Libri di Storia locale

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9788890387562.jpg

Autore: Silvia Bolotti

Prima edizione: 02/2010

Edizione corrente: 02/2010

EAN-ISBN: 9788890387562

Pagine: 94

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.5

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.

Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l'appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.

La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.


Indice
Introduzione

1. L'Italia alla prova bellica

2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

3. Il dibattito politico a Macerata

4. Dentro la città: l'assistenza civile e militare

5. Il settore primario e la guerra: una crisi scongiurata

6. La tutela e la difesa della popolazione

7. La nuova alimentazione di guerra

8. La partecipazione economica di Macerata: i Prestiti Nazionali

9. La propaganda bellica nella città

10. I protagonisti della guerra: i soldati contadini e gli intellettuali

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
bolotti.jpgSilvia Bolotti è nata a Fabriano il 21 dicembre 1983.

Laureatasi in Storia della società, della cultura e della politica presso l'Università degli studi di Perugia, ha concluso la sua formazione all'Università di Macerata conseguendo la Laurea specialistica in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Questo è il suo primo libro.

È autrice dei saggi
Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti in Macerata e l'Unità d'Italia (Codex, 2010), e

Ambizioni autonomistiche, problemi sociali ed elezioni a Fabriano in Le Marche e l'Unità d'Italia (Codex, 2010).


Estratto
2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

Le Marche, uscite dall'Unità d'Italia con un nuovo assetto geo-politico, si affacciarono al Novecento in una condizione di assoluta arretratezza; infatti l'inchiesta Jacini, voluta dal governo e conclusasi alla fine dell'Ottocento, mostrava una terra economicamente agricola, ma di una agricoltura povera, una popolazione perlopiù analfabeta, misera e spesso costretta all'emigrazione.

Nonostante il desolato quadro che l'inchiesta aveva tracciato la regione iniziò, in età giolittiana, il cammino verso una modernità politica, grazie alla questione marchigiana e al terremoto elettorale del 1909, e verso una modernità sociale avviata dalla clamorosa "sentenza Mortara" e proseguita grazie alla diffusione nel territorio di 400 periodici che favorirono la formazione di una nuova opinione pubblica.

Alla vigilia della prima guerra mondiale le forze di sinistra locali contendevano, con scarsi successi, gli scenari politici alle élite di destra (tornate trionfalmente alla vittoria dopo il 1909) fatte di notabili liberali, spesso provenienti da altre regioni, che difficilmente perdevano le elezioni in quanto sostenuti dal governo centrale, dai cattolici (grazie, anche, al patto Gentiloni del 1913) e a volte dalla massoneria.

L'esperienza drammatica del conflitto ben presto modificò le alleanze creando nuovi parti contrapposte.

Infatti, se i repubblicani, alcuni gruppi di liberali e soprattutto i nazionalisti erano tutti favorevoli, pur per differenti motivi, all'intervento italiano, i socialisti e gli anarchici si dichiararono per la neutralità, mentre, i cattolici, inizialmente neutrali (in virtù, soprattutto, del patto Gentiloni) divennero con la partecipazione italiana alla guerra sostenitori di quest'ultima.

La spaccatura ideologica che investiva le forze politiche era identica in ogni provincia marchigiana. Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno e Fermo furono percorse da doppie ondate di manifestazioni: quelle degli interventisti, principalmente repubblicane, e quelle neutraliste in molti casi bloccate dalle forze di polizia.

Di lì a breve, comunque, le Marche sarebbero entrate nella con-flagrazione mondiale con la stessa classe dirigente che aveva vinto la tornata elettorale del 1913 e che rimase in carica fino alla fine del conflitto sostenendo sempre (tranne in occasione della caduta del ministero Salandra) i governi italiani che si alternarono nei quattro anni di guerra.

Dal lato economico, invece, lo stato di belligeranza ebbe pesanti ripercussioni sul giovanissimo settore secondario della regione (alcune industrie furono costrette a chiudere, altre modificarono la propria produzione, mentre altre ancora grazie alle commesse statali decollarono), ma anche sul primario.

La maggior parte dei soldati marchigiani erano contadini analfabeti che per combattere al fronte dovettero lasciare la cura dei campi alle donne le quali, rimaste sole, si adattarono a qualunque tipo di lavoro, anche ai più faticosi.

All'alba del 24 maggio 1915, poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana, Ancona, Senigallia e altre città del litorale furono bombardate dalla flotta austriaca.

Questo traumatico evento, più volte ripetutosi durante il conflitto, divise le Marche in due: la fascia costiera che partecipava attivamente alle manovre belliche e le restanti zone interne caratterizzate da condizioni di abbandono e di miseria come, ad esempio, Macerata e Fermo.

Lungo il litorale, spesso violato dal fuoco nemico, la tragedia della conflagrazione si palesò davanti agli occhi increduli di alcuni cittadini che assistettero all'affondamento a causa di una tempesta, nell'autunno del 1917 del pontone armato "Cappellini", nel tratto di mare tra Marzocca e Montemarciano, e all'arenamento dell'altra unità navale "Faà di Bruno" al largo di Marotta.

Nelle città dell'entroterra lontane dai clamori delle battaglie le popolazioni locali vivevano in condizioni difficili.

Dopo pochi mesi di guerra i generi alimentari cominciarono a scarseggiare, soprattutto a causa delle requisizioni imposte dal governo, mentre la successiva decisione di introdurre la tessera annonaria fece fiorire il mercato nero dove beni di prima necessità raggiungevano prezzi esorbitanti.

A tutto questo, poi, si aggiunsero: le difficoltà di ospitare le centinaia di profughi, la stanchezza per un conflitto troppo lungo e la diffusione della "spagnola" che uccise più di ottomila marchigiani.

Caso eclatante fu quello di Macerata dove lo scoppio della Grande guerra, ma soprattutto l'ingresso italiano nel conflitto, segnarono l'inizio di un periodo piuttosto difficile per la popolazione locale.

Più incline verso gli ideali pacifisti, la cittadinanza non ebbe in questo senso una valida rappresentanza.

I portavoce del neutralismo cioè i socialisti e gli anarchici, infatti, trovarono pochi spazi di manovra nella provincia maceratese.

I socialisti, a causa della chiusura del loro periodico nel periodo bellico, fecero da spettatori durante il dibattito tra neutralisti e interventisti, mentre gli anarchici erano, nel territorio, praticamente inesistenti.

Nel frattempo gli interventisti del posto cioè i liberali e i radicali versavano fiumi di inchiostro a sostegno della belligeranza nazionale, che mese dopo mese, diveniva sempre più probabile.

Dopo l'ingresso italiano questi non rinunciarono mai, neanche di fronte alle palesi difficoltà italiane, a difendere le loro posizioni interventiste.

Accanto ai liberali e ai radicali agirono i cattolici prima convinti pacifisti e poi sostenitori della guerra nazionale.

Intanto a Macerata, mai bombardata o attaccata da forze di terra, si entrava poco in contatto con il lato più oscuro del conflitto; il che, però, non significa assolutamente che la città rimase una oasi di felicità dentro una nazione che si batteva.

La guerra c'era, era presente sotto forme differenti, la popolazione vi faceva i conti ogniqualvolta ci si doveva spostare di notte (a causa dei provvedimenti contro l'illuminazione nelle strade), si dovevano comprare generi alimentari (a causa del razionamento del cibo) o quando gli Istituti di assistenza e i giornali locali chiedevano contributi per ragioni di volta in volta differenti, ma sempre volti a fornire assistenza a chi si trovava al fronte o a chi, rimasto in patria, era in difficoltà.

Se la popolazione, nelle fasi iniziali del conflitto, malvolentieri si rassegnò all'idea di combattere, negli anni successivi (principalmente negli anni centrali della guerra) iniziò rumorosamente, attraverso alcune manifestazioni, a far sentire il proprio dissenso.

Bisogna anche riconoscere, però, che ci fu una considerevole partecipazione economica e morale dei cittadini, favorita dalla martellante attività di propaganda volta a dimostrare che una eventuale sconfitta avrebbe determinato l'inizio di un nuovo periodo di schiavitù per la giovane Italia.

Fu così che a Macerata l'organizzazione di conferenze e assemblee, l'affissione di manifesti e la distribuzione di volantini riuscirono a tenere alto il morale della cittadinanza persuadendola, inoltre, ad offrire il proprio tributo.

Gli anni della belligeranza furono traumatici tanto per chi, tra mille difficoltà, viveva nel paese, quanto per chi cercava di sopravvivere in trincea.

La fame, la sete, il freddo e il caldo, il rincaro dei prezzi, il terremoto del '16 e l'epidemia di spagnola iniziata nel 1917 compromisero fisicamente e psicologicamente i marchigiani che tentarono di innescare moti insurrezionali, nel fronte interno, o cercarono il modo per fuggire dai campi di battaglia disertando o fingendosi pazzi per trovare rifugio nell'ospedale San Benedetto di Pesaro.

Alla conclusione del conflitto la regione probabilmente non comprese subito di aver pagato un tributo di vite umane decisamente alto.

I dati statistici, a tal proposito, parlano di un 90% di maschi adulti marchigiani richiamati alle armi, di questi, più dell'11% non tornerà a casa: 8 famiglie su 10 videro partire almeno un loro caro per i campi di battaglia, e molte non li videro tornare per le ferite, le malattie o le tribolazioni patite in trincea.


Consigli di lettura
La grande guerra 1914-1918 (Il Mulino, 2008) di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat.


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9788890387531_copertina.jpg

Autore: Andrea Pongetti

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788890387531

Pagine: 114

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.4

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Il XIX secolo fu segnato da numerose e drammatiche epidemie che colpirono un po' tutta Europa, Italia compresa.

Tra queste, quelle di colera furono senz'altro le più rilevanti non solo per l'impressionante tasso di mortalità mostrato, ma anche per l'interesse senza precedenti che suscitarono presso politici, amministratori, medici, intellettuali.

Questo libro analizza l'impatto sociale che il colera, malattia nuova e strettamente legata alle condizioni economiche ed igieniche della popolazione, ebbe sulla società italiana ottocentesca.

In particolare, l'attenzione è rivolta al caso specifico di Ancona, che poco dopo essere entrata a far parte del Regno d'Italia, tra il 1865 ed il 1867, fu vittima di una drammatica epidemia, la cui gravità risultò in evidente correlazione con le arretrate condizioni igieniche, sanitarie e culturali delle masse urbane nonché con le inadeguate risposte generalmente fornite dagli amministratori locali e dalla classe medica.


Indice
Introduzione

1. Gli studi sul colera in Italia

2. La lunga marcia del colera

2.1. Dal Gange all'Europa

2.2. L'epidemia del 1835-37 negli Stati italiani

3. Il colera "italiano" del 1865-67: la grave epidemia di Ancona

3.1. La città dopo l'Unità

3.2. Le condizioni sanitarie

3.3. L'epidemia del 1865

3.4. Il ritorno del colera nel 1866-67: una risposta diversa

3.5. La gente di fronte all'epidemia

3.6. Combattere la malattia: i soccorsi e il medico Girolamo Orsi

Appendice

Indice analitico

L'autore


Note biografiche
Andrea Pongetti (Senigallia, 1979) è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

pongettifoto.jpgLaureatosi in Storia presso l'Università degli Studi di Bologna (2006), lavora da circa tre anni come giornalista freelance presso testate on-line e cartacee, tra le quali "Il Resto del Carlino", occupandosi prevalentemente di cronaca e sport.

Da sempre appassionato di storia e cultura del territorio anconetano, ha collaborato al volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)", pubblicato nel 2008, con il saggio "Giuseppe Chiostergi sul fronte francese".

Questo è il suo primo libro.


Estratto
1. Gli studi sul colera in Italia

Fin dalla sua prima comparsa in Italia, nel 1835, il colera ispirò una grande quantità di studi, a testimonianza dell'impatto che il morbo, nuovo, sconosciuto e misterioso, ebbe su ogni ceto e classe sociale.

Non si trattò infatti solamente di opere a carattere scientifico e divulgativo di medici e studiosi ma anche di una gran mole di trattati, memorie, diari, relazioni e saggi.

A distanza di anni, del colera si continua a parlare sotto diverse angolature, ed il tema è più che mai attuale.

Da questo punto di vista, anche gli storici non hanno mancato di porre attenzione al fenomeno e, soprattutto dagli anni ottanta del secolo appena trascorso, si sono segnalate opere rivelatesi utili a fornirne un quadro globale, di volta in volta ponendo in maggiore evidenza gli aspetti sociali, quelli politici, comportamentali, economici.

Tra i lavori di maggiore rilievo vi è "Le epidemie nella storia demografica italiana (secoli XIV-XIX)", volume realizzato da Lorenzo Del Panta nel 1980 che analizza l'influenza e l'impatto demografico delle gravi epidemie succedutesi sul territorio italiano a partire dal XIV secolo fino al XIX: un discorso in cui entra di conseguenza anche il colera, i cui dati statistici hanno il pregio di unificare quelli rilevati dagli "Annali" di Corradi, dalle opere del chirurgo toscano Pietro Betti e dalle indagini compiute dalla Direzione generale di statistica.

Del Panta, con approccio statistico-demografico, studia le crisi di mortalità derivanti dalle grandi epidemie: le molteplici difficoltà causate dalla frequente mancanza di dati annuali dei decessi e la presenza di altri inattendibili o contrastanti tra loro, nonché l'ampia schiera di variabili, comportano inevitabili semplificazioni ma il libro fornisce un quadro complessivo del fenomeno in campo nazionale.

L'autore cerca di legare gli aspetti sociali, politici, economici e biologici compiendo una ricerca principalmente quantitativa che permetta la rilevazione di dati il più possibile veritieri sull'impatto e le conseguenze delle malattie, influenzate dalle reazioni della gente e degli amministratori, dall'incidenza della crisi per classi di età, genere, gruppi di persone e ceti sociali, dalle differenze geografiche e dalla capacità di recupero dei soggetti sopravvissuti.

Coprono circa un ventennio invece i rilevanti contributi, specialmente per quanto riguarda l'analisi sociale del fenomeno colera, di Paolo Sorcinelli.

"Nuove epidemie antiche paure. Uomini e colera nell'Ottocento" e "Uomini ed epidemie nel primo Ottocento: comportamenti, reazioni e paure nello Stato pontificio" si concentrano specificatamente sulle epidemie di colera ottocentesche utilizzando principalmente fonti di archivi privati e parrocchiali in buona parte marchigiani, soprattutto delle province di Ancona e Pesaro.

Sorcinelli, storico sociale, pone la propria attenzione in primo luogo sulle reazioni popolari, analizzando gli atteggiamenti emotivi in presenza della malattia (in rapporto alla religione, alla morte, alle strategie familiari e ai comportamenti sessuali) e indagando l'ampia gamma di rimedi utilizzati dalle masse, urbane e rurali.

Dai suoi lavori emergono i dubbi, le paure, i gesti della gente, a volte incerti tra coraggio e spavento, altre ingovernabili, irrazionali, comunque tipici del porsi di fronte allo sconosciuto, al non spiegabile.

"Regimi alimentari, condizioni igieniche, epidemie nelle Marche dell'Ottocento", pur non trattando distintamente il colera ma in generale tutte le epidemie del XIX secolo marchigiano (febbri malariche, tubercolosi, difterite, tifo petecchiale, vaiolo, ecc.), si concentra maggiormente sulle cause delle malattie, evidenziando l'incidenza sulla mortalità complessiva delle masse urbane e rurali rispetto ai ceti abbienti del centro città e delle campagne.

Attraverso l'utilizzo di numerosi bollettini sanitari, Sorcinelli dimostra la maggiore rilevanza di alcune malattie epidemiche in taluni rioni rispetto ad altri, così come la mancanza in questi luoghi di adeguati impianti di fognatura ed acquedotti e l'insalubrità di cibi ed abitazioni: in tal modo collega mortalità epidemica e condizioni di vita e queste ultime al sistema economico in voga, basato su un ampio sfruttamento del lavoro operaio e contadino, con conseguenti gravi carenze dal punto di vista igienico ed alimentare.

L'obiettivo è, come dimostra ancora più chiaramente in "Miseria e malattie nel XIX secolo. I ceti popolari dell'Italia centrale fra tifo petecchiale e pellagra", evidenziare i danni patiti dalle masse urbane e rurali per effetto dell'aumento produttivo nell'agricoltura e del decollo industriale, criticando l'analisi storica precedente che raramente ha studiato le conseguenze sociali di tali cambiamenti tecnologici.

Quest'ottica ha il merito di porre attenzione sulle effettive conseguenze economiche pagate dalla popolazione in seguito allo sviluppo economico che, pur lento e ritardato, interessò anche il territorio marchigiano nel corso del XIX secolo.

Negli anni ottanta viene pubblicato il libro di Paolo Preto, "Epidemia, paura e politica nell'Italia moderna" che, compiendo un'analisi sociale dei comportamenti in tempo di epidemia ed utilizzando fonti che spaziano dai romanzi ai giornali, dai pamphlets agli atti, processi, archivi privati, giudiziari e parrocchiali etc., intravede nella paura (di complotti, di unzioni, di avvelenamenti, di morte) il legame conduttore delle invasioni epidemiche in Italia.

Preto così rileva come anche nell'Ottocento, nonostante l'influsso del pensiero illuminista settecentesco, il timore popolare del colera non fosse minore e più controllato rispetto a quello atavico, e assai studiato ancora oggi, della peste.

L'autore non solo fornisce un valido contributo allo studio delle reazioni popolari - muovendosi sulla scia dei lavori compiuti da Sorcinelli - ma indaga anche sui rapporti tra politica e malattia e su come durante le lotte risorgimentali, prima, e sotto il Regno d'Italia, poi, il terrore popolare per la diffusione del colera fosse strumentalizzato a fini politici.

Preto porta come testimonianza una miriade di esempi, citando fatti svoltisi principalmente nel Mezzogiorno (ma non solo) che videro coinvolti i gruppi conservatori e quelli liberali, senza dimenticare le strumentalizzazioni in funzione antisabauda da parte di resistenti borbonici all'indomani dell'Unità.

L'autore evidenzia la continuità di queste reazioni lungo tutto il secolo, rilevando una netta discrepanza tra i progressi nel campo della medicina ed i miglioramenti igienici e curativi compiuti, pur a lenti passi, nel corso dei decenni, e l'assenza di sostanziali variazioni nelle reazioni popolari, ancora dominate da convinzioni e pregiudizi secolari (come la credenza nel "colera veleno", usato secondo alcune frange popolari dai ricchi per sterminare le classi povere troppo accresciute di numero).

L'importante opera di Giorgio Cosmacini, "Storia della medicina e della sanità in Italia. Dalla peste europea alla guerra mondiale. 1348-1918", concentra la propria attenzione non tanto sulle reazioni popolari quanto sul percorso compiuto dalla medicina italiana e dalle sue strutture in rapporto sia al dispiegarsi delle malattie sia alle scoperte in campo internazionale.

Benché sia uno storico della medicina, l'autore non considera salute e malattia come eventi semplicemente biologici ma pure sociali.

Con una prospettiva che è la medesima di questo volume, Cosmacini ricorda che studiare una malattia non significa solo ricostruire le scoperte medico-scientifiche riferite ad essa ma anche osservare e spiegare le relazioni che la legano alla società, alla cultura del popolo, alle mentalità, alle tecnologie, alle istituzioni.

L'autore cerca, di conseguenza, di mediare tra opere troppo sbilanciate nell'analisi medico-biologica, col rischio di disgiungere la medicina dal resto della società come se ne fosse autonoma, e le interpretazioni che privilegiano esageratamente l'analisi economica-sociale di un'epidemia.

Specialmente nella sezione del volume riservata al colera, il libro di Cosmacini si rivela fondamentale per lo studio del lungo, e a tratti anche dialetticamente duro, dibattito nazionale tra scuole mediche ("epidemisti"-"contagionisti", "rosoriani"-"brownisti") e nell'attenzione al rivoluzionario processo che, pur lentamente, quantomeno in Italia, consentì nella seconda metà dell'Ottocento il passaggio da una medicina descrittiva e ancora influenzata da ingerenze spiritualiste e metafisiche ad una che cominciava a sposare con decisione il metodo sperimentale.

Gli ultimi anni hanno fatto registrare l'uscita di un nuovo importante contributo che si è dimostrato utile per aggiornare gli studi sul colera in campo nazionale.

Il libro di Eugenia Tognotti "Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia" fornisce un quadro completo, anche statisticamente, delle sette pandemie di colera italiane succedutesi nel XIX secolo, inserendosi nel filone di indagine compiuto precedentemente da storici come Anna Lucia Forti Messina.

Attraverso l'analisi di un'ampia quantità di fonti (memorie, atti parlamentari, quadri statistici, documenti di sanità pubblica e ministeriali, trattati medici, etc.) e con attenzione particolare alla grave epidemia di Sassari del 1855, Tognotti riassume minuziosamente quasi cento anni di infezioni coleriche sul suolo nazionale, richiamando alla memoria il lungo viaggio compiuto dalla malattia dalla fuoriuscita dalle regioni indiane, nel 1817, fino all'epidemia del 1893, l'ultima a colpire l'Italia nell'Ottocento, anche se non l'ultima in assoluto (ve ne fu una localizzata anche nel 1910-11).

Inoltre si sofferma sul lungo dibattito medico-politico tra "epidemisti" e "contagionisti", che divise il mondo medico alla prima comparsa del morbo, e sui rimedi curativi utilizzati dalle due scuole, spesso in forte contrasto tra loro.

Ancora, Tognotti analizza le conseguenze economiche e sociali delle epidemie coleriche, tracciando una relazione tra le politiche commerciali e amministrative degli Stati preunitari prima, e dell'Italia poi, e le precauzioni prese in tempo di contagio; inoltre indaga - sulla scia dei lavori di Preto e Sorcinelli - la molteplicità di reazioni e comportamenti di massa.

L'autore, con un'impostazione qui condivisa, intravede nei primi anni del secondo Ottocento una timida svolta nella comprensione della malattia, sia da parte del mondo medico sia da parte dello Stato, che una volta unificato cercò, senza troppa convinzione, di arrestare con misure cautelative la continua diffusione delle diverse malattie epidemiche.

Su questo punto l'autrice insiste particolarmente, mettendo in risalto il ruolo di stimolo svolto dal colera ai fini di un dibattito sull'arretratezza igienica-sanitaria del paese, confronto da cui sarebbero emersi, soprattutto negli ultimi anni del secolo, importanti cambiamenti nell'organizzazione sanitaria nazionale.

Gli studi citati rappresentano solo una parte dei molteplici compiuti in Italia, ma appaiono come quelli più completi ed in grado di fornire un quadro il più possibile equilibrato e credibile sulle epidemie che colpirono la penisola.

Diverso è il giudizio per un'altra opera che negli anni ha contribuito notevolmente ad alimentare il dibattito storico, quella di William McNeill "La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall'antichità all'età contemporanea".

L'opera si propone di studiare ed approfondire l'influenza delle grandi epidemie sui più importanti eventi storici, mostrandone la capacità di deformarli ed incanalarli su binari imprevedibili.

Criticando con fermezza la carenza di attenzioni che gli storici hanno dedicato a tali tematiche, specialmente prima dell'Ottocento, McNeill inserisce il succedersi delle epidemie infettive nell'ambito dell'interpretazione dei fatti storici, spiegando col loro intervento (specie quando queste agivano su popolazioni prive di immunità e conseguentemente colpite da una mortalità più elevata) eventi del passato apparentemente non giustificabili.

Quella di McNeill sembra, come gli è stato più volte rimproverato, una storia del «microbo senza l'uomo», in cui i flagelli epidemici appaiono determinare fin troppo eventi storici antichi e recenti, senza che l'autore riesca poi a fornire prove che vadano oltre semplici congetture, più volte forzate.

Si tratta, tuttavia, proprio per questi aspetti, nonché per uno studio che ha come oggetto la storia della malattia in buona parte dell'Europa, di un'opera rivoluzionaria e che in tal senso ha avuto il merito di fare uscire il dibattito attorno al colera dai binari localistici.

Al di là di pregi, critiche ed imprecisioni, la discreta quantità di studi apparsi negli ultimi anni dimostra come il colera, pur essendo una malattia ormai scomparsa da decenni nei paesi sviluppati, continui ancora a raccogliere interesse fra storici e studiosi di varia formazione, con pubblicazioni che analizzano il fenomeno dando rilievo di volta in volta ad aspetti diversi o cercando, come nel caso del lavoro di Tognotti, di fornire un'interpretazione il più possibile completa ed approfondita, anche a livello statistico.

In questo quadro intende inserirsi questo contributo che ha l'obiettivo di studiare, specificatamente per il caso di Ancona, i vari aspetti della malattia, con una netta rilevanza comunque, rispetto a quelli biologici, per quelli economici, comportamentali, emotivi, in modo da comprendere attraverso la conoscenza dell'epidemia anconetana alcune caratteristiche della società cittadina dell'epoca.


Consigli di lettura
Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia (Laterza, 2000) di Eugenia Tognotti.


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9788890387524_copertina.jpg

Autore: Gilberto Volpini

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788890387524

Pagine: 148

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.3

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storia militare

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Descrizione
L'oggetto di questo lavoro è il passaggio del fronte a Senigallia durante la seconda guerra mondiale culminato con la battaglia del Cesano (9 agosto 1944) nella quale le truppe tedesche in ripiegamento verso la linea Gotica furono sconfitte dal 2° Corpo d'armata polacco.

L'arrivo della guerra mutò radicalmente la vita cittadina sul piano politico, sociale e militare: la questione dei profughi, la carenza di approvvigionamento e la penuria di generi alimentari, unite alla occupazione tedesca, alla condizione della comunità ebraica locale e all'attività antifascista e resistenziale, fecero sentire in maniera pressante la propria morsa.

Alcuni documenti rinvenuti nell'Archivio storico comunale gettano nuova luce sulla presenza presso la Colonia Unes di internati ebrei e slavi, questione che ha animato di recente un vivace confronto tra studiosi, politici e amministratori ed è stata ripresa dalla stampa locale e nazionale.

Un'appendice costituita da un'essenziale cronologia dei bombardamenti sulla città e da un'inedita cronaca sulla battaglia del Cesano scritta da un ufficiale polacco, concludono l'opera.


Indice
Introduzione

1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

2. Gli sfollati a Senigallia

3. L'occupazione tedesca a Senigallia

4. Gli ebrei a Senigallia

5. L'antifascismo e la resistenza a Senigallia

6. La battaglia del Cesano: il fronte a Scapezzano e Roncitelli e la storia del 2° Corpo d'armata polacco

7. Dopoguerra

Appendice documentaria

A. Cronaca di un ufficiale polacco

B. Alcuni militari polacchi

C. Cronaca dei bombardamenti

Indice analitico

L'autore


Note biografiche
Gilberto Volpini è nato a Senigallia il 9 gennaio 1951.

volpini120.jpgImpiegato e archivista presso la Biblioteca "Antonelliana" di Senigallia (An), ha pubblicato alcuni lavori di storia politica e sociale sull'età contemporanea, tra cui "Scapezzano. Storia di una comunità" (2000) e "L'iconografia della guerra" in "Le Marche e la Grande guerra" (2008).

È socio del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.


Estratto
1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

La città di Senigallia nel 1943 viveva come l'Italia intera una situazione molto difficile.

Tre anni di guerra avevano prostrato la nazione sotto il profilo economico e sociale e la città adriatica non si sottraeva a questa triste situazione, anzi la scontava maggiormente in virtù di un insieme di eventi.

Nel gennaio di quell'anno tutte le traversie che questa stava vivendo erano destinate a sopirsi per un certo periodo: Senigallia era in procinto di diventare il set cinematografico del film "La prigione", tratto dal romanzo dello scrittore senigalliese Mario Puccini.

Questi si era trasferito a Roma da diversi anni, anche se manteneva profondi legami con la città natale, dove possedeva un villino.

Nel 1939 era stato uno dei candidati alla nomina di Accademico d'Italia, che era stata caldeggiata dal podestà Allegrezza e dal ministro di cambi e valute onorevole Riccardi, nato a Mosca da madre russa e da padre senigalliese.

Nel gennaio 1943, Puccini ebbe uno scambio epistolare con Allegrezza. Innanzitutto, lo informò dell'arrivo in città del regista Cerio Ferruccio, per visionare i luoghi di ambientazione del film; in seguito lo ringraziò per l'assistenza fornita al Ferruccio e gli comunicò la probabile visita in città ed al set cinematografico del ministro della cultura Pavolini, che era molto interessato a quella produzione.

In una cartolina postale spedita nel febbraio, lo scrittore senigalliese informò il podestà del suo arrivo e che le riprese del film sarebbero iniziate il 22 o il 25 febbraio; che il cast era di prima qualità e che doveva prendere accordi con l'Unes per la fornitura di almeno 5 Kw di energia elettrica.

Peraltro, questo si rivelò un simpatico avvenimento che non andò assolutamente a modificare la deprimente condizione generale.

La situazione economica della città era già precaria prima dell'inizio della guerra, il numero di disoccupati era molto elevato, la spinta economica del periodo della ricostruzione dopo il terremoto del 1930 si era esaurita, per cui erano necessari, per risolvere i problemi della mancanza del lavoro, cospicui investimenti nell'industria.

La fabbrica dei lini, che nel periodo alto della lavorazione occupava oltre 700 addetti, era attiva da pochi anni ed aveva cessato la produzione.

Al 30 giugno 1943, risultavano impiegati nelle aziende private senigalliesi, secondo una statistica del Comune, 161 addetti nella fabbrica dei cementi e 87 persone nella ditta Cerere che costruiva macchine per l'agricoltura; vi era poi il cantiere della ditta S.C.I.C. che, impegnato nella costruzione di una fabbrica per la lavorazione delle carni (dove attualmente si trova il Centro Recuperi della Polizia di Stato), dava lavoro a 400 unità lavorative.

Vi erano poi in città alcune ditte edili artigiane e compagnie di facchini che occupavano alcune decine di persone.

Queste modeste attività industriali, insieme all'artigianato sempre più in crisi per la mancanza di denaro ed all'agricoltura, erano le uniche fonti di reddito per sostenere la popolazione, che stentava a mettere insieme pranzo e cena sia per la scarsità dei prodotti sia per il loro elevato prezzo.

Nei tre anni di guerra i prezzi dei prodotti alimentari, benché calmierati, avevano subito aumenti vertiginosi; prodotti di prima necessità come carne, latte, pane, lardo, burro, pasta e zucchero erano cresciuti di prezzo in una percentuale del 200%.

Nella stesso periodo di belligeranza i salari degli operai avevano avuto un incremento del 40-50 %.

Nel mercato ufficiale, i prezzi erano elevati e la merce insufficiente cosicché si era creato un mercato parallelo (la borsa nera), dove i prodotti alimentari e voluttuari subivano a confronto dei prezzi calmierati, già abbastanza alti per le tasche dei meno abbienti, aumenti esponenziali.

Basta confrontare i prezzi della borsa nera a con quelli ufficiali posti tra parentesi: la farina L. 30-40 (2), olio 150-200 (13-14), carne 150 (10-12) e così via dai legumi fino all'oro e l'argento.

Oltre alla mancanza di cibo vi era anche la carenza di carbone e legna per cuocerlo ed anche l'olio combustibile per il riscaldamento.

La legna nell'agosto del 1943 era molto cara, variando da L. 48 a L. 56 al q., mentre il carbone costava L. 1,75 al Kg.

A causa dei prezzi alti e della scarsità dei prodotti per il riscaldamento, l'inverno del 1943/44 si presentava duro e difficile.

Visto lo scarso raccolte delle olive dovuto alla grave siccità dell'estate '43, per evitare imboscamenti dell'olio di oliva, il 22 novembre il dott. B. Pilato, ispettore del ministero dell'Agricoltura, emise un'ordinanza nella quale obbligava l'Amministrazione comunale a vigilare sulla molitura delle olive, che doveva essere fatta solo in 4 frantoi (quelli di Enrico Cavallari, Giacomo Crivellini, Teresa Durazzi e Italiano Spinaci).

Gli altri frantoi presenti nel territorio comunale dovevano restare chiusi con i macchinari sigillati.

La città doveva far fronte non solo ai problemi interni, che riguardavano i suoi abitanti, ma anche a quello delle centinaia di profughi che nel corso dell'anno arrivarono in città, ai quali l'Amministrazione comunale doveva dare una sistemazione decente.

Furono inoltre attrezzati alcuni ospedali militari, per l'assistenza dei militari feriti al fronte.

Questi erano così predisposti: Caserma Avogadro per 400 degenti; Colonia Ferrovieri 220; Colonia Maria Pia di Savoia 276; Colonia Umberto di Savoia 178; Ospedale Civile e Orfanotrofio Femminile 308; Collegio Pio IX 200.

Il primo treno di militari e feriti provenienti dai fronti di guerra arrivò a Senigallia il 24 dicembre 1940.

Questi treni carichi di ammalati venivano accolti, inizialmente, dalle autorità civili e militari e dalla popolazione, che dimostrava grande affetto per queste sfortunate persone; in seguito, divenuti gli arrivi più frequenti, la gente cominciò a comprendere la drammaticità della guerra e il segretario del P.N.F., per evitare problemi, ordinò alla forza pubblica di vietare ai borghesi di assistere allo scarico dei feriti dai treni.

La popolazione della città affrontò tutte queste difficoltà nella calma più assoluta: il regime controllava con discrezione la vita sociale ed economica, la guerra non aveva ancora toccato in maniera tangibile Senigallia, tutto era pronto per eventuali attacchi aerei.

Fin dal 1941 erano stati individuati nei sotterranei dei conventi del Carmine e di S. Martino, in quelli del palazzo ex Marcolini e nella Rocca roveresca, le sedi dei rifugi pubblici antiaerei, dove la popolazione civile poteva ripararsi dalle eventuali incursioni.

La custodia e la manutenzione dei rifugi fu affidata ai religiosi e alle religiose che vi risiedevano, mentre quello della Rocca fu affidata al custode, sig. Zingaretti.

Questi dovevano provvedere all'approvvigionamento di acqua potabile, curare la conservazione dei medicinali e dei vari attrezzi da lavoro che potevano essere utilizzati in caso di bisogno (pale, picconi, ecc.); inoltre dovevano tenere in efficienza i lumini ad olio, da usare in mancanza dell'energia elettrica.

Il 21 maggio 1943 il podestà Allegrezza, inviò al ministero degli Interni - Direzione Genera-le Servizi per la protezione antiaerea - una richiesta di finanziamento di nuovi rifugi per la popolazione civile.

La lettera di risposta del ministero fu negativa per le difficoltà di reperire materiale e manodopera anche perché, secondo le previsioni, Senigallia non era un obiettivo strategico e l'interesse andava di preferenza per località maggiormente esposte al pericolo.

Il Comando del presidio militare di Senigallia, preoccupato per probabili azioni nemiche in particolari emergenze, inviò il 12 luglio a tutti gli enti del presidio delle direttive molto rigide alle quali tutti i comandati dovevano attenersi.

Queste emergenze riguardavano i bombardamenti aerei, le incursioni di paracadutisti ed azioni di ordine pubblico.

Riguardo il lancio di paracadutisti doveva venire informato immediatamente il Comando del presidio che avrebbe attuato un piano prevedente il coinvolgimento di tutte le forze militari poste sul territorio comunale, compresa la Milizia.

Vi era da parte dell'autorità un certo timore per il mantenimento dell'ordine pubblico: la carenza di beni, infatti, avrebbero potuto generare del malcontento e creare seri problemi al regime; di qui la procedura di sciogliere immediatamente assembramenti di persone in atteggiamento sospetto o aperte manifestazioni di qualsiasi natura.

I militari del 94° Fanteria dovevano garantire le evenienze, si trovavano in continuo stato di allerta, armati e pronti anche durante la libera uscita: in caso di partenza da Senigallia, il Battaglione doveva lasciare a disposizione un ufficiale, sette graduati e trenta militari di truppa.

Tra i forti disagi della popolazione e le preoccupazioni delle autorità militari e civili per la grave situazione che si stava delineando in Italia, si avvicinava la fatidica data del 25 luglio 1943, che mutò radicalmente la sorte del paese.

La notizia dell'arresto di Mussolini arrivò a Senigallia in un frangente delicato: la città stava vivendo un momento di grave difficoltà proprio perché in quei giorni erano giunti da Roma, dopo il bombardamento del 19 luglio, decine di sfollati, la cui assistenza costituiva un grosso problema.

Gli avvenimenti nazionali non coinvolsero più di tanto la popolazione cittadina, non si verificarono momenti di tensione e tutto rimase nella normalità.

Nei giorni successivi al 25 luglio si riunì il primo Comitato antifascista formato, pare, da Fratti Calamosca, Palamede Giunchedi, Enrico Gramaccioni, Oberdan Magnani, Alberto Zavatti; secondo il Monti Guarnieri la loro attività fu di breve durata.

Il podestà Allegrezza rimase a capo dell'Amministrazione comunale e continuò a deliberare fino al 13 agosto 1943, come risulta dagli atti ufficiali del Comune; questo dimostra che non ci furono grandi forzature ed eccessiva premura di cancellare le istituzioni fasciste.

In data 11 agosto 1943 il prefetto della provincia di Ancona, dott. Sacchetti , nominò il consigliere di prefettura, avvocato Mario Niccolini, commissario ed incaricato della temporanea amministrazione del Comune di Senigallia in luogo del podestà Aldo Allegrezza, richiamato alle armi.

La nomina del Niccolini a commissario prefettizio per Senigallia avvenne con decreto del prefetto Sacchetti dell'11 agosto 1943: il compenso consisteva in una diaria di 90 lire giornaliere lorde, oltre al rimborso delle spese.

Fu protocollato alla segreteria del Comune il 17 agosto, mentre il 19 furono emessi i primi atti amministrativi che riguardavano la defascistizzazione delle istituzioni, come prevedeva la politica del nuovo governo.

Tornando indietro di qualche settimana, all'inizio del governo Badoglio, erano già arrivate al podestà alcune direttive riguardanti la cancellazione delle scritte di propaganda del regime fascista.

Il lavoro di cancellazione fu affidato dall'ingegnere comunale Manganelli ad un funzionario comunale, che facendo le veci del podestà, ordinò ad alcuni operai di eseguire il lavoro durante le ore notturne.

Fu così richiesto al Comando del presidio militare ed al comandante dei Carabinieri il permesso di circolazione notturna per sei lavoratori.


Consigli di lettura
L' Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-1945 (Laterza, 2009) di Marco Patricelli.

Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav (Laterza, 2004) di Tommaso Baris.


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