Libri di Storia militare

9788890387562.jpg

Autore: Silvia Bolotti

Prima edizione: 02/2010

Edizione corrente: 02/2010

EAN-ISBN: 9788890387562

Pagine: 94

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.5

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

gbs_preview_button1.gif


Descrizione
Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.

Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l'appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.

La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.


Indice
Introduzione

1. L'Italia alla prova bellica

2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

3. Il dibattito politico a Macerata

4. Dentro la città: l'assistenza civile e militare

5. Il settore primario e la guerra: una crisi scongiurata

6. La tutela e la difesa della popolazione

7. La nuova alimentazione di guerra

8. La partecipazione economica di Macerata: i Prestiti Nazionali

9. La propaganda bellica nella città

10. I protagonisti della guerra: i soldati contadini e gli intellettuali

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
bolotti.jpgSilvia Bolotti è nata a Fabriano il 21 dicembre 1983.

Laureatasi in Storia della società, della cultura e della politica presso l'Università degli studi di Perugia, ha concluso la sua formazione all'Università di Macerata conseguendo la Laurea specialistica in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Questo è il suo primo libro.

È autrice del saggio Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti in Macerata e l'Unità d'Italia (Codex, 2010).


Estratto
2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

Le Marche, uscite dall'Unità d'Italia con un nuovo assetto geo-politico, si affacciarono al Novecento in una condizione di assoluta arretratezza; infatti l'inchiesta Jacini, voluta dal governo e conclusasi alla fine dell'Ottocento, mostrava una terra economicamente agricola, ma di una agricoltura povera, una popolazione perlopiù analfabeta, misera e spesso costretta all'emigrazione.

Nonostante il desolato quadro che l'inchiesta aveva tracciato la regione iniziò, in età giolittiana, il cammino verso una modernità politica, grazie alla questione marchigiana e al terremoto elettorale del 1909, e verso una modernità sociale avviata dalla clamorosa "sentenza Mortara" e proseguita grazie alla diffusione nel territorio di 400 periodici che favorirono la formazione di una nuova opinione pubblica.

Alla vigilia della prima guerra mondiale le forze di sinistra locali contendevano, con scarsi successi, gli scenari politici alle élite di destra (tornate trionfalmente alla vittoria dopo il 1909) fatte di notabili liberali, spesso provenienti da altre regioni, che difficilmente perdevano le elezioni in quanto sostenuti dal governo centrale, dai cattolici (grazie, anche, al patto Gentiloni del 1913) e a volte dalla massoneria.

L'esperienza drammatica del conflitto ben presto modificò le alleanze creando nuovi parti contrapposte.

Infatti, se i repubblicani, alcuni gruppi di liberali e soprattutto i nazionalisti erano tutti favorevoli, pur per differenti motivi, all'intervento italiano, i socialisti e gli anarchici si dichiararono per la neutralità, mentre, i cattolici, inizialmente neutrali (in virtù, soprattutto, del patto Gentiloni) divennero con la partecipazione italiana alla guerra sostenitori di quest'ultima.

La spaccatura ideologica che investiva le forze politiche era identica in ogni provincia marchigiana. Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno e Fermo furono percorse da doppie ondate di manifestazioni: quelle degli interventisti, principalmente repubblicane, e quelle neutraliste in molti casi bloccate dalle forze di polizia.

Di lì a breve, comunque, le Marche sarebbero entrate nella con-flagrazione mondiale con la stessa classe dirigente che aveva vinto la tornata elettorale del 1913 e che rimase in carica fino alla fine del conflitto sostenendo sempre (tranne in occasione della caduta del ministero Salandra) i governi italiani che si alternarono nei quattro anni di guerra.

Dal lato economico, invece, lo stato di belligeranza ebbe pesanti ripercussioni sul giovanissimo settore secondario della regione (alcune industrie furono costrette a chiudere, altre modificarono la propria produzione, mentre altre ancora grazie alle commesse statali decollarono), ma anche sul primario.

La maggior parte dei soldati marchigiani erano contadini analfabeti che per combattere al fronte dovettero lasciare la cura dei campi alle donne le quali, rimaste sole, si adattarono a qualunque tipo di lavoro, anche ai più faticosi.

All'alba del 24 maggio 1915, poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana, Ancona, Senigallia e altre città del litorale furono bombardate dalla flotta austriaca.

Questo traumatico evento, più volte ripetutosi durante il conflitto, divise le Marche in due: la fascia costiera che partecipava attivamente alle manovre belliche e le restanti zone interne caratterizzate da condizioni di abbandono e di miseria come, ad esempio, Macerata e Fermo.

Lungo il litorale, spesso violato dal fuoco nemico, la tragedia della conflagrazione si palesò davanti agli occhi increduli di alcuni cittadini che assistettero all'affondamento a causa di una tempesta, nell'autunno del 1917 del pontone armato "Cappellini", nel tratto di mare tra Marzocca e Montemarciano, e all'arenamento dell'altra unità navale "Faà di Bruno" al largo di Marotta.

Nelle città dell'entroterra lontane dai clamori delle battaglie le popolazioni locali vivevano in condizioni difficili.

Dopo pochi mesi di guerra i generi alimentari cominciarono a scarseggiare, soprattutto a causa delle requisizioni imposte dal governo, mentre la successiva decisione di introdurre la tessera annonaria fece fiorire il mercato nero dove beni di prima necessità raggiungevano prezzi esorbitanti.

A tutto questo, poi, si aggiunsero: le difficoltà di ospitare le centinaia di profughi, la stanchezza per un conflitto troppo lungo e la diffusione della "spagnola" che uccise più di ottomila marchigiani.

Caso eclatante fu quello di Macerata dove lo scoppio della Grande guerra, ma soprattutto l'ingresso italiano nel conflitto, segnarono l'inizio di un periodo piuttosto difficile per la popolazione locale.

Più incline verso gli ideali pacifisti, la cittadinanza non ebbe in questo senso una valida rappresentanza.

I portavoce del neutralismo cioè i socialisti e gli anarchici, infatti, trovarono pochi spazi di manovra nella provincia maceratese.

I socialisti, a causa della chiusura del loro periodico nel periodo bellico, fecero da spettatori durante il dibattito tra neutralisti e interventisti, mentre gli anarchici erano, nel territorio, praticamente inesistenti.

Nel frattempo gli interventisti del posto cioè i liberali e i radicali versavano fiumi di inchiostro a sostegno della belligeranza nazionale, che mese dopo mese, diveniva sempre più probabile.

Dopo l'ingresso italiano questi non rinunciarono mai, neanche di fronte alle palesi difficoltà italiane, a difendere le loro posizioni interventiste.

Accanto ai liberali e ai radicali agirono i cattolici prima convinti pacifisti e poi sostenitori della guerra nazionale.

Intanto a Macerata, mai bombardata o attaccata da forze di terra, si entrava poco in contatto con il lato più oscuro del conflitto; il che, però, non significa assolutamente che la città rimase una oasi di felicità dentro una nazione che si batteva.

La guerra c'era, era presente sotto forme differenti, la popolazione vi faceva i conti ogniqualvolta ci si doveva spostare di notte (a causa dei provvedimenti contro l'illuminazione nelle strade), si dovevano comprare generi alimentari (a causa del razionamento del cibo) o quando gli Istituti di assistenza e i giornali locali chiedevano contributi per ragioni di volta in volta differenti, ma sempre volti a fornire assistenza a chi si trovava al fronte o a chi, rimasto in patria, era in difficoltà.

Se la popolazione, nelle fasi iniziali del conflitto, malvolentieri si rassegnò all'idea di combattere, negli anni successivi (principalmente negli anni centrali della guerra) iniziò rumorosamente, attraverso alcune manifestazioni, a far sentire il proprio dissenso.

Bisogna anche riconoscere, però, che ci fu una considerevole partecipazione economica e morale dei cittadini, favorita dalla martellante attività di propaganda volta a dimostrare che una eventuale sconfitta avrebbe determinato l'inizio di un nuovo periodo di schiavitù per la giovane Italia.

Fu così che a Macerata l'organizzazione di conferenze e assemblee, l'affissione di manifesti e la distribuzione di volantini riuscirono a tenere alto il morale della cittadinanza persuadendola, inoltre, ad offrire il proprio tributo.

Gli anni della belligeranza furono traumatici tanto per chi, tra mille difficoltà, viveva nel paese, quanto per chi cercava di sopravvivere in trincea.

La fame, la sete, il freddo e il caldo, il rincaro dei prezzi, il terremoto del '16 e l'epidemia di spagnola iniziata nel 1917 compromisero fisicamente e psicologicamente i marchigiani che tentarono di innescare moti insurrezionali, nel fronte interno, o cercarono il modo per fuggire dai campi di battaglia disertando o fingendosi pazzi per trovare rifugio nell'ospedale San Benedetto di Pesaro.

Alla conclusione del conflitto la regione probabilmente non comprese subito di aver pagato un tributo di vite umane decisamente alto.

I dati statistici, a tal proposito, parlano di un 90% di maschi adulti marchigiani richiamati alle armi, di questi, più dell'11% non tornerà a casa: 8 famiglie su 10 videro partire almeno un loro caro per i campi di battaglia, e molte non li videro tornare per le ferite, le malattie o le tribolazioni patite in trincea.


Consigli di lettura
La grande guerra 1914-1918 (Il Mulino, 2008) di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat.


Ordina subito il libro
Lo ricevi comodamente a casa tua in 3/4 giorni lavorativi, senza spese di spedizione.

Ti arriva (in una resistente busta protettiva) come lettera ordinaria e non c'è bisogno della tua firma per ritirarlo, se non ci sei il postino te lo lascia giù.

Paghi con carta di credito Visa, MasterCard, PostePay, Aura e la sicurezza della transazione è garantita dal sistema di pagamento PayPal, utilizzato da 150 milioni di persone in tutto il mondo.

Macerata nella prima guerra mondiale di Silvia Bolotti, Edizioni Codex, 12,00 Euro


Puoi acquistarlo anche su Internet Bookshop Italia..


Il libro è sempre disponibile nella libreria:

Bottega del Libro
Corso della Repubblica, 9
Macerata
Tel. 0733 23.48.60
bottegalibro@bdl.it.

9788890387524_copertina.jpg

Autore: Gilberto Volpini

Prima edizione: 06/2009

Edizione corrente: 06/2009

EAN-ISBN: 9788890387524

Pagine: 148

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.3

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storia militare

gbs_preview_button1.gif


Descrizione
L'oggetto di questo lavoro è il passaggio del fronte a Senigallia durante la seconda guerra mondiale culminato con la battaglia del Cesano (9 agosto 1944) nella quale le truppe tedesche in ripiegamento verso la linea Gotica furono sconfitte dal 2° Corpo d'armata polacco.

L'arrivo della guerra mutò radicalmente la vita cittadina sul piano politico, sociale e militare: la questione dei profughi, la carenza di approvvigionamento e la penuria di generi alimentari, unite alla occupazione tedesca, alla condizione della comunità ebraica locale e all'attività antifascista e resistenziale, fecero sentire in maniera pressante la propria morsa.

Alcuni documenti rinvenuti nell'Archivio storico comunale gettano nuova luce sulla presenza presso la Colonia Unes di internati ebrei e slavi, questione che ha animato di recente un vivace confronto tra studiosi, politici e amministratori ed è stata ripresa dalla stampa locale e nazionale.

Un'appendice costituita da un'essenziale cronologia dei bombardamenti sulla città e da un'inedita cronaca sulla battaglia del Cesano scritta da un ufficiale polacco, concludono l'opera.


Indice
Introduzione

1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

2. Gli sfollati a Senigallia

3. L'occupazione tedesca a Senigallia

4. Gli ebrei a Senigallia

5. L'antifascismo e la resistenza a Senigallia

6. La battaglia del Cesano: il fronte a Scapezzano e Roncitelli e la storia del 2° Corpo d'armata polacco

7. Dopoguerra

Appendice documentaria

A. Cronaca di un ufficiale polacco

B. Alcuni militari polacchi

C. Cronaca dei bombardamenti

Indice analitico

L'autore


Note biografiche
Gilberto Volpini è nato a Senigallia il 9 gennaio 1951.

volpini120.jpgImpiegato e archivista presso la Biblioteca "Antonelliana" di Senigallia (An), ha pubblicato alcuni lavori di storia politica e sociale sull'età contemporanea, tra cui "Scapezzano. Storia di una comunità" (2000) e "L'iconografia della guerra" in "Le Marche e la Grande guerra" (2008).

È socio del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.


Estratto
1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione

La città di Senigallia nel 1943 viveva come l'Italia intera una situazione molto difficile.

Tre anni di guerra avevano prostrato la nazione sotto il profilo economico e sociale e la città adriatica non si sottraeva a questa triste situazione, anzi la scontava maggiormente in virtù di un insieme di eventi.

Nel gennaio di quell'anno tutte le traversie che questa stava vivendo erano destinate a sopirsi per un certo periodo: Senigallia era in procinto di diventare il set cinematografico del film "La prigione", tratto dal romanzo dello scrittore senigalliese Mario Puccini.

Questi si era trasferito a Roma da diversi anni, anche se manteneva profondi legami con la città natale, dove possedeva un villino.

Nel 1939 era stato uno dei candidati alla nomina di Accademico d'Italia, che era stata caldeggiata dal podestà Allegrezza e dal ministro di cambi e valute onorevole Riccardi, nato a Mosca da madre russa e da padre senigalliese.

Nel gennaio 1943, Puccini ebbe uno scambio epistolare con Allegrezza. Innanzitutto, lo informò dell'arrivo in città del regista Cerio Ferruccio, per visionare i luoghi di ambientazione del film; in seguito lo ringraziò per l'assistenza fornita al Ferruccio e gli comunicò la probabile visita in città ed al set cinematografico del ministro della cultura Pavolini, che era molto interessato a quella produzione.

In una cartolina postale spedita nel febbraio, lo scrittore senigalliese informò il podestà del suo arrivo e che le riprese del film sarebbero iniziate il 22 o il 25 febbraio; che il cast era di prima qualità e che doveva prendere accordi con l'Unes per la fornitura di almeno 5 Kw di energia elettrica.

Peraltro, questo si rivelò un simpatico avvenimento che non andò assolutamente a modificare la deprimente condizione generale.

La situazione economica della città era già precaria prima dell'inizio della guerra, il numero di disoccupati era molto elevato, la spinta economica del periodo della ricostruzione dopo il terremoto del 1930 si era esaurita, per cui erano necessari, per risolvere i problemi della mancanza del lavoro, cospicui investimenti nell'industria.

La fabbrica dei lini, che nel periodo alto della lavorazione occupava oltre 700 addetti, era attiva da pochi anni ed aveva cessato la produzione.

Al 30 giugno 1943, risultavano impiegati nelle aziende private senigalliesi, secondo una statistica del Comune, 161 addetti nella fabbrica dei cementi e 87 persone nella ditta Cerere che costruiva macchine per l'agricoltura; vi era poi il cantiere della ditta S.C.I.C. che, impegnato nella costruzione di una fabbrica per la lavorazione delle carni (dove attualmente si trova il Centro Recuperi della Polizia di Stato), dava lavoro a 400 unità lavorative.

Vi erano poi in città alcune ditte edili artigiane e compagnie di facchini che occupavano alcune decine di persone.

Queste modeste attività industriali, insieme all'artigianato sempre più in crisi per la mancanza di denaro ed all'agricoltura, erano le uniche fonti di reddito per sostenere la popolazione, che stentava a mettere insieme pranzo e cena sia per la scarsità dei prodotti sia per il loro elevato prezzo.

Nei tre anni di guerra i prezzi dei prodotti alimentari, benché calmierati, avevano subito aumenti vertiginosi; prodotti di prima necessità come carne, latte, pane, lardo, burro, pasta e zucchero erano cresciuti di prezzo in una percentuale del 200%.

Nella stesso periodo di belligeranza i salari degli operai avevano avuto un incremento del 40-50 %.

Nel mercato ufficiale, i prezzi erano elevati e la merce insufficiente cosicché si era creato un mercato parallelo (la borsa nera), dove i prodotti alimentari e voluttuari subivano a confronto dei prezzi calmierati, già abbastanza alti per le tasche dei meno abbienti, aumenti esponenziali.

Basta confrontare i prezzi della borsa nera a con quelli ufficiali posti tra parentesi: la farina L. 30-40 (2), olio 150-200 (13-14), carne 150 (10-12) e così via dai legumi fino all'oro e l'argento.

Oltre alla mancanza di cibo vi era anche la carenza di carbone e legna per cuocerlo ed anche l'olio combustibile per il riscaldamento.

La legna nell'agosto del 1943 era molto cara, variando da L. 48 a L. 56 al q., mentre il carbone costava L. 1,75 al Kg.

A causa dei prezzi alti e della scarsità dei prodotti per il riscaldamento, l'inverno del 1943/44 si presentava duro e difficile.

Visto lo scarso raccolte delle olive dovuto alla grave siccità dell'estate '43, per evitare imboscamenti dell'olio di oliva, il 22 novembre il dott. B. Pilato, ispettore del ministero dell'Agricoltura, emise un'ordinanza nella quale obbligava l'Amministrazione comunale a vigilare sulla molitura delle olive, che doveva essere fatta solo in 4 frantoi (quelli di Enrico Cavallari, Giacomo Crivellini, Teresa Durazzi e Italiano Spinaci).

Gli altri frantoi presenti nel territorio comunale dovevano restare chiusi con i macchinari sigillati.

La città doveva far fronte non solo ai problemi interni, che riguardavano i suoi abitanti, ma anche a quello delle centinaia di profughi che nel corso dell'anno arrivarono in città, ai quali l'Amministrazione comunale doveva dare una sistemazione decente.

Furono inoltre attrezzati alcuni ospedali militari, per l'assistenza dei militari feriti al fronte.

Questi erano così predisposti: Caserma Avogadro per 400 degenti; Colonia Ferrovieri 220; Colonia Maria Pia di Savoia 276; Colonia Umberto di Savoia 178; Ospedale Civile e Orfanotrofio Femminile 308; Collegio Pio IX 200.

Il primo treno di militari e feriti provenienti dai fronti di guerra arrivò a Senigallia il 24 dicembre 1940.

Questi treni carichi di ammalati venivano accolti, inizialmente, dalle autorità civili e militari e dalla popolazione, che dimostrava grande affetto per queste sfortunate persone; in seguito, divenuti gli arrivi più frequenti, la gente cominciò a comprendere la drammaticità della guerra e il segretario del P.N.F., per evitare problemi, ordinò alla forza pubblica di vietare ai borghesi di assistere allo scarico dei feriti dai treni.

La popolazione della città affrontò tutte queste difficoltà nella calma più assoluta: il regime controllava con discrezione la vita sociale ed economica, la guerra non aveva ancora toccato in maniera tangibile Senigallia, tutto era pronto per eventuali attacchi aerei.

Fin dal 1941 erano stati individuati nei sotterranei dei conventi del Carmine e di S. Martino, in quelli del palazzo ex Marcolini e nella Rocca roveresca, le sedi dei rifugi pubblici antiaerei, dove la popolazione civile poteva ripararsi dalle eventuali incursioni.

La custodia e la manutenzione dei rifugi fu affidata ai religiosi e alle religiose che vi risiedevano, mentre quello della Rocca fu affidata al custode, sig. Zingaretti.

Questi dovevano provvedere all'approvvigionamento di acqua potabile, curare la conservazione dei medicinali e dei vari attrezzi da lavoro che potevano essere utilizzati in caso di bisogno (pale, picconi, ecc.); inoltre dovevano tenere in efficienza i lumini ad olio, da usare in mancanza dell'energia elettrica.

Il 21 maggio 1943 il podestà Allegrezza, inviò al ministero degli Interni - Direzione Genera-le Servizi per la protezione antiaerea - una richiesta di finanziamento di nuovi rifugi per la popolazione civile.

La lettera di risposta del ministero fu negativa per le difficoltà di reperire materiale e manodopera anche perché, secondo le previsioni, Senigallia non era un obiettivo strategico e l'interesse andava di preferenza per località maggiormente esposte al pericolo.

Il Comando del presidio militare di Senigallia, preoccupato per probabili azioni nemiche in particolari emergenze, inviò il 12 luglio a tutti gli enti del presidio delle direttive molto rigide alle quali tutti i comandati dovevano attenersi.

Queste emergenze riguardavano i bombardamenti aerei, le incursioni di paracadutisti ed azioni di ordine pubblico.

Riguardo il lancio di paracadutisti doveva venire informato immediatamente il Comando del presidio che avrebbe attuato un piano prevedente il coinvolgimento di tutte le forze militari poste sul territorio comunale, compresa la Milizia.

Vi era da parte dell'autorità un certo timore per il mantenimento dell'ordine pubblico: la carenza di beni, infatti, avrebbero potuto generare del malcontento e creare seri problemi al regime; di qui la procedura di sciogliere immediatamente assembramenti di persone in atteggiamento sospetto o aperte manifestazioni di qualsiasi natura.

I militari del 94° Fanteria dovevano garantire le evenienze, si trovavano in continuo stato di allerta, armati e pronti anche durante la libera uscita: in caso di partenza da Senigallia, il Battaglione doveva lasciare a disposizione un ufficiale, sette graduati e trenta militari di truppa.

Tra i forti disagi della popolazione e le preoccupazioni delle autorità militari e civili per la grave situazione che si stava delineando in Italia, si avvicinava la fatidica data del 25 luglio 1943, che mutò radicalmente la sorte del paese.

La notizia dell'arresto di Mussolini arrivò a Senigallia in un frangente delicato: la città stava vivendo un momento di grave difficoltà proprio perché in quei giorni erano giunti da Roma, dopo il bombardamento del 19 luglio, decine di sfollati, la cui assistenza costituiva un grosso problema.

Gli avvenimenti nazionali non coinvolsero più di tanto la popolazione cittadina, non si verificarono momenti di tensione e tutto rimase nella normalità.

Nei giorni successivi al 25 luglio si riunì il primo Comitato antifascista formato, pare, da Fratti Calamosca, Palamede Giunchedi, Enrico Gramaccioni, Oberdan Magnani, Alberto Zavatti; secondo il Monti Guarnieri la loro attività fu di breve durata.

Il podestà Allegrezza rimase a capo dell'Amministrazione comunale e continuò a deliberare fino al 13 agosto 1943, come risulta dagli atti ufficiali del Comune; questo dimostra che non ci furono grandi forzature ed eccessiva premura di cancellare le istituzioni fasciste.

In data 11 agosto 1943 il prefetto della provincia di Ancona, dott. Sacchetti , nominò il consigliere di prefettura, avvocato Mario Niccolini, commissario ed incaricato della temporanea amministrazione del Comune di Senigallia in luogo del podestà Aldo Allegrezza, richiamato alle armi.

La nomina del Niccolini a commissario prefettizio per Senigallia avvenne con decreto del prefetto Sacchetti dell'11 agosto 1943: il compenso consisteva in una diaria di 90 lire giornaliere lorde, oltre al rimborso delle spese.

Fu protocollato alla segreteria del Comune il 17 agosto, mentre il 19 furono emessi i primi atti amministrativi che riguardavano la defascistizzazione delle istituzioni, come prevedeva la politica del nuovo governo.

Tornando indietro di qualche settimana, all'inizio del governo Badoglio, erano già arrivate al podestà alcune direttive riguardanti la cancellazione delle scritte di propaganda del regime fascista.

Il lavoro di cancellazione fu affidato dall'ingegnere comunale Manganelli ad un funzionario comunale, che facendo le veci del podestà, ordinò ad alcuni operai di eseguire il lavoro durante le ore notturne.

Fu così richiesto al Comando del presidio militare ed al comandante dei Carabinieri il permesso di circolazione notturna per sei lavoratori.


Consigli di lettura
L' Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-1945 (Laterza, 2009) di Marco Patricelli.

Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav (Laterza, 2004) di Tommaso Baris.


Ordina subito il libro
Lo ricevi comodamente a casa tua in 3/4 giorni lavorativi, senza spese di spedizione.

Ti arriva (in una resistente busta protettiva) come lettera ordinaria e non c'è bisogno della tua firma per ritirarlo, se non ci sei il postino te lo lascia giù.

Paghi con carta di credito Visa, MasterCard, PostePay, Aura e la sicurezza della transazione è garantita dal sistema di pagamento PayPal, utilizzato da 150 milioni di persone in tutto il mondo.

Una città in guerra. Senigallia 1943 - 1944 di Gilberto Volpini, Edizioni Codex, 14,00 Euro


Puoi acquistarlo anche su Internet Bookshop Italia.


Il libro è sempre disponibile nella libreria:

Edicolè Mondadori Senigallia
Via Portici Ercolani, 74/75
Senigallia (AN)
Tel. 071 64.419.