Libri di Storia militare

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Autori: Valentina Baiocco, Silvia Bolotti, Federica Brunella, Augusto Ciuffetti, Claudia Colletta, Lucio Febo, Luca Frontini, Giovanna Giubbini, Carlotta Latini, Irene Manzi, Eleonora Marsili, Cesare Mario Natale, Nicoletta Olivieri, Eugenio Paoloni, Gilberto Piccinini, Andrea Pongetti, Lidia Pupilli, Emanuela Sansoni, Marco Severini, Matteo Soldini, Riccardo Paolo Uguccioni

Curatore: Marco Severini

Prima edizione: 09/2010

Edizione corrente: 03/2011

EAN-ISBN: 9788890387579

Pagine: 401

Illustrazioni: 24

Rilegatura: Cartonato, filo refe

Dimensioni: 17x24 cm

Prezzo
Libro: 30,00 Euro
Versione digitale ePub: 9,90 Euro

Collana: Storia Italiana, n.7

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storia militare

Acquista il libro in versione cartacea o digitale.


Descrizione
Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, questo volume completa un progetto di ricerca, promosso dal Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, e rico-struisce sul piano politico, civile e socio-economico la trama degli avvenimenti che, tra il settembre 1860 e il marzo 1861, portarono le Marche dal regime pontificio all'interno dello Stato unitario italiano.

Dalla conquista piemontese all'amministrazione Valerio, dal plebiscito del 4-5 novembre 1860 alle prime libere elezioni dei rappresentanti locali e nazionali, il volume, frutto della sinergia e della collaborazione tra ventuno studiosi afferenti a tutti gli atenei e ai principali istituti di ricerca storica marchigiani, indaga peculiarità e protagonisti, problemi e vicende di una svolta storica, percepita come epocale dagli stessi testimoni del tempo.


Indice
Introduzione

QUESTIONI

Marco Severini
150 anni dall'Unità

Gilberto Piccinini
Ancona capoluogo, le Marche una regione

Irene Manzi
L'amministrazione Valerio

Nicoletta Olivieri
I protagonisti dell'annessione

Eugenio Paoloni
La battaglia di Castelfidardo tra storia, memoria e attualità

Augusto Ciuffetti
La dimensione economica e sociale

PERIFERIE

Claudia Colletta
Il Pesarese

Andrea Pongetti
L'Anconetano

Marco Severini
Il Maceratese

Cesare Mario Natale
Il Fermano

Matteo Soldini
L'Ascolano

PROTAGONISTI E COMPRIMARI

Lidia Pupilli
Vincenzo Buffarini: affari e politica fra Secondo Impero e Regno d'Italia

Valentina Baiocco
Un notabile in Parlamento: Bellino Briganti Bellini

Emanuela Sansoni
Il carteggio di Giacomo Ricci nel biennio unitario

Eleonora Marsili
Le carriere dei notabili

Luca Frontini
Garibaldini, mazziniani e democratici intorno all'Unità

Riccardo Paolo Uguccioni
Domenico Guerrini primo sindaco della Pesaro italiana

PECULIARITÀ

Giovanna Giubbini
Il Fondo Valerio nell'Archivio di Stato di Ancona

Marco Severini
Senigallia, sede del primo governo marchigiano

Lucio Febo
Jesi tra vocazione industriale e network nobiliare

Federica Brunella
La media Vallesina al voto

Silvia Bolotti
Ambizioni autonomistiche, problemi sociali ed elezioni a Fabriano

Carlotta Latini
Processo penale e delitto politico tra Marche pontificie e Stato unitario

Summary

Tabula gratulatoria

Cronologia

Profilo degli autori

Indice dei nomi


Note biografiche
Valentina Baiocco si è laureata in Lettere moderne presso l'Università di Macerata con una tesi sulla letteratura italiana della migrazione.

È membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento Italiano.

Lavora per conto dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche al progetto «Archivio storico digitale. La memoria della Resistenza».

È redattrice di «Storia e problemi contemporanei».


Silvia Bolotti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia Macerata nella prima guerra mondiale (Codex, 2010).


Federica Brunella è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Si è laureata all'Università di Macerata in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea studiando l'attività parlamentare di Adele Bei.


Augusto Ciuffetti è ricercatore di Storia economica presso la Facoltà di Economia "Giorgio Fuà" dell'Università Politecnica delle Marche e collabora con l'Istituto per la Cultura e la Storia d'Impresa "Franco Momigliano" di Terni.

È direttore di «Patrimonio industriale», rivista dell'Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, nonché membro del comitato direttivo di «Ricerche storiche» e del consiglio scientifico di «Proposte e ricerche».

Tra le sue pubblicazioni più recenti si segnalano i volumi

Ascesa ed apogeo di una famiglia borghese: i Sereni nei secoli XVIII-XX, coautore R. Covino (Crace, 2009);

Energia e macchine. L'uso delle acque nell'Appennino centrale in età moderna e contemporanea, curato insieme a F. Bettoni (Crace, 2010).


Claudia Colletta si è laureata in Lettere moderne, con lode, presso l'Università di Bologna e, nel 2009, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Scienze Storiche presso la Scuola Internazionale di Studi Storici dell'Università di San Marino.

Ha partecipato a diversi convegni e progetti di ricerca, interessandosi di storia delle religioni nell'Europa del Seicento e dell'Ottocento e di storia dell'ebraismo in ancien régime, con particolare interesse per lo studio delle comunità ebraiche stanziate nelle Marche.

Ha pubblicato una monografia, dal titolo "La comunità tollerata. Aspetti di vita materiale del ghetto di Pesaro dal 1631 al 1860" (2006) e ne ha in corso una seconda, sviluppo della propria tesi di dottorato intitolata "Vivere 'senza ghetto'. Gli ebrei nella Marca e nello Stato Pontificio tra Sei e Settecento".


Lucio Febo si è laureato in Scienze politiche all'Università di Camerino, con una tesi sul movimento anarchico nella Vallesina in età giolittiana.

Ha collaborato alla compilazione di schede biografiche di anarchici marchigiani e romagnoli per le Università di Milano, Teramo, Messina e Padova, nonché di sindacalisti marchigiani, raccolte rispettivamente nel "Dizionario biografico degli anarchici italiani" (2003-2004) e nel "Dizionario biografico del movimento sindacale nelle Marche, 1900-1970" (2006).

Ha pubblicato la biografia del patriota Lorenzo Bucci: "Il 'capitano bello' di Montecarotto. Vita di un nobile garibaldino, eroe della Repubblica Romana del 1849" (2010); frutto di uno studio iniziato con la laurea triennale in Storia contemporanea conseguita all'Università di Macerata nel 2009.


Luca Frontini è nato nel 1979 in provincia di Ancona.

Nel 2006 si è laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata.

Nello stesso ateneo, durante l'anno accademico 2008-2009, ha conseguito la Laurea Specialistica/Magistrale in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi di Storia delle Marche in età contemporanea.

Dal 2010 fa parte del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.


Giovanna Giubbini è direttrice dell'Archivio di Stato di Ancona e della dipendente Sezione di Fabriano.

Nella sua attività istituzionale e di studio si è occupata della organizzazione e gestione di archivi prodotti da uffici statali, da enti pubblici e da privati.

Ha collaborato con le istituzioni locali in Umbria e nelle Marche per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale.

È autrice di articoli e saggi nelle materie di competenza. Insegna Archivistica come professore a contratto presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Perugia.


Carlotta Latini insegna Storia del diritto italiano e Storia del diritto penale presso l'Università di Camerino.

Più volte borsista presso il "Max Planck Institut für Europäische Rechtsgeschichte", dottoressa di ricerca in Storia del diritto italiano presso l'Università di Siena (2000), ha studiato le immunità ed i privilegi ecclesiastici nel corso dell'antico regime, le riforme giuridiche ed istituzionali attuate nell'Europa della Grande guerra: attualmente si occupa dei rapporti tra diritto penale comune e diritto penale militare tra Otto e Novecento.

Ha pubblicato ricerche in Italia e in Europa, tra cui "Die Gesetzgebung in Kriegszeiten. Ein Beitrag zur Doktrin der Ermaechtigung in Europa" (2007), Il governo legislatore. Espansione dei poteri dell'esecutivo e uso della delega legislativa in tempo di guerra, in Il governo dell'emergenza. Poteri straordinari e di guerra in Europa tra XVI e XX secolo (Viella, 2007) e "Parlement et gouvernement sont une seule et même chose. Prorogation des sessions parlementaires et recours aux commissions de contrôle en Italie (1914-1918)" (2008).

Ha pubblicato la monografia Cittadini e nemici. Giustizia militare e giustizia penale in Italia tra Otto e Novecento (Mondadori Education, 2010).


Irene Manzi è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (Affinità Elettive, 2003).

Ha partecipato a numerosi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con alcune riviste storiche.


Eleonora Marsili è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Dopo aver frequentato il corso di Laurea Magistrale in Letteratura e Filologia dal Medioevo all'età contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Macerata, si è laureata con una tesi specialistica in Storia delle Marche in età contemporanea.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia Miss Montecitorio non rinuncia alla maternità. L'attività parlamentare di Maria Pucci (1948-1950) (Codex, 2011).


Cesare Mario Natale, laureato in Scienze Politiche e in Storia, è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Ha iniziato recentemente a svolgere attività di ricerca, occupandosi di storia politica contemporanea e pubblicando, con altri, l'opera Romolo Murri. L'opera di un pensatore fermano. Religione, filosofia, scienza e storia al servizio della politica (Affinità Elettive, 2009).

Sta completando il dottorato di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Macerata con uno studio sulla politica mediterranea dell'Italia nel periodo del centrosinistra organico.


Nicoletta Olivieri è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Si è laureata in Lettere classiche all'Università di Macerata ed attualmente insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori.

Laureanda in Storia delle Marche in età moderna e contemporanea, è responsabile dell'Archivio storico "Onofri" di San Ginesio.

Autrice di articoli culturali, è consulente editoriale per l'adattamento dei testi di doppiaggio di prodotti multimediali.


Eugenio Paoloni è presidente della Fondazione "Duca Roberto Ferretti" di Castelferretto: già presidente della sezione di Castelfidardo di Italia Nostra e promotore nel 1981 dell'istituzione del locale Museo del Risorgimento.


Gilberto Piccinini insegna Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento.

Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.

Tra i suoi recenti lavori:

Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008);

la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008)

e la partecipazione come autore a Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).


Andrea Pongetti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatosi in Storia presso l'Università di Bologna (2006), giornalista pubblicista, ha pubblicato per i nostri tipi la monografia Società e colera nell'Italia del XIX secolo. L'epidemia di Ancona del 1865-67 (Codex, 2009) e collaborato ad alcune opere collettanee, tra cui "Le Marche e la Grande Guerra" (2008).


Lidia Pupilli sta svolgendo il Dottorato di ricerca «F. Chabod» in Storia contemporanea presso l'Università "Luiss-Guido Carli" di Roma.

Vicepresidente del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, è membro della redazione di «Storia e problemi contemporanei».

Si è occupata, in particolare, dei carteggi di politici, intellettuali e clan familiari, della stampa periodica ottocentesca, di elezioni nell'Italia del Novecento e di biografia politica, con profili realizzati per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.

Tra i suoi lavori Il sogno spezzato. Lina Tanziani e il suo tempo (Affinità Elettive, 2005) e le curatele delle opere Viaggio in Italia. Diario itinerante di un giovane aristocratico (1856) (Affinità Elettive, 2006), insieme a M. Severini, "Le Marche in età giolittiana" (2007) e Giovanni Conti politico, costituente, storico (Il Lavoro Editoriale, 2010).


Emanuela Sansoni è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena.

Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula (Codex, 2009).


Marco Severini insegna Storia del Risorgimento e altre discipline storiche dell'età contemporanea presso l'Università di Macerata.

Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana".

È segretario del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo: inoltre, ha realizzato numerosi profili per il Dizionario biografico degli italiani e per altre opere collettanee.

Tra le sue recenti monografie:

Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007), Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive, 2008), Le storie degli altri (Codex, 2008), e la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009).

È curatore e autore di cinque progetti di ricerca relativi al 150° anniversario dell'Unità d'Italia.


Matteo Soldini è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatosi presso l'Università di Macerata, si è occupato dell'internamento civile fascista nelle Marche, pubblicando un saggio dal titolo L'internamento civile in provincia di Macerata («Storia e problemi contemporanei», 54, 2010, pp. 165-184).


Riccardo Paolo Uguccioni, giornalista pubblicista, vicepresidente della Deputazione di storia patria per le Marche, membro dell'Accademia Raffaello di Urbino, nel 1990 ha fondato con alcuni amici la "Società pesarese di studi storici".

Già docente a contratto di Storia moderna presso la facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", è presidente della fondazione "Ente Olivieri" di Pesaro.

Ha studiato aspetti di storia politica, sociale ed economica dell'Ottocento napoleonico e pontificio, occupandosi fra l'altro di brigantaggio, viabilità, scuole, censura, ferrovie, comunità ebraiche e leva militare e approfondendo, di recente, il tema della carboneria.


Estratto
150 anni dall'Unità

L'Unità d'Italia compie 150 anni di vita.

Il 17 marzo 1861 è, infatti, la data di nascita dello Stato nazionale italiano.

In quel giorno venne promulgata la legge che conferiva a Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, e ai suoi successori il titolo di re d'Italia.

La legge era stata approvata dal primo Parlamento italiano, riunitosi per la prima volta a Torino il 18 febbraio precedente, nel corso di due sedute: il 26 gennaio era passata al Senato, con 129 voti favorevoli e 2 contrari, mentre il 14 marzo era stata approvata dalla Camera per acclamazione.

Il processo di unificazione italiano si sarebbe compiuto nel 1866 con la liberazione del Veneto e nel 1870 con l'occupazione di Roma, anche se gli italiani di Trento e Trieste avrebbero a lungo rivendicato la liberazione dal dominio austriaco.

L'Unità d'Italia nacque per effetto della linea politica attuata da un Piemonte liberale rivelatosi forte, dinamico e fortunato fino al punto da poter assorbire territori e popolazioni decisamente più ampi rispetto al suo nucleo originario.

Questa soluzione apparve tra 1860 e 1861 improcrastinabile.

Anche nelle province marchigiane, in cui élites e popolazioni erano rimaste a lungo fedeli al regime papalino, i patrioti caldeggiarono in quell'autunno-inverno del 1860 l'unificazione al Piemonte liberale come unica soluzione possibile: una soluzione che, con l'aiuto determinante di notabili e proprietari terrieri, venne ratificata in alcune località dal 100% dei votanti.

Ovviamente, compiuta l'Italia, restarono nell'agenda dei governanti molteplici questioni da affrontare.

Le scelte che la classe dirigente italiana, rimasta improvvisamente orfana del suo leader Cavour (morto il 6 giugno di quell'anno), adottò nel 1861 sarebbero risultate determinanti per i decenni successivi, decenni di profonda trasformazione e modernizzazione per una penisola che fino a quell'anno fatidico era rimasta suddivisa in diversi Stati dinastici.

Nel 1861 trovò conclusione un processo di unificazione avvenuto in tempi straordinariamente rapidi e con modalità impreviste dai suoi stessi artefici.

Questa Unità fu il risultato della combinazione tra un'iniziativa dall'alto, quella monarchico-sabauda, e un'iniziativa dal basso, le insurrezioni nell'Italia centrale e la spedizione garibaldina nel Mezzogiorno, a danno delle vecchie dinastie peninsulari.

La prima si impose sulla seconda, anche per il lealismo di Garibaldi che vide nella costruzione di uno Stato unitario con Vittorio Emanuele II la priorità assoluta da seguire: e che la forma del nuovo Stato dovesse essere unitaria e centralizzata dipese anche dall'impossibilità di una soluzione federale, non essendo presente sulla scena italiana alcun'altra autorità territoriale e politica con lo stesso grado di legittimità della monarchia sabauda.

Nell'incontro tra la componente moderata e dinastica e quella democratica, la prima risultò vincente, ma non in maniera così esclusiva da impedire che la nascita dello Stato italiano fosse segnata dalle rivoluzioni democratiche di un decennio prima.

Non casualmente la sanzione dell'unione di diversi territori in un unico organismo statuale giunse appunto dai plebisciti che, pur poco rappresentativi dell'orientamento delle popolazioni interessate, costituirono un omaggio al principio di sovranità popolare, uno di quei principi che nel 1849 aveva rappresentato l'unica, concreta alternativa alla creazione di uno Stato monarchico in un'Europa piena di monarchie.

Per le Marche, liberate militarmente dalle forze piemontesi nel settembre 1860, l'anniversario di questi grandi eventi inizia con il 2010 e termina nel 2011: nell'anno in corso ricorre il 150° anniversario della liberazione dal regime pontificio e dell'annessione al Regno sabaudo, mentre nel 2011 cade l'elezione del primo Parlamento italiano e la proclamazione del Regno d'Italia.

Se uno Stato italiano non era mai esistito prima del 1861, un'idea di Italia, in quanto comunità linguistica, culturale, religiosa e in parte economica, esisteva almeno fin dall'epoca dei comuni.

Tale idea aveva conosciuto un nuovo impulso durante la dominazione napoleonica, allorché si erano affacciati nuovi orientamenti unitari e indipendentisti: ma né i moti del 1820-21 né quelli del 1831 e nemmeno le rivoluzioni del 1848-49, che avevano visto proclamare repubbliche a Roma e Venezia e regimi democratici nelle principali città italiane, erano riusciti a scalfire l'egemonia dell'impero austriaco sulla penisola, garantita dall'equilibrio politico europeo stabilito nel 1815 con il Congresso di Vienna.

Un problema nazionale italiano era però emerso e di esso si erano occupati scrittori, politici e intellettuali, prefigurando soluzioni di natura moderata, federalista, repubblicana e democratica. In particolare il genovese Giuseppe Mazzini aveva delineato un articolato progetto politico che era incentrato su tre obiettivi sostanziali (indipendenza, unità, repubblica) e sulla convinzione che l'unico mezzo per conseguirli fosse costituito dall'insurrezione popolare.

Ma la sconfitta delle esperienze rivoluzionarie italiane attuatesi poco prima della metà dell'Ottocento aveva riportato sui rispettivi troni le vecchie case regnanti, ripristinato l'egemonia austriaca, bloccato la via delle riforme e frenato drasticamente lo sviluppo economico della penisola.

A questa generale situazione si sottrasse il solo Piemonte che, durante il regno di Vittorio Emanuele II e sotto la guida politica di Cavour, divenne negli anni cinquanta dell'Ottocento uno Stato liberale e moderno, mentre proseguiva instancabile l'attività mazziniana che, peraltro, andava incontro ad ulteriori fallimenti.

Convintosi della necessità di appoggiarsi alla Francia imperiale per cacciare gli austriaci dalla penisola, Cavour strinse con Napoleone III a Plombières, nel 1858, un'alleanza militare in vista del conflitto contro l'impero degli Asburgo.

Nel corso dei tredici mesi compresi tra l'inizio della seconda guerra d'indipendenza e la partenza dei Mille, la questione italiana conobbe prima un'accelerazione improvvisa e poi un esito straordinario e imprevisto.

In particolare, nel 1860, la cessione di Nizza e Savoia alla Francia segnò la fine del vecchio Stato sabaudo e aprì la strada alla formazione dello Stato nazionale italiano.

La contrastata applicazione delle clausole degli accordi di Plombières consentì al Piemonte di eliminare gli ostacoli diplomatici all'annessione di altre regioni italiane: nel marzo due plebisciti sancirono la fusione della Toscana e dell'Emilia-Romagna con il Regno sabaudo.

Ma fu la ripresa dell'iniziativa da parte dei democratici e, soprattutto, la Spedizione dei Mille a mutare la posta in gioco.

2logo_big.jpgPartito nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto e sbarcato l'11 seguente a Marsala, in Sicilia, Garibaldi e le sue camicie rosse sconfissero ripetutamente le truppe borboniche, occuparono la Sicilia e marciarono su Napoli dove entrarono il 7 settembre 1860.

Dopo aver constatato che non c'era speranza di attuare un moto moderato a Napoli e per evitare che Garibaldi - che aveva chiesto a Vittorio Emanuele II il suo licenziamento - marciasse su Roma, Cavour decise di far intervenire l'esercito piemontese nelle Marche e nell'Umbria, ottenendo l'assenso di Napoleone III, maggiormente preoccupato di scalzare l'Austria dalla penisola che di difendere quella parte dello Stato pontificio che dal 1849 era protetto dalle truppe transalpine.

Incoraggiando l'impresa cavouriana, Napoleone III era consapevole che avrebbe favorito la formazione dello Stato italiano unitario che fino a quel momento aveva cercato di evitare: ma l'imperatore capiva che per bloccare la spinta unitaria nella penisola avrebbe dovuto fare nel 1860 quello che non aveva voluto fare nel 1859, cioè allearsi con l'Austria e le altre forze reazionarie europee per schiacciare militarmente il movimento nazionale italiano.

Questo contrastava sia con la politica estera espansionistica seguita dalla Francia a partire dalla guerra di Crimea sia con la generale situazione politica del continente, profondamente diversa dal 1848, e dunque restia sia ad una nuova ondata rivoluzionaria sia ad una coalizione legittimista e reazionaria.

Dopo una protesta formale fatta dal governo di Parigi a quello di Torino, la via delle Marche era ufficialmente aperta all'esercito piemontese, forte di circa 33.000 uomini, a cui si opponevano circa 12.000 pontifici, in maggioranza volontari o mercenari.

In realtà, già nell'autunno del 1859 Garibaldi, comandante dei volontari romagnoli, aveva lanciato proclami ai marchigiani e li aveva esortati a prendere le armi, ma ragioni di politica internazionale avevano bloccato l'impresa e il generale era stato richiamato all'ordine da Vittorio Emanuele II.

Ma sul finire dell'estate 1860 la situazione politica si presentava decisamente differente: l'iniziativa era rimasta nelle mani di Garibaldi e dei democratici e per evitare che il generale attaccasse Roma, mossa che avrebbe provocato l'intervento francese e rimesso in discussione l'intera politica moderata del Regno sabaudo, al governo di Torino non restava altra scelta di prevenire l'iniziativa garibaldina con un intervento militare.

Pertanto, l'11 settembre Cavour chiese alla Santa Sede, con lettera datata il 7, l'immediato scioglimento dei reparti militari stranieri: alla risposta negativa della Curia romana - che, tramite il segretario di Stato, cardinale Giacomo Antonelli, esercitava un'influenza determinante su Pio IX -, l'esercito sardo avviò le operazioni militari.

In realtà, fin dallo stesso 11 settembre i generali Manfredo Fanti, comandante in capo e ministro della Guerra, ed Enrico Cialdini avevano varcato la frontiera pontificia.

La campagna militare delle Marche e dell'Umbria durò complessivamente 18 giorni e si trovò di fronte un nemico debole, disperso e lasciato solo da Roma.

La conquista piemontese fu preparata da una insurrezione nel Pesarese - che l'8 settembre portò alla resa della guarnigione pontificia di Pergola da parte di 400 volontari comandati da Giuseppe Fulvi e alle successive liberazioni di Fossombrone e Urbino - e venne sostenuta da bande volontarie provenienti dalla Toscana e dalla Romagna e organizzate dalle autorità governative.

Nella prima settimana di ostilità, mentre il V Corpo d'armata piemontese guidato da Fanti (che aveva lasciato l'interim della Guerra a Cavour) occupava senza difficoltà quasi tutta l'Umbria, il IV Corpo d'armata, comandato da Cialdini, si impadroniva della provincia di Pesaro e di buona parte di quella di Ancona, spingendosi fino a Castelfidardo.

Nel frattempo, il generale pontificio Lamoriciére, che da Foligno aveva raggiunto Macerata, cercava di dirigersi su Ancona.

Il 18 settembre avvenne la battaglia decisiva a Castelfidardo tra le truppe di Cialdini e quelle del Lamoriciére: scontro militare di modeste proporzioni, Castelfidardo ebbe una grande importanza sul piano politico poiché risollevò il prestigio della monarchia e dell'esercito sabaudo e aprì la strada alla conquista dell'Italia centrale e all'annessione del Mezzogiorno liberato da Garibaldi.

Infatti, nonostante la sproporzione tra le forze in campo, si trattò di un'impresa militare condotta unicamente dai Savoia che, a differenza di quanto accaduto nel 1859-60 e di ciò che sarebbe avvenuto nel 1866, guadagnarono parti della penisola senza alcun sostegno esterno.

La vittoria piemontese di Castelfidardo pesò notevolmente sull'intero processo di piemontesizzazione delle Marche e avrebbe fatto versare più inchiostro che sangue.

Opportunamente i caduti di entrambe le parti furono subito affidati al ricordo della memoria storica.

L'evento bellico interessò una vasta area compresa tra otto Comuni che, considerando il momento dello scontro più cruento tra gli eserciti, si estese per circa 300 ettari.

In questa zona, rimasta quasi integra dal 1860, sorge un Ossario-Sacrario dei caduti: la prima pietra di un monumento in memoria della celebre battaglia fu posta il 27 settembre 1861 alla presenza dei figli del re d'Italia, Umberto ed Amedeo di Savoia; tuttavia l'opera venne completata negli anni successivi.

Tra gli altri scontri campali, efficacemente ritratti da Carlo Bossoli, meritano un cenno la presa della città di Pesaro da parte di Cialdini che respinse la guarnigione militare nel forte, poi conquistato (11 settembre); l'occupazione di Fano (12 settembre); la conquista di Senigallia, con scontro nei pressi delle frazioni di S. Angelo e S. Silvestro tra i Lancieri di Milano e un battaglione della 7° Divisione, da parte italiana, e i pontifici ripieganti verso Ancona, che lasciarono alcuni morti e 200 prigionieri (13 settembre); la presa del forte di San Leo, bombardato dagli obici piemontesi e conquistato con improvviso assalto, che fruttò 145 prigionieri (24 settembre).

Completata con la conquista di Ancona (29 settembre) l'occupazione militare delle Marche, spettò a Lorenzo Valerio, inviato da Cavour e nominato il 12 settembre da Vittorio Emanuele II regio commissario generale straordinario delle Marche, governare la regione con pieni poteri, importandovi con l'emanazione di 840 decreti le leggi e gli istituti di uno Stato piemontese che stava diventando italiano.

Chiamato a gestire il periodo immediatamente successivo alla conquista militare piemontese, Valerio agì da solo, senza dotarsi di ministri e senza corresponsabilizzare della gestione del potere quel gruppo liberale marchigiano che pure vantava un notevole curriculum organizzativo e operativo: il commissario si mosse all'interno delle direttive governative e legiferò in nome di Vittorio Emanuele II, mantenendo un margine di autonomia che risultò particolarmente proficuo nella gestione di alcuni settori.

L'attività commissariale ebbe inizio, il 21 settembre 1860, a Senigallia, dato che Ancona, sottoposta ad assedio da parte di terra e di mare, era ancora in mano pontificia: l'intensa produzione di atti e decreti si concretizzò nell'estensione alle Marche di leggi e codici piemontesi, in una rigorosa politica ecclesiastica e scolastica, nel mutare la geografia amministrativa della regione e nell'attenta preparazione del voto plebiscitario.


Consigli di lettura
Il Risorgimento italiano (Laterza, 2009) di Alberto M. Banti.

Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia (Il Mulino, 2005) di Derek Beales, Eugenio F. Biagini.

La Monarchia e il Risorgimento (Il Mulino, 2003) di Filippo Mazzonis.

Castelfidardo, la battaglia «dimenticata» dai vincitori. Cavour non volle clamori per non irritare l'Europa. Articolo di Eugenio Paoloni sul Corriere della Sera del 18.12.2010


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Le Marche e l'Unità d'Italia di AA. VV., Edizioni Codex, 30,00 Euro.

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9788890387562.jpg

Autore: Silvia Bolotti

Prima edizione: 02/2010

Edizione corrente: 02/2010

EAN-ISBN: 9788890387562

Pagine: 94

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.5

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.

Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l'appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.

La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.


Indice
Introduzione

1. L'Italia alla prova bellica

2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

3. Il dibattito politico a Macerata

4. Dentro la città: l'assistenza civile e militare

5. Il settore primario e la guerra: una crisi scongiurata

6. La tutela e la difesa della popolazione

7. La nuova alimentazione di guerra

8. La partecipazione economica di Macerata: i Prestiti Nazionali

9. La propaganda bellica nella città

10. I protagonisti della guerra: i soldati contadini e gli intellettuali

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
bolotti.jpgSilvia Bolotti è nata a Fabriano il 21 dicembre 1983.

Laureatasi in Storia della società, della cultura e della politica presso l'Università degli studi di Perugia, ha concluso la sua formazione all'Università di Macerata conseguendo la Laurea specialistica in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Questo è il suo primo libro.

È autrice dei saggi
Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti in Macerata e l'Unità d'Italia (Codex, 2010), e

Ambizioni autonomistiche, problemi sociali ed elezioni a Fabriano in Le Marche e l'Unità d'Italia (Codex, 2010).


Estratto
2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

Le Marche, uscite dall'Unità d'Italia con un nuovo assetto geo-politico, si affacciarono al Novecento in una condizione di assoluta arretratezza; infatti l'inchiesta Jacini, voluta dal governo e conclusasi alla fine dell'Ottocento, mostrava una terra economicamente agricola, ma di una agricoltura povera, una popolazione perlopiù analfabeta, misera e spesso costretta all'emigrazione.

Nonostante il desolato quadro che l'inchiesta aveva tracciato la regione iniziò, in età giolittiana, il cammino verso una modernità politica, grazie alla questione marchigiana e al terremoto elettorale del 1909, e verso una modernità sociale avviata dalla clamorosa "sentenza Mortara" e proseguita grazie alla diffusione nel territorio di 400 periodici che favorirono la formazione di una nuova opinione pubblica.

Alla vigilia della prima guerra mondiale le forze di sinistra locali contendevano, con scarsi successi, gli scenari politici alle élite di destra (tornate trionfalmente alla vittoria dopo il 1909) fatte di notabili liberali, spesso provenienti da altre regioni, che difficilmente perdevano le elezioni in quanto sostenuti dal governo centrale, dai cattolici (grazie, anche, al patto Gentiloni del 1913) e a volte dalla massoneria.

L'esperienza drammatica del conflitto ben presto modificò le alleanze creando nuovi parti contrapposte.

Infatti, se i repubblicani, alcuni gruppi di liberali e soprattutto i nazionalisti erano tutti favorevoli, pur per differenti motivi, all'intervento italiano, i socialisti e gli anarchici si dichiararono per la neutralità, mentre, i cattolici, inizialmente neutrali (in virtù, soprattutto, del patto Gentiloni) divennero con la partecipazione italiana alla guerra sostenitori di quest'ultima.

La spaccatura ideologica che investiva le forze politiche era identica in ogni provincia marchigiana. Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno e Fermo furono percorse da doppie ondate di manifestazioni: quelle degli interventisti, principalmente repubblicane, e quelle neutraliste in molti casi bloccate dalle forze di polizia.

Di lì a breve, comunque, le Marche sarebbero entrate nella con-flagrazione mondiale con la stessa classe dirigente che aveva vinto la tornata elettorale del 1913 e che rimase in carica fino alla fine del conflitto sostenendo sempre (tranne in occasione della caduta del ministero Salandra) i governi italiani che si alternarono nei quattro anni di guerra.

Dal lato economico, invece, lo stato di belligeranza ebbe pesanti ripercussioni sul giovanissimo settore secondario della regione (alcune industrie furono costrette a chiudere, altre modificarono la propria produzione, mentre altre ancora grazie alle commesse statali decollarono), ma anche sul primario.

La maggior parte dei soldati marchigiani erano contadini analfabeti che per combattere al fronte dovettero lasciare la cura dei campi alle donne le quali, rimaste sole, si adattarono a qualunque tipo di lavoro, anche ai più faticosi.

All'alba del 24 maggio 1915, poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana, Ancona, Senigallia e altre città del litorale furono bombardate dalla flotta austriaca.

Questo traumatico evento, più volte ripetutosi durante il conflitto, divise le Marche in due: la fascia costiera che partecipava attivamente alle manovre belliche e le restanti zone interne caratterizzate da condizioni di abbandono e di miseria come, ad esempio, Macerata e Fermo.

Lungo il litorale, spesso violato dal fuoco nemico, la tragedia della conflagrazione si palesò davanti agli occhi increduli di alcuni cittadini che assistettero all'affondamento a causa di una tempesta, nell'autunno del 1917 del pontone armato "Cappellini", nel tratto di mare tra Marzocca e Montemarciano, e all'arenamento dell'altra unità navale "Faà di Bruno" al largo di Marotta.

Nelle città dell'entroterra lontane dai clamori delle battaglie le popolazioni locali vivevano in condizioni difficili.

Dopo pochi mesi di guerra i generi alimentari cominciarono a scarseggiare, soprattutto a causa delle requisizioni imposte dal governo, mentre la successiva decisione di introdurre la tessera annonaria fece fiorire il mercato nero dove beni di prima necessità raggiungevano prezzi esorbitanti.

A tutto questo, poi, si aggiunsero: le difficoltà di ospitare le centinaia di profughi, la stanchezza per un conflitto troppo lungo e la diffusione della "spagnola" che uccise più di ottomila marchigiani.

Caso eclatante fu quello di Macerata dove lo scoppio della Grande guerra, ma soprattutto l'ingresso italiano nel conflitto, segnarono l'inizio di un periodo piuttosto difficile per la popolazione locale.

Più incline verso gli ideali pacifisti, la cittadinanza non ebbe in questo senso una valida rappresentanza.

I portavoce del neutralismo cioè i socialisti e gli anarchici, infatti, trovarono pochi spazi di manovra nella provincia maceratese.

I socialisti, a causa della chiusura del loro periodico nel periodo bellico, fecero da spettatori durante il dibattito tra neutralisti e interventisti, mentre gli anarchici erano, nel territorio, praticamente inesistenti.

Nel frattempo gli interventisti del posto cioè i liberali e i radicali versavano fiumi di inchiostro a sostegno della belligeranza nazionale, che mese dopo mese, diveniva sempre più probabile.

Dopo l'ingresso italiano questi non rinunciarono mai, neanche di fronte alle palesi difficoltà italiane, a difendere le loro posizioni interventiste.

Accanto ai liberali e ai radicali agirono i cattolici prima convinti pacifisti e poi sostenitori della guerra nazionale.

Intanto a Macerata, mai bombardata o attaccata da forze di terra, si entrava poco in contatto con il lato più oscuro del conflitto; il che, però, non significa assolutamente che la città rimase una oasi di felicità dentro una nazione che si batteva.

La guerra c'era, era presente sotto forme differenti, la popolazione vi faceva i conti ogniqualvolta ci si doveva spostare di notte (a causa dei provvedimenti contro l'illuminazione nelle strade), si dovevano comprare generi alimentari (a causa del razionamento del cibo) o quando gli Istituti di assistenza e i giornali locali chiedevano contributi per ragioni di volta in volta differenti, ma sempre volti a fornire assistenza a chi si trovava al fronte o a chi, rimasto in patria, era in difficoltà.

Se la popolazione, nelle fasi iniziali del conflitto, malvolentieri si rassegnò all'idea di combattere, negli anni successivi (principalmente negli anni centrali della guerra) iniziò rumorosamente, attraverso alcune manifestazioni, a far sentire il proprio dissenso.

Bisogna anche riconoscere, però, che ci fu una considerevole partecipazione economica e morale dei cittadini, favorita dalla martellante attività di propaganda volta a dimostrare che una eventuale sconfitta avrebbe determinato l'inizio di un nuovo periodo di schiavitù per la giovane Italia.

Fu così che a Macerata l'organizzazione di conferenze e assemblee, l'affissione di manifesti e la distribuzione di volantini riuscirono a tenere alto il morale della cittadinanza persuadendola, inoltre, ad offrire il proprio tributo.

Gli anni della belligeranza furono traumatici tanto per chi, tra mille difficoltà, viveva nel paese, quanto per chi cercava di sopravvivere in trincea.

La fame, la sete, il freddo e il caldo, il rincaro dei prezzi, il terremoto del '16 e l'epidemia di spagnola iniziata nel 1917 compromisero fisicamente e psicologicamente i marchigiani che tentarono di innescare moti insurrezionali, nel fronte interno, o cercarono il modo per fuggire dai campi di battaglia disertando o fingendosi pazzi per trovare rifugio nell'ospedale San Benedetto di Pesaro.

Alla conclusione del conflitto la regione probabilmente non comprese subito di aver pagato un tributo di vite umane decisamente alto.

I dati statistici, a tal proposito, parlano di un 90% di maschi adulti marchigiani richiamati alle armi, di questi, più dell'11% non tornerà a casa: 8 famiglie su 10 videro partire almeno un loro caro per i campi di battaglia, e molte non li videro tornare per le ferite, le malattie o le tribolazioni patite in trincea.


Consigli di lettura
La grande guerra 1914-1918 (Il Mulino, 2008) di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat.


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9788890387524_copertina.jpg

Autore: Gilberto Volpini

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788890387524

Pagine: 148

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.3

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storia militare

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Descrizione
L'oggetto di questo lavoro è il passaggio del fronte a Senigallia durante la seconda guerra mondiale culminato con la battaglia del Cesano (9 agosto 1944) nella quale le truppe tedesche in ripiegamento verso la linea Gotica furono sconfitte dal 2° Corpo d'armata polacco.

L'arrivo della guerra mutò radicalmente la vita cittadina sul piano politico, sociale e militare: la questione dei profughi, la carenza di approvvigionamento e la penuria di generi alimentari, unite alla occupazione tedesca, alla condizione della comunità ebraica locale e all'attività antifascista e resistenziale, fecero sentire in maniera pressante la propria morsa.

Alcuni documenti rinvenuti nell'Archivio storico comunale gettano nuova luce sulla presenza presso la Colonia Unes di internati ebrei e slavi, questione che ha animato di recente un vivace confronto tra studiosi, politici e amministratori ed è stata ripresa dalla stampa locale e nazionale.

Un'appendice costituita da un'essenziale cronologia dei bombardamenti sulla città e da un'inedita cronaca sulla battaglia del Cesano scritta da un ufficiale polacco, concludono l'opera.


Indice
Introduzione

1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

2. Gli sfollati a Senigallia

3. L'occupazione tedesca a Senigallia

4. Gli ebrei a Senigallia

5. L'antifascismo e la resistenza a Senigallia

6. La battaglia del Cesano: il fronte a Scapezzano e Roncitelli e la storia del 2° Corpo d'armata polacco

7. Dopoguerra

Appendice documentaria

A. Cronaca di un ufficiale polacco

B. Alcuni militari polacchi

C. Cronaca dei bombardamenti

Indice analitico

L'autore


Note biografiche
Gilberto Volpini è nato a Senigallia il 9 gennaio 1951.

volpini120.jpgImpiegato e archivista presso la Biblioteca "Antonelliana" di Senigallia (An), ha pubblicato alcuni lavori di storia politica e sociale sull'età contemporanea, tra cui "Scapezzano. Storia di una comunità" (2000) e "L'iconografia della guerra" in "Le Marche e la Grande guerra" (2008).

È socio del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.


Estratto
1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

La città di Senigallia nel 1943 viveva come l'Italia intera una situazione molto difficile.

Tre anni di guerra avevano prostrato la nazione sotto il profilo economico e sociale e la città adriatica non si sottraeva a questa triste situazione, anzi la scontava maggiormente in virtù di un insieme di eventi.

Nel gennaio di quell'anno tutte le traversie che questa stava vivendo erano destinate a sopirsi per un certo periodo: Senigallia era in procinto di diventare il set cinematografico del film "La prigione", tratto dal romanzo dello scrittore senigalliese Mario Puccini.

Questi si era trasferito a Roma da diversi anni, anche se manteneva profondi legami con la città natale, dove possedeva un villino.

Nel 1939 era stato uno dei candidati alla nomina di Accademico d'Italia, che era stata caldeggiata dal podestà Allegrezza e dal ministro di cambi e valute onorevole Riccardi, nato a Mosca da madre russa e da padre senigalliese.

Nel gennaio 1943, Puccini ebbe uno scambio epistolare con Allegrezza. Innanzitutto, lo informò dell'arrivo in città del regista Cerio Ferruccio, per visionare i luoghi di ambientazione del film; in seguito lo ringraziò per l'assistenza fornita al Ferruccio e gli comunicò la probabile visita in città ed al set cinematografico del ministro della cultura Pavolini, che era molto interessato a quella produzione.

In una cartolina postale spedita nel febbraio, lo scrittore senigalliese informò il podestà del suo arrivo e che le riprese del film sarebbero iniziate il 22 o il 25 febbraio; che il cast era di prima qualità e che doveva prendere accordi con l'Unes per la fornitura di almeno 5 Kw di energia elettrica.

Peraltro, questo si rivelò un simpatico avvenimento che non andò assolutamente a modificare la deprimente condizione generale.

La situazione economica della città era già precaria prima dell'inizio della guerra, il numero di disoccupati era molto elevato, la spinta economica del periodo della ricostruzione dopo il terremoto del 1930 si era esaurita, per cui erano necessari, per risolvere i problemi della mancanza del lavoro, cospicui investimenti nell'industria.

La fabbrica dei lini, che nel periodo alto della lavorazione occupava oltre 700 addetti, era attiva da pochi anni ed aveva cessato la produzione.

Al 30 giugno 1943, risultavano impiegati nelle aziende private senigalliesi, secondo una statistica del Comune, 161 addetti nella fabbrica dei cementi e 87 persone nella ditta Cerere che costruiva macchine per l'agricoltura; vi era poi il cantiere della ditta S.C.I.C. che, impegnato nella costruzione di una fabbrica per la lavorazione delle carni (dove attualmente si trova il Centro Recuperi della Polizia di Stato), dava lavoro a 400 unità lavorative.

Vi erano poi in città alcune ditte edili artigiane e compagnie di facchini che occupavano alcune decine di persone.

Queste modeste attività industriali, insieme all'artigianato sempre più in crisi per la mancanza di denaro ed all'agricoltura, erano le uniche fonti di reddito per sostenere la popolazione, che stentava a mettere insieme pranzo e cena sia per la scarsità dei prodotti sia per il loro elevato prezzo.

Nei tre anni di guerra i prezzi dei prodotti alimentari, benché calmierati, avevano subito aumenti vertiginosi; prodotti di prima necessità come carne, latte, pane, lardo, burro, pasta e zucchero erano cresciuti di prezzo in una percentuale del 200%.

Nella stesso periodo di belligeranza i salari degli operai avevano avuto un incremento del 40-50 %.

Nel mercato ufficiale, i prezzi erano elevati e la merce insufficiente cosicché si era creato un mercato parallelo (la borsa nera), dove i prodotti alimentari e voluttuari subivano a confronto dei prezzi calmierati, già abbastanza alti per le tasche dei meno abbienti, aumenti esponenziali.

Basta confrontare i prezzi della borsa nera a con quelli ufficiali posti tra parentesi: la farina L. 30-40 (2), olio 150-200 (13-14), carne 150 (10-12) e così via dai legumi fino all'oro e l'argento.

Oltre alla mancanza di cibo vi era anche la carenza di carbone e legna per cuocerlo ed anche l'olio combustibile per il riscaldamento.

La legna nell'agosto del 1943 era molto cara, variando da L. 48 a L. 56 al q., mentre il carbone costava L. 1,75 al Kg.

A causa dei prezzi alti e della scarsità dei prodotti per il riscaldamento, l'inverno del 1943/44 si presentava duro e difficile.

Visto lo scarso raccolte delle olive dovuto alla grave siccità dell'estate '43, per evitare imboscamenti dell'olio di oliva, il 22 novembre il dott. B. Pilato, ispettore del ministero dell'Agricoltura, emise un'ordinanza nella quale obbligava l'Amministrazione comunale a vigilare sulla molitura delle olive, che doveva essere fatta solo in 4 frantoi (quelli di Enrico Cavallari, Giacomo Crivellini, Teresa Durazzi e Italiano Spinaci).

Gli altri frantoi presenti nel territorio comunale dovevano restare chiusi con i macchinari sigillati.

La città doveva far fronte non solo ai problemi interni, che riguardavano i suoi abitanti, ma anche a quello delle centinaia di profughi che nel corso dell'anno arrivarono in città, ai quali l'Amministrazione comunale doveva dare una sistemazione decente.

Furono inoltre attrezzati alcuni ospedali militari, per l'assistenza dei militari feriti al fronte.

Questi erano così predisposti: Caserma Avogadro per 400 degenti; Colonia Ferrovieri 220; Colonia Maria Pia di Savoia 276; Colonia Umberto di Savoia 178; Ospedale Civile e Orfanotrofio Femminile 308; Collegio Pio IX 200.

Il primo treno di militari e feriti provenienti dai fronti di guerra arrivò a Senigallia il 24 dicembre 1940.

Questi treni carichi di ammalati venivano accolti, inizialmente, dalle autorità civili e militari e dalla popolazione, che dimostrava grande affetto per queste sfortunate persone; in seguito, divenuti gli arrivi più frequenti, la gente cominciò a comprendere la drammaticità della guerra e il segretario del P.N.F., per evitare problemi, ordinò alla forza pubblica di vietare ai borghesi di assistere allo scarico dei feriti dai treni.

La popolazione della città affrontò tutte queste difficoltà nella calma più assoluta: il regime controllava con discrezione la vita sociale ed economica, la guerra non aveva ancora toccato in maniera tangibile Senigallia, tutto era pronto per eventuali attacchi aerei.

Fin dal 1941 erano stati individuati nei sotterranei dei conventi del Carmine e di S. Martino, in quelli del palazzo ex Marcolini e nella Rocca roveresca, le sedi dei rifugi pubblici antiaerei, dove la popolazione civile poteva ripararsi dalle eventuali incursioni.

La custodia e la manutenzione dei rifugi fu affidata ai religiosi e alle religiose che vi risiedevano, mentre quello della Rocca fu affidata al custode, sig. Zingaretti.

Questi dovevano provvedere all'approvvigionamento di acqua potabile, curare la conservazione dei medicinali e dei vari attrezzi da lavoro che potevano essere utilizzati in caso di bisogno (pale, picconi, ecc.); inoltre dovevano tenere in efficienza i lumini ad olio, da usare in mancanza dell'energia elettrica.

Il 21 maggio 1943 il podestà Allegrezza, inviò al ministero degli Interni - Direzione Genera-le Servizi per la protezione antiaerea - una richiesta di finanziamento di nuovi rifugi per la popolazione civile.

La lettera di risposta del ministero fu negativa per le difficoltà di reperire materiale e manodopera anche perché, secondo le previsioni, Senigallia non era un obiettivo strategico e l'interesse andava di preferenza per località maggiormente esposte al pericolo.

Il Comando del presidio militare di Senigallia, preoccupato per probabili azioni nemiche in particolari emergenze, inviò il 12 luglio a tutti gli enti del presidio delle direttive molto rigide alle quali tutti i comandati dovevano attenersi.

Queste emergenze riguardavano i bombardamenti aerei, le incursioni di paracadutisti ed azioni di ordine pubblico.

Riguardo il lancio di paracadutisti doveva venire informato immediatamente il Comando del presidio che avrebbe attuato un piano prevedente il coinvolgimento di tutte le forze militari poste sul territorio comunale, compresa la Milizia.

Vi era da parte dell'autorità un certo timore per il mantenimento dell'ordine pubblico: la carenza di beni, infatti, avrebbero potuto generare del malcontento e creare seri problemi al regime; di qui la procedura di sciogliere immediatamente assembramenti di persone in atteggiamento sospetto o aperte manifestazioni di qualsiasi natura.

I militari del 94° Fanteria dovevano garantire le evenienze, si trovavano in continuo stato di allerta, armati e pronti anche durante la libera uscita: in caso di partenza da Senigallia, il Battaglione doveva lasciare a disposizione un ufficiale, sette graduati e trenta militari di truppa.

Tra i forti disagi della popolazione e le preoccupazioni delle autorità militari e civili per la grave situazione che si stava delineando in Italia, si avvicinava la fatidica data del 25 luglio 1943, che mutò radicalmente la sorte del paese.

La notizia dell'arresto di Mussolini arrivò a Senigallia in un frangente delicato: la città stava vivendo un momento di grave difficoltà proprio perché in quei giorni erano giunti da Roma, dopo il bombardamento del 19 luglio, decine di sfollati, la cui assistenza costituiva un grosso problema.

Gli avvenimenti nazionali non coinvolsero più di tanto la popolazione cittadina, non si verificarono momenti di tensione e tutto rimase nella normalità.

Nei giorni successivi al 25 luglio si riunì il primo Comitato antifascista formato, pare, da Fratti Calamosca, Palamede Giunchedi, Enrico Gramaccioni, Oberdan Magnani, Alberto Zavatti; secondo il Monti Guarnieri la loro attività fu di breve durata.

Il podestà Allegrezza rimase a capo dell'Amministrazione comunale e continuò a deliberare fino al 13 agosto 1943, come risulta dagli atti ufficiali del Comune; questo dimostra che non ci furono grandi forzature ed eccessiva premura di cancellare le istituzioni fasciste.

In data 11 agosto 1943 il prefetto della provincia di Ancona, dott. Sacchetti , nominò il consigliere di prefettura, avvocato Mario Niccolini, commissario ed incaricato della temporanea amministrazione del Comune di Senigallia in luogo del podestà Aldo Allegrezza, richiamato alle armi.

La nomina del Niccolini a commissario prefettizio per Senigallia avvenne con decreto del prefetto Sacchetti dell'11 agosto 1943: il compenso consisteva in una diaria di 90 lire giornaliere lorde, oltre al rimborso delle spese.

Fu protocollato alla segreteria del Comune il 17 agosto, mentre il 19 furono emessi i primi atti amministrativi che riguardavano la defascistizzazione delle istituzioni, come prevedeva la politica del nuovo governo.

Tornando indietro di qualche settimana, all'inizio del governo Badoglio, erano già arrivate al podestà alcune direttive riguardanti la cancellazione delle scritte di propaganda del regime fascista.

Il lavoro di cancellazione fu affidato dall'ingegnere comunale Manganelli ad un funzionario comunale, che facendo le veci del podestà, ordinò ad alcuni operai di eseguire il lavoro durante le ore notturne.

Fu così richiesto al Comando del presidio militare ed al comandante dei Carabinieri il permesso di circolazione notturna per sei lavoratori.


Consigli di lettura
L' Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-1945 (Laterza, 2009) di Marco Patricelli.

Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav (Laterza, 2004) di Tommaso Baris.


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