a volte dalla massoneria.

L'esperienza drammatica del conflitto ben presto modificò le alleanze creando nuovi parti contrapposte.

Infatti, se i repubblicani, alcuni gruppi di liberali e soprattutto i nazionalisti erano tutti favorevoli, pur per differenti motivi, all'intervento italiano, i socialisti e gli anarchici si dichiararono per la neutralità, mentre, i cattolici, inizialmente neutrali (in virtù, soprattutto, del patto Gentiloni) divennero con la partecipazione italiana alla guerra sostenitori di quest'ultima.

La spaccatura ideologica che investiva le forze politiche era identica in ogni provincia marchigiana. Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno e Fermo furono percorse da doppie ondate di manifestazioni: quelle degli interventisti, principalmente repubblicane, e quelle neutraliste in molti casi bloccate dalle forze di polizia.

Di lì a breve, comunque, le Marche sarebbero entrate nella con-flagrazione mondiale con la stessa classe dirigente che aveva vinto la tornata elettorale del 1913 e che rimase in carica fino alla fine del conflitto sostenendo sempre (tranne in occasione della caduta del ministero Salandra) i governi italiani che si alternarono nei quattro anni di guerra.

Dal lato economico, invece, lo stato di belligeranza ebbe pesanti ripercussioni sul giovanissimo settore secondario della regione (alcune industrie furono costrette a chiudere, altre modificarono la propria produzione, mentre altre ancora grazie alle commesse statali decollarono), ma anche sul primario.

La maggior parte dei soldati marchigiani erano contadini analfabeti che per combattere al fronte dovettero lasciare la cura dei campi alle donne le quali, rimaste sole, si adattarono a qualunque tipo di lavoro, anche ai più faticosi.

All'alba del 24 maggio 1915, poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana, Ancona, Senigallia e altre città del litorale furono bombardate dalla flotta austriaca.

Questo traumatico evento, più volte ripetutosi durante il conflitto, divise le Marche in due: la fascia costiera che partecipava attivamente alle manovre belliche e le restanti zone interne caratterizzate da condizioni di abbandono e di miseria come, ad esempio, Macerata e Fermo.

Lungo il litorale, spesso violato dal fuoco nemico, la tragedia della conflagrazione si palesò davanti agli occhi increduli di alcuni cittadini che assistettero all'affondamento a causa di una tempesta, nell'autunno del 1917 del pontone armato "Cappellini", nel tratto di mare tra Marzocca e Montemarciano, e all'arenamento dell'altra unità navale "Faà di Bruno" al largo di Marotta.

Nelle città dell'entroterra lontane dai clamori delle battaglie le popolazioni locali vivevano in condizioni difficili.

Dopo pochi mesi di guerra i generi alimentari cominciarono a scarseggiare, soprattutto a causa delle requisizioni imposte dal governo, mentre la successiva decisione di introdurre la tessera annonaria fece fiorire il mercato nero dove beni di prima necessità raggiungevano prezzi esorbitanti.

A tutto questo, poi, si aggiunsero: le difficoltà di ospitare le centinaia di profughi, la stanchezza per un conflitto troppo lungo e la diffusione della "spagnola" che uccise più di ottomila marchigiani.

Caso eclatante fu quello di Macerata dove lo scoppio della Grande guerra, ma soprattutto l'ingresso italiano nel conflitto, segnarono l'inizio di un periodo piuttosto difficile per la popolazione locale.

Più incline verso gli ideali pacifisti, la cittadinanza non ebbe in questo senso una valida rappresentanza.

I portavoce del neutralismo cioè i socialisti e gli anarchici, infatti, trovarono pochi spazi di manovra nella provincia maceratese.

I socialisti, a causa della chiusura del loro periodico nel periodo bellico, fecero da spettatori durante il dibattito tra neutralisti e interventisti, mentre gli anarchici erano, nel territorio, praticamente inesistenti.

Nel frattempo gli interventisti del posto cioè i liberali e i radicali versavano fiumi di inchiostro a sostegno della belligeranza nazionale, che mese dopo mese, diveniva sempre più probabile.

Dopo l'ingresso italiano questi non rinunciarono mai, neanche di fronte alle palesi difficoltà italiane, a difendere le loro posizioni interventiste.

Accanto ai liberali e ai radicali agirono i cattolici prima convinti pacifisti e poi sostenitori della guerra nazionale.

Intanto a Macerata, mai bombardata o attaccata da forze di terra, si entrava poco in contatto con il lato più oscuro del conflitto; il che, però, non significa assolutamente che la città rimase una oasi di felicità dentro una nazione che si batteva.

La guerra c'era, era presente sotto forme differenti, la popolazione vi faceva i conti ogniqualvolta ci si doveva spostare di notte (a causa dei provvedimenti contro l'illuminazione nelle strade), si dovevano comprare generi alimentari (a causa del razionamento del cibo) o quando gli Istituti di assistenza e i giornali locali chiedevano contributi per ragioni di volta in volta differenti, ma sempre volti a fornire assistenza a chi si trovava al fronte o a chi, rimasto in patria, era in difficoltà.

Se la popolazione, nelle fasi iniziali del conflitto, malvolentieri si rassegnò all'idea di combattere, negli anni successivi (principalmente negli anni centrali della guerra) iniziò rumorosamente, attraverso alcune manifestazioni, a far sentire il proprio dissenso.

Bisogna anche riconoscere, però, che ci fu una considerevole partecipazione economica e morale dei cittadini, favorita dalla martellante attività di propaganda volta a dimostrare che una eventuale sconfitta avrebbe determinato l'inizio di un nuovo periodo di schiavitù per la giovane Italia.

Fu così che a Macerata l'organizzazione di conferenze e assemblee, l'affissione di manifesti e la distribuzione di volantini riuscirono a tenere alto il morale della cittadinanza persuadendola, inoltre, ad offrire il proprio tributo.

Gli anni della belligeranza furono traumatici tanto per chi, tra mille difficoltà, viveva nel paese, quanto per chi cercava di sopravvivere in trincea.

La fame, la sete, il freddo e il caldo, il rincaro dei prezzi, il terremoto del '16 e l'epidemia di spagnola iniziata nel 1917 compromisero fisicamente e psicologicamente i marchigiani che tentarono di innescare moti insurrezionali, nel fronte interno, o cercarono il modo per fuggire dai campi di battaglia disertando o fingendosi pazzi per trovare rifugio nell'ospedale San Benedetto di Pesaro.

Alla conclusione del conflitto la regione probabilmente non comprese subito di aver pagato un tributo di vite umane decisamente alto.

I dati statistici, a tal proposito, parlano di un 90% di maschi adulti marchigiani richiamati alle armi, di questi, più dell'11% non tornerà a casa: 8 famiglie su 10 videro partire almeno un loro caro per i campi di battaglia, e molte non li videro tornare per le ferite, le malattie o le tribolazioni patite in trincea.


Consigli di lettura
La grande guerra 1914-1918 (Il Mulino, 2008) di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat.


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Macerata nella prima guerra mondiale di Silvia Bolotti, Edizioni Codex, 12,00 Euro


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Autore: Andrea Pongetti

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788890387531

Pagine: 114

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.4

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Il XIX secolo fu segnato da numerose e drammatiche epidemie che colpirono un po' tutta Europa, Italia compresa.

Tra queste, quelle di colera furono senz'altro le più rilevanti non solo per l'impressionante tasso di mortalità mostrato, ma anche per l'interesse senza precedenti che suscitarono presso politici, amministratori, medici, intellettuali.

Questo libro analizza l'impatto sociale che il colera, malattia nuova e strettamente legata alle condizioni economiche ed igieniche della popolazione, ebbe sulla società italiana ottocentesca.

In particolare, l'attenzione è rivolta al caso specifico di Ancona, che poco dopo essere entrata a far parte del Regno d'Italia, tra il 1865 ed il 1867, fu vittima di una drammatica epidemia, la cui gravità risultò in evidente correlazione con le arretrate condizioni igieniche, sanitarie e culturali delle masse urbane nonché con le inadeguate risposte generalmente fornite dagli amministratori locali e dalla classe medica.


Indice
Introduzione

1. Gli studi sul colera in Italia

2. La lunga marcia del colera

2.1. Dal Gange all'Europa

2.2. L'epidemia del 1835-37 negli Stati italiani

3. Il colera "italiano" del 1865-67: la grave epidemia di Ancona

3.1. La città dopo l'Unità

3.2. Le condizioni sanitarie

3.3. L'epidemia del 1865

3.4. Il ritorno del colera nel 1866-67: una risposta diversa

3.5. La gente di fronte all'epidemia

3.6. Combattere la malattia: i soccorsi e il medico Girolamo Orsi

Appendice

Indice analitico

L'autore


Note biografiche
Andrea Pongetti (Senigallia, 1979) è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

pongettifoto.jpgLaureatosi in Storia presso l'Università degli Studi di Bologna (2006), lavora da circa tre anni come giornalista freelance presso testate on-line e cartacee, tra le quali "Il Resto del Carlino", occupandosi prevalentemente di cronaca e sport.

Da sempre appassionato di storia e cultura del territorio anconetano, ha collaborato al volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)", pubblicato nel 2008, con il saggio "Giuseppe Chiostergi sul fronte francese".

Questo è il suo primo libro.


Estratto
1. Gli studi sul colera in Italia

Fin dalla sua prima comparsa in Italia, nel 1835, il colera ispirò una grande quantità di studi, a testimonianza dell'impatto che il morbo, nuovo, sconosciuto e misterioso, ebbe su ogni ceto e classe sociale.

Non si trattò infatti solamente di opere a carattere scientifico e divulgativo di medici e studiosi ma anche di una gran mole di trattati, memorie, diari, relazioni e saggi.

A distanza di anni, del colera si continua a parlare sotto diverse angolature, ed il tema è più che mai attuale.

Da questo punto di vista, anche gli storici non hanno mancato di porre attenzione al fenomeno e, soprattutto dagli anni ottanta del secolo appena trascorso, si sono segnalate opere rivelatesi utili a fornirne un quadro globale, di volta in volta ponendo in maggiore evidenza gli aspetti sociali, quelli politici, comportamentali, economici.

Tra i lavori di maggiore rilievo vi è "Le epidemie nella storia demografica italiana (secoli XIV-XIX)", volume realizzato da Lorenzo Del Panta nel 1980 che analizza l'influenza e l'impatto demografico delle gravi epidemie succedutesi sul territorio italiano a partire dal XIV secolo fino al XIX: un discorso in cui entra di conseguenza anche il colera, i cui dati statistici hanno il pregio di unificare quelli rilevati dagli "Annali" di Corradi, dalle opere del chirurgo toscano Pietro Betti e dalle indagini compiute dalla Direzione generale di statistica.

Del Panta, con approccio statistico-demografico, studia le crisi di mortalità derivanti dalle grandi epidemie: le molteplici difficoltà causate dalla frequente mancanza di dati annuali dei decessi e la presenza di altri inattendibili o contrastanti tra loro, nonché l'ampia schiera di variabili, comportano inevitabili semplificazioni ma il libro fornisce un quadro complessivo del fenomeno in campo nazionale.

L'autore cerca di legare gli aspetti sociali, politici, economici e biologici compiendo una ricerca principalmente quantitativa che permetta la rilevazione di dati il più possibile veritieri sull'impatto e le conseguenze delle malattie, influenzate dalle reazioni della gente e degli amministratori, dall'incidenza della crisi per classi di età, genere, gruppi di persone e ceti sociali, dalle differenze geografiche e dalla capacità di recupero dei soggetti sopravvissuti.

Coprono circa un ventennio invece i rilevanti contributi, specialmente per quanto riguarda l'analisi sociale del fenomeno colera, di Paolo Sorcinelli.

"Nuove epidemie antiche paure. Uomini e colera nell'Ottocento" e "Uomini ed epidemie nel primo Ottocento: comportamenti, reazioni e paure nello Stato pontificio" si concentrano specificatamente sulle epidemie di colera ottocentesche utilizzando principalmente fonti di archivi privati e parrocchiali in buona parte marchigiani, soprattutto delle province di Ancona e Pesaro.

Sorcinelli, storico sociale, pone la propria attenzione in primo luogo sulle reazioni popolari, analizzando gli atteggiamenti emotivi in presenza della malattia (in rapporto alla religione, alla morte, alle strategie familiari e ai comportamenti sessuali) e indagando l'ampia gamma di rimedi utilizzati dalle masse, urbane e rurali.

Dai suoi lavori emergono i dubbi, le paure, i gesti della gente, a volte incerti tra coraggio e spavento, altre ingovernabili, irrazionali, comunque tipici del porsi di fronte allo sconosciuto, al non spiegabile.

"Regimi alimentari, condizioni igieniche, epidemie nelle Marche dell'Ottocento", pur non trattando distintamente il colera ma in generale tutte le epidemie del XIX secolo marchigiano (febbri malariche, tubercolosi, difterite, tifo petecchiale, vaiolo, ecc.), si concentra maggiormente sulle cause delle malattie, evidenziando l'incidenza sulla mortalità complessiva delle masse urbane e rurali rispetto ai ceti abbienti del centro città e delle campagne.

Attraverso l'utilizzo di numerosi bollettini sanitari, Sorcinelli dimostra la maggiore rilevanza di alcune malattie epidemiche in taluni rioni rispetto ad altri, così come la mancanza in questi luoghi di adeguati impianti di fognatura ed acquedotti e l'insalubrità di cibi ed abitazioni: in tal modo collega mortalità epidemica e condizioni di vita e queste ultime al sistema economico in voga, basato su un ampio sfruttamento del lavoro operaio e contadino, con conseguenti gravi carenze dal punto di vista igienico ed alimentare.

L'obiettivo è, come dimostra ancora più chiaramente in "Miseria e malattie nel XIX secolo. I ceti popolari dell'Italia centrale fra tifo petecchiale e pellagra", evidenziare i danni patiti dalle masse urbane e rurali per effetto dell'aumento produttivo nell'agricoltura e del decollo industriale, criticando l'analisi storica precedente che raramente ha studiato le conseguenze sociali di tali cambiamenti tecnologici.

Quest'ottica ha il merito di porre attenzione sulle effettive conseguenze economiche pagate dalla popolazione in seguito allo sviluppo economico che, pur lento e ritardato, interessò anche il territorio marchigiano nel corso del XIX secolo.

Negli anni ottanta viene pubblicato il libro di Paolo Preto, "Epidemia, paura e politica nell'Italia moderna" che, compiendo un'analisi sociale dei comportamenti in tempo di epidemia ed utilizzando fonti che spaziano dai romanzi ai giornali, dai pamphlets agli atti, processi, archivi privati, giudiziari e parrocchiali etc., intravede nella paura (di complotti, di unzioni, di avvelenamenti, di morte) il legame conduttore delle invasioni epidemiche in Italia.

Preto così rileva come anche nell'Ottocento, nonostante l'influsso del pensiero illuminista settecentesco, il timore popolare del colera non fosse minore e più controllato rispetto a quello atavico, e assai studiato ancora oggi, della peste.

L'autore non solo fornisce un valido contributo allo studio delle reazioni popolari - muovendosi sulla scia dei lavori compiuti da Sorcinelli - ma indaga anche sui rapporti tra politica e malattia e su come durante le lotte risorgimentali, prima, e sotto il Regno d'Italia, poi, il terrore popolare per la diffusione del colera fosse strumentalizzato a fini politici.

Preto porta come testimonianza una miriade di esempi, citando fatti svoltisi principalmente nel Mezzogiorno (ma non solo) che videro coinvolti i gruppi conservatori e quelli liberali, senza dimenticare le strumentalizzazioni in funzione antisabauda da parte di resistenti borbonici all'indomani dell'Unità.

L'autore evidenzia la continuità di queste reazioni lungo tutto il secolo, rilevando una netta discrepanza tra i progressi nel campo della medicina ed i miglioramenti igienici e curativi compiuti, pur a lenti passi, nel corso dei decenni, e l'assenza di sostanziali variazioni nelle reazioni popolari, ancora dominate da convinzioni e pregiudizi secolari (come la credenza nel "colera veleno", usato secondo alcune frange popolari dai ricchi per sterminare le classi povere troppo accresciute di numero).

L'importante opera di Giorgio Cosmacini, "Storia della medicina e della sanità in Italia. Dalla peste europea alla guerra mondiale. 1348-1918", concentra la propria attenzione non tanto sulle reazioni popolari quanto sul percorso compiuto dalla medicina italiana e dalle sue strutture in rapporto sia al dispiegarsi delle malattie sia alle scoperte in campo internazionale.

Benché sia uno storico della medicina, l'autore non considera salute e malattia come eventi semplicemente biologici ma pure sociali.

Con una prospettiva che è la medesima di questo volume, Cosmacini ricorda che studiare una malattia non significa solo ricostruire le scoperte medico-scientifiche riferite ad essa ma anche osservare e spiegare le relazioni che la legano alla società, alla cultura del popolo, alle mentalità, alle tecnologie, alle istituzioni.

L'autore cerca, di conseguenza, di mediare tra opere troppo sbilanciate nell'analisi medico-biologica, col rischio di disgiungere la medicina dal resto della società come se ne fosse autonoma, e le interpretazioni che privilegiano esageratamente l'analisi economica-sociale di un'epidemia.

Specialmente nella sezione del volume riservata al colera, il libro di Cosmacini si rivela fondamentale per lo studio del lungo, e a tratti anche dialetticamente duro, dibattito nazionale tra scuole mediche ("epidemisti"-"contagionisti", "rosoriani"-"brownisti") e nell'attenzione al rivoluzionario processo che, pur lentamente, quantomeno in Italia, consentì nella seconda metà dell'Ottocento il passaggio da una medicina descrittiva e ancora influenzata da ingerenze spiritualiste e metafisiche ad una che cominciava a sposare con decisione il metodo sperimentale.

Gli ultimi anni hanno fatto registrare l'uscita di un nuovo importante contributo che si è dimostrato utile per aggiornare gli studi sul colera in campo nazionale.

Il libro di Eugenia Tognotti "Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia" fornisce un quadro completo, anche statisticamente, delle sette pandemie di colera italiane succedutesi nel XIX secolo, inserendosi nel filone di indagine compiuto precedentemente da storici come Anna Lucia Forti Messina.

Attraverso l'analisi di un'ampia quantità di fonti (memorie, atti parlamentari, quadri statistici, documenti di sanità pubblica e ministeriali, trattati medici, etc.) e con attenzione particolare alla grave epidemia di Sassari del 1855, Tognotti riassume minuziosamente quasi cento anni di infezioni coleriche sul suolo nazionale, richiamando alla memoria il lungo viaggio compiuto dalla malattia dalla fuoriuscita dalle regioni indiane, nel 1817, fino all'epidemia del 1893, l'ultima a colpire l'Italia nell'Ottocento, anche se non l'ultima in assoluto (ve ne fu una localizzata anche nel 1910-11).

Inoltre si sofferma sul lungo dibattito medico-politico tra "epidemisti" e "contagionisti", che divise il mondo medico alla prima comparsa del morbo, e sui rimedi curativi utilizzati dalle due scuole, spesso in forte contrasto tra loro.

Ancora, Tognotti analizza le conseguenze economiche e sociali delle epidemie coleriche, tracciando una relazione tra le politiche commerciali e amministrative degli Stati preunitari prima, e dell'Italia poi, e le precauzioni prese in tempo di contagio; inoltre indaga - sulla scia dei lavori di Preto e Sorcinelli - la molteplicità di reazioni e comportamenti di massa.

L'autore, con un'impostazione qui condivisa, intravede nei primi anni del secondo Ottocento una timida svolta nella comprensione della malattia, sia da parte del mondo medico sia da parte dello Stato, che una volta unificato cercò, senza troppa convinzione, di arrestare con misure cautelative la continua diffusione delle diverse malattie epidemiche.

Su questo punto l'autrice insiste particolarmente, mettendo in risalto il ruolo di stimolo svolto dal colera ai fini di un dibattito sull'arretratezza igienica-sanitaria del paese, confronto da cui sarebbero emersi, soprattutto negli ultimi anni del secolo, importanti cambiamenti nell'organizzazione sanitaria nazionale.

Gli studi citati rappresentano solo una parte dei molteplici compiuti in Italia, ma appaiono come quelli più completi ed in grado di fornire un quadro il più possibile equilibrato e credibile sulle epidemie che colpirono la penisola.

Diverso è il giudizio per un'altra opera che negli anni ha contribuito notevolmente ad alimentare il dibattito storico, quella di William McNeill "La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall'antichità all'età contemporanea".

L'opera si propone di studiare ed approfondire l'influenza delle grandi epidemie sui più importanti eventi storici, mostrandone la capacità di deformarli ed incanalarli su binari imprevedibili.

Criticando con fermezza la carenza di attenzioni che gli storici hanno dedicato a tali tematiche, specialmente prima dell'Ottocento, McNeill inserisce il succedersi delle epidemie infettive nell'ambito dell'interpretazione dei fatti storici, spiegando col loro intervento (specie quando queste agivano su popolazioni prive di immunità e conseguentemente colpite da una mortalità più elevata) eventi del passato apparentemente non giustificabili.

Quella di McNeill sembra, come gli è stato più volte rimproverato, una storia del «microbo senza l'uomo», in cui i flagelli epidemici appaiono determinare fin troppo eventi storici antichi e recenti, senza che l'autore riesca poi a fornire prove che vadano oltre semplici congetture, più volte forzate.

Si tratta, tuttavia, proprio per questi aspetti, nonché per uno studio che ha come oggetto la storia della malattia in buona parte dell'Europa, di un'opera rivoluzionaria e che in tal senso ha avuto il merito di fare uscire il dibattito attorno al colera dai binari localistici.

Al di là di pregi, critiche ed imprecisioni, la discreta quantità di studi apparsi negli ultimi anni dimostra come il colera, pur essendo una malattia ormai scomparsa da decenni nei paesi sviluppati, continui ancora a raccogliere interesse fra storici e studiosi di varia formazione, con pubblicazioni che analizzano il fenomeno dando rilievo di volta in volta ad aspetti diversi o cercando, come nel caso del lavoro di Tognotti, di fornire un'interpretazione il più possibile completa ed approfondita, anche a livello statistico.

In questo quadro intende inserirsi questo contributo che ha l'obiettivo di studiare, specificatamente per il caso di Ancona, i vari aspetti della malattia, con una netta rilevanza comunque, rispetto a quelli biologici, per quelli economici, comportamentali, emotivi, in modo da comprendere attraverso la conoscenza dell'epidemia anconetana alcune caratteristiche della società cittadina dell'epoca.


Consigli di lettura
Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia (Laterza, 2000) di Eugenia Tognotti.


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Società e colera nell'Italia del XIX secolo. L'epidemia di Ancona del 1865-67 di Andrea Pongetti, Edizioni Codex, 12,00 Euro


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