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    <title>Edizioni Codex</title>
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    <title>Alimentazione. Sicurezza, accesso, qualità, culture</title>
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    <published>2010-04-22T10:30:40Z</published>
    <updated>2010-06-10T08:48:22Z</updated>

    <summary>Il «SIII» è un progetto di collaborazione fra accademici e operatori di organizzazioni di volontariato finalizzato alla ricerca e all&apos;offerta alla Cittadinanza di risposte circa la sostenibilità del Pianeta Terra.

Nell&apos;edizione 2008, questa comunità ha voluto interrogarsi e dibattere coi propri interlocutori sull&apos;impegno &quot;Feeding the Planet: Energy for Life&quot;, che la città di Milano ha assunto quale tema vincendo la candidatura ad Expo 2015.

Nel confrontarsi con la Cittadinanza, docenti, studiosi, operatori di onlus hanno offerto metodologie, esperienze, visionari progetti di cooperazione e possibili direttrici formative che proseguono in queste pagine: si pensa possano essere questi gli strumenti che la Città potrà condividere al fine di giungere all&apos;appuntamento internazionale di Expo, non tanto offrendo una scintillante vetrina, quanto un laboratorio di idee, congeniale e coerente rispetto alla pregnanza del tema e alle aspettative dei suoi ospiti.

Solo così Città e Cittadinanza dimostreranno d&apos;aver compreso appieno le proprie responsabilità nei confronti delle Nazioni che ne hanno sostenuta la candidatura: Nazioni che in molti continenti faticano a veder soddisfatte per i loro Popoli le condizioni stesse che delineano e definiscono gli obiettivi internazionali quale, entro quello stesso 2015, la sconfitta della povertà. 

Obiettivi tanto basilari quanto rivelatisi, di fatto, ambiziosi su scala globale: negli stessi giorni in cui si svolgevano seminari e dibattiti del SIII sul diritto alla sicurezza alimentare e sul diritto alla sovranità alimentare, in molte città del mondo addirittura il diritto al pane per tutti veniva rivendicato e difeso con la violenza.
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        <name>Dario Sanna</name>
        
    </author>
    
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        <![CDATA[<p><em><strong><big>Raccolta delle esperienze condivise nel corso del "Seminario Interdisciplinare Interfacoltà Interuniversitario" SIII 2008</big></strong></em></p>

<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><a href="http://www.saggistica.info/libri/immagini/97888903875552.html" onclick="window.open('http://www.saggistica.info/libri/immagini/97888903875552.html','popup','width=434,height=600,scrollbars=no,resizable=no,toolbar=no,directories=no,location=no,menubar=no,status=no,left=0,top=0'); return false"><img src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/9788890387555-thumb-200x276.jpg" width="200" height="276" alt="9788890387555.jpg" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></a></span><strong>Autori</strong>: Ivan Bargna, Stefano Bocchi, Emanuele Cassarino, G. Matteo Crovetto, Cristiana Fiamingo, Eriberto Eulisse, Jolanda Guardi, Elisabetta Nigris, Mariangela Querin, Simone Sala, Guido Sali</p>

<p><strong>Curatori</strong>: Stefano Bocchi, Cristiana Fiamingo</p>

<p><strong>Prima edizione</strong>: 04/2010</p>

<p><strong>Edizione corrente</strong>: 04/2010</p>

<p><strong>EAN-ISBN</strong>: 9788890387555 </p>

<p><strong>Pagine</strong>: 223</p>

<p><strong>Illustrazioni</strong>: 21</p>

<p><strong>Rilegatura</strong>: Filo refe</p>

<p><strong>Dimensioni</strong>: 15x21 cm</p>

<p><strong>Prezzo di copertina</strong>: 18,00 Euro</p>

<p><strong>Collana</strong>: Documentazione, n.1</p>

<p><strong>Argomento</strong>: Agronomia, Alimentazione, Antropologia, Economia, Economia internazionale, Etnologia, Politica internazionale, Storia, Storia africana, Storia economica, Zootecnia</p>

<p><br />
<strong>Descrizione</strong><br />
Il «SIII» è un progetto di collaborazione fra accademici e operatori di organizzazioni di volontariato finalizzato alla ricerca e all'offerta alla Cittadinanza di risposte circa la sostenibilità del Pianeta Terra.</p>

<p>Nell'edizione 2008, questa comunità ha voluto interrogarsi e dibattere coi propri interlocutori sull'impegno "Feeding the Planet: Energy for Life", che la città di Milano ha assunto quale tema vincendo la candidatura ad Expo 2015.</p>

<p>Nel confrontarsi con la Cittadinanza, docenti, studiosi, operatori di onlus hanno offerto metodologie, esperienze, visionari progetti di cooperazione e possibili direttrici formative che proseguono in queste pagine: si pensa possano essere questi gli strumenti che la Città potrà condividere al fine di giungere all'appuntamento internazionale di Expo, non tanto offrendo una scintillante vetrina, quanto un laboratorio di idee, congeniale e coerente rispetto alla pregnanza del tema e alle aspettative dei suoi ospiti.</p>

<p>Solo così Città e Cittadinanza dimostreranno d'aver compreso appieno le proprie responsabilità nei confronti delle Nazioni che ne hanno sostenuta la candidatura: Nazioni che in molti continenti faticano a veder soddisfatte per i loro Popoli le condizioni stesse che delineano e definiscono gli obiettivi internazionali quale, entro quello stesso 2015, la sconfitta della povertà. </p>

<p>Obiettivi tanto basilari quanto rivelatisi, di fatto, ambiziosi su scala globale: negli stessi giorni in cui si svolgevano seminari e dibattiti del SIII sul diritto alla sicurezza alimentare e sul diritto alla sovranità alimentare, in molte città del mondo addirittura il diritto al pane per tutti veniva rivendicato e difeso con la violenza.</p>

<p><br />
<strong>Indice</strong><br />
Prefazione</p>

<p>Parte I Food security, tra definizioni e misurazioni</p>

<p><em>Stefano Bocchi</em><br />
Sicurezza alimentare, ambientale e sovranità alimentare: evoluzione concettuale<br />
&nbsp; - Evoluzione del concetto di food security	<br />
&nbsp; - La seconda modifica del concetto di food security	<br />
&nbsp; - Food security: per una definizione condivisa	</p>

<p>Parte II Soluzioni teorico-pratiche a problematiche inerenti la food security nel contesto globale<br />
 <br />
<em>Guido Sali</em><br />
Agricoltura, commercio e sovranità alimentare. Una sintesi impossibile?<br />
&nbsp; - Agricoltura e commercio internazionale	<br />
&nbsp; - Il caso del cotone	<br />
&nbsp; - Conclusioni	</p>

<p><em>G. Matteo Crovetto</em><br />
Zootecnia e Paesi in via di sviluppo	<br />
&nbsp; - Progetti "sostenibili"	<br />
&nbsp; - L'Extension Service	<br />
&nbsp; - Il microcredito	</p>

<p><em>Simone Sala</em><br />
Informatica e Comunicazione per la sicurezza alimentare: tendenze e lavori in corso	<br />
&nbsp; - Sicurezza alimentare: una definizione	<br />
&nbsp; - Informazione e Comunicazione per la sicurezza alimentare	<br />
&nbsp; - Applicazioni informatiche per la sicurezza alimentare<br />
&nbsp; - Informatica e sicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo: casi concreti	<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp; -- VERCON: una rete di conoscenza virtuale	<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp; -- Agravista: un sistema online di accesso al mercato	<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp; -- Il caso del CARDI: supporto a produzione e distribuzione di prodotti alimentari giamaicani con le TIC	<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;-- Progetto CELAC: supporto al decision-making locale<br />
&nbsp; - Conclusione<br />
&nbsp; - Sitografia</p>

<p><em>Cristiana Fiamingo</em><br />
Accesso al cibo e accesso alla terra in Africa subsahariana	<br />
&nbsp; - Tempi di crisi	<br />
&nbsp; - Africa fra agenda "sviluppista", agenda "redistributiva" e sviluppo bottom-up	<br />
&nbsp; - Livelihood e terra in Africa subsahariana<br />
&nbsp; - Il "mercato" della terra in Tanzania	<br />
&nbsp; - La terra negata in Namibia	</p>

<p><em>Eriberto Eulisse</em><br />
Cultura dell'acqua: un nuovo paradigma di sviluppo	<br />
&nbsp; . Da una cultura dell'acqua come risorsa illimitata al recupero dei saperi tradizionali per un nuovo paradigma di sviluppo	</p>

<p><em>Emanuele Cassarino</em><br />
Livelihood Bank Experimental Programme	<br />
&nbsp; - Il quadro teorico	<br />
&nbsp; - Il programma	<br />
&nbsp; - The Livelihood Bank Association	</p>

<p>Parte III Culture del cibo tra prospettive antropologiche ed educative</p>

<p><em>Ivan Bargna</em><br />
Vi mangereste Bambi? Riflessioni antropologiche sull'alimentazione	<br />
&nbsp; - Un onnivoro dai gusti ristretti	<br />
&nbsp; - Il cibo, la vita e la morte	<br />
&nbsp; - Dalla carne viva alla bistecca	<br />
&nbsp; - Relazioni fra umani e animali oltre l'opposizione natura-cultura	<br />
&nbsp; - I confini del commestibile	<br />
&nbsp; - Minacciati dalle mucche pazze	<br />
&nbsp; - Soglia del disgusto e senso della responsabilità	<br />
&nbsp; - La cultura del cibo tra stabilità e mutamento	</p>

<p><em>Elisabetta Nigris</em><br />
Il rapporto col cibo fra cultura ed educazione	<br />
&nbsp; - Introduzione	</p>

<p><em>Mariangela Querin</em><br />
Cibo, storia e sviluppo	<br />
&nbsp; - Il cibo e lo sviluppo	</p>

<p><em>Jolanda Guardi</em><br />
Il mondo arabo: tradizione e flessibilità	</p>

<p>Bibliografia generale	</p>

<p>Gli autori	</p>

<p>I collaboratori	</p>

<p><br />
<strong>Note biografiche</strong><br />
<em>Ivan Bargna</em>, docente di Etnoestetica ed Etnologia, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Milano Bicocca.</p>

<p><br />
<em>Stefano Bocchi</em>, docente di Agronomia, Sistemi Colturali, Coltivazioni Erbacee, Alpicoltura; Direttore del laboratorio di Geomatica per l'Agricoltura e l'Ambiente (GeoLab), Facoltà di Agraria, Università degli Studi, Milano.</p>

<p><br />
<em>Emanuele Cassarino</em>, docente a contratto di Antropologia dello Sviluppo, Università La Sapienza, Roma.</p>

<p><br />
<em>G. Matteo Crovetto</em>, docente di Alimentazione Animale, Facoltà di Agraria Università degli Studi, Milano.</p>

<p><br />
<em>Eriberto Eulisse</em>, direttore del Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua.</p>

<p><br />
<em>Cristiana Fiamingo</em>, docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi, Milano.</p>

<p><br />
<em>Jolanda Guardi</em>, docente a contratto di Lingua Araba, Polo Interfacoltà Mediazione Linguistica e Culturale, Università degli Studi, Milano.</p>

<p><br />
<em>Elisabetta Nigris</em>, docente di Didattica Generale, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Milano Bicocca.</p>

<p><br />
<em>Mariangela Querin</em>, responsabile del settore Educazione, Celimondo - Celim sede di Milano.</p>

<p><br />
<em>Simone Sala</em>, dottorando del GeoLab - Dipartimento di Produzione Vegetale della Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi, Milano, collabora con la FAO e col Center for International Conflict Resolution (CICR) della Columbia University di New York.<br />
Guido Sali, docente di Economia Agraria, Facoltà di Agraria, Università degli Studi, Milano.</p>

<p><br />
<strong>Estratto</strong><br />
<em>Sicurezza alimentare, ambientale e sovranità alimentare: evoluzione concettuale</em></p>

<p><em>Evoluzione del concetto di food security</em><br />
L'aumento della popolazione, una equa distribuzione delle ricchezze e la disponibilità di cibo e beni di prima necessità sufficienti a garantire uno stile di vita adeguato per tutti sono oggi problematiche di crescente importanza. </p>

<p>I tre temi sono legati ai modelli di gestione delle risorse naturali, sia rinnovabili sia non rinnovabili, che in molte aree del pianeta diventano limitanti lo sviluppo umano, tanto da costringere le popolazioni a competere per il controllo delle stesse o a migrare.</p>

<p>Tutto ciò si inquadra negli studi di food and environmental security (la traduzione diretta porta a parlare di sicurezza alimentare e ambientale: queste espressioni vengono chiarite nel corso di questo scritto), campo di analisi intersettoriale e interdisciplinare di elevata complessità.</p>

<p>Le circa duecento diverse definizioni che oggi si trovano in letteratura dell'espressione food security testimoniano la natura ampia e complessa del problema della produzione, accesso e fruizione alimentare. </p>

<p>Il concetto di food security definito al termine della World Food Conference del 1974 ha subito, nel corso di questi ultimi venticinque anni, tre grandi cambiamenti: </p>

<p>i) dalla iniziale prospettiva globale e nazionale a quella famigliare ed individuale; </p>

<p>ii) dalla visione in cui il cibo è primario e assoluto a quella allargata ad un insieme strutturato e organico di mezzi di sussistenza, e </p>

<p>iii) da una prospettiva oggettiva ad una soggettiva.</p>

<p>La World Food Conference del 1974 nacque principalmente come conseguenza dello shock provocato sia dal brusco aumento dei prezzi registrato nei due anni precedenti, sia dalla profonda paura che il sistema alimentare mondiale rischiasse di andare fuori controllo. </p>

<p>Infatti, il rapporto finale focalizza l'attenzione sulle riserve alimentari (scorte), sui prezzi e sul bisogno di assicurare un sistema globale con minori rischi a scala nazionale. </p>

<p>La prima definizione che affronta chiaramente questi aspetti individua nella food security la "disponibilità in ogni momento di adeguate riserve mondiali di prodotti alimentari di base... per sostenere una rapida espansione del consumo di cibo... e per arginare le fluttuazioni nella produzione e nei prezzi del cibo." (UN 1975)</p>

<p>Con il passaggio logico successivo, voluto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), si semplificò ulteriormente il quadro analitico e si considerò l'insieme dei cereali la base alimentare valida in tutto il mondo e, con la Compensatory Financing Facility, incontrastato strumento di misura della food security o indicatore da utilizzare nel caso di intervento di aiuto per i paesi che si fossero trovati in difficoltà alimentari.</p>

<p>Il premio Nobel, <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Amartya_Sen" target="_blank" class="snap_shots">Amartya Sen</a></em>, ispirandosi e rielaborando studi precedenti di <em>Joy</em>, <em>Levinson</em>, <em>Berg </em>e <em>Keilman </em>degli anni '70 spostò il baricentro dell'analisi del problema dalla presenza delle scorte nazionali all'accesso al cibo: egli sottolineò il fatto che la presenza di sufficienti scorte Statali non eliminava certo il problema della fame, che poteva persistere in ampi strati della popolazione cui era negato, per ragioni socio-economiche, l'accesso. </p>

<p><em>Sen </em>precisò il problema dell'accesso con i suoi studi dedicati al cosiddetto, food entitlement, ossia "diritto garantito al cibo", e dimostrò la sua rilevanza anche, o soprattutto, nelle situazioni di carestia. </p>

<p>Dagli anni '80 è diventato più comune definire la food security non tanto come produzione di derrate alimentari (food supply) o presenza di alimenti in forma di scorte, ma innanzitutto un problema di accesso al cibo, da considerare sia nelle analisi interne ai singoli Stati, sia nei programmi di intervento e aiuto internazionale. </p>

<p>Il concetto quindi, con queste nuove vesti, si colloca al centro di dibattiti internazionali proposti dalla FAO nel 1983, nelle Dichiarazioni di Bellagio e del Cairo del 1989, nella Conferenza Internazionale della Nutrizione nel 1992 (FAO/WHO, 1992). In tutti questi incontri, l'accesso venne indicato non come un carattere tra gli altri, ma il principale che definisce la food security.</p>

<p>Le più attuali definizioni di sicurezza alimentare, pur riconoscendo i complessi collegamenti tra l'individuo, la famiglia, la comunità, la nazione e l'economia internazionale, si fondano sul diritto individuale. </p>

<p>Così, una delle più citate definizioni di food security, tratta da uno studio della World Bank (1986) recita: "La food security è l'accesso da parte di tutte le persone, in ogni momento della propria esistenza, ad una quantità di cibo sufficiente per condurre una vita attiva e salutare." </p>

<p>Quindi, non solo cibo per la sopravvivenza, ma per un'attiva partecipazione alla società: questa definizione riformula, inquadrandola in modo completamente diverso, quella proposta dieci anni prima dalla World Food Conference.</p>

<p>Nascono, su questi aspetti, scuole di pensiero diverse. </p>

<p>Da una parte si ritiene corretto analizzare il tema a livello di singolo individuo, dall'altra viene proposto il concetto di Household Food Security (HFS) che sottolinea la necessità di prendere in esame il nucleo famigliare, la famiglia come unità di analisi per la Sicurezza Alimentare. </p>

<p>Il concetto di Sicurezza Alimentare Famigliare viene arricchito da numerosi studi che prendono in esame i temi riguardanti gli aspetti intrafamigliari, la nutrizione e i generi di sussistenza, la sostenibilità, la resilienza e la stabilità, la percezione e accettabilità culturale, l'efficienza e l'efficacia degli interventi e i diritti umani.</p>

<p><em>Oshaug </em>nell'ambito di studi di resilienza afferma che "una società che può dirsi in un buono stato di Sicurezza Alimentare, non è solamente una società che ha raggiunto una buona struttura del sistema alimentare, ma che ha anche sviluppato meccanismi interni che consentono di mantenere questo assetto in caso di crisi inaspettate." </p>

<p>Il Paese con elevata resilienza alimentare riesce così a sottrarsi ai perversi meccanismi degli aiuti alimentari che, non risolvendo alla radice il problema degli squilibri distributivi delle ricchezze, possono altresì provocare squilibri del mercato interno al paese aiutato.</p>

<p>La mappa qui riportata è stata pubblicata dalla FAO (2006 a.): distingue i Paesi con mancanza di accesso al cibo (colore verde) con situazioni di grave insicurezza alimentare localizzata (colore rosso) e aree con produzioni inadeguate (giallo). </p>

<p>Con la pubblicazione, altresì, dei dati riportati nelle figure 2 e 3 che riguardano gli ultimi trentacinque anni di programmi di aiuto internazionale, la FAO denuncia un fatto grave: gli aiuti alimentari non sono correlati tanto ai bisogni locali delle popolazioni in difficoltà, quanto ai prezzi internazionali dei cereali ed agli interessi dei donatori. </p>

<p>Quando i prezzi internazionali dei cereali aumentano, gli aiuti diminuiscono, quando i mercati tendono a flettere, gli aiuti aumentano.</p>

<p>Studiando meglio il concetto di resilienza applicato al gruppo famigliare si sono distinte tre condizioni: </p>

<p>1) gli enduring households o famiglie resistenti, quelle che mantengono la sicurezza alimentare del nucleo ad un continuo livello base; </p>

<p>2) resilient households o famiglie resilienti che risentono degli shock, ma che si ristabiliscono velocemente; </p>

<p>3) fragile households, nuclei famigliari fragili, che aumentano sempre di più lo stato di insicurezza in seguito a shock. </p>

<p>Il nucleo famigliare risponde alle crisi alimentari secondo una scala di decisioni e un crescente impegno di risorse domestiche, adottando anche una strategia di riduzioni e rinunce all'uso delle risorse, fino a forme di migrazione temporanea o emigrazione permanente, così come schematizzato nella figura sotto riportata. </p>

<p><br />
<em>La seconda modifica del concetto di food security </em><br />
Il passaggio da una prospettiva ristretta e focalizzata esclusivamente sul cibo/necessità primaria, ad una visione allargata che include i mezzi di sussistenza - si sviluppò in modo chiaro dopo il 1985, a seguito della carestia in Africa degli anni 1984 e 1985. </p>

<p>Il cibo era sentito come un bisogno primario, in modo esclusivo, come formulato da <em>Hopkins</em>: "La food security è come un bisogno fondamentale, di base a tutti i bisogni umani ed alla organizzazione della vita sociale. </p>

<p>L'accesso ai nutrienti necessari è fondamentale, non solo per la vita in se stessa, ma anche per stabilire un durevole ordine sociale." (<em>Hopkins</em>, 1986)</p>

<p>Solo successivamente si chiarisce a livello internazionale che il cibo, specialmente nel breve periodo, è solo uno degli obiettivi che le persone perseguono e può anche non essere collocato al vertice delle priorità personali. </p>

<p>Ad esempio, si osservò che durante la carestia del Darfur del 1984/85, le persone sceglievano di affrontare la fame e periodi di sofferenza, pur di preservare i principali mezzi per la sussistenza futura: si riportava come fossero disposte a sopportare diversi livelli di fame, pur di salvare i semi (la seed security assunse in questi casi una maggiore importanza rispetto alla food security) per coltivare i loro campi e evitare di vendere gli animali. </p>

<p>Anche la storia europea offre esempi di rinuncia al cibo e di sopportazione della fame in vista della difesa, anche estrema, di valori personali più alti. </p>

<p>Durante l'ultima guerra, Leningrado sopravvisse all'assedio al di là di ogni limite. </p>

<p>L'assedio alla città da parte dell'esercito tedesco, che durò 900 giorni fino al 27 gennaio 1944, provocò più di 500.000 morti su due milioni e mezzo di abitanti. </p>

<p>La fame diffusa venne affrontata seminando e coltivando in città, ove possibile, quanto di commestibile potesse essere prodotto in poco tempo. </p>

<p>A Leningrado era collocato il famoso All-Union Institute of Plant Industry, fondato da <em>Vavilov</em>, che raccoglieva una eccezionalmente ricca banca dei semi, terza al mondo con oltre 200.000 tipi catalogati e conservati di specie agrarie. </p>

<p>Numerosi scienziati dell'Istituto, assistenti di <em>Vavilov</em>, morirono di fame, ma nessuno di loro pensò di mangiare la collezione dei semi di grano e le patate che erano stati affidati all'Istituto: la diversità genetica, eredità e bene comune di tutta l'umanità, doveva essere rispettata.</p>

<p><br />
<em>Food security: per una definizione condivisa</em><br />
Il terzo passaggio evolutivo del concetto, che riguarda le metodiche di rilievo, misura o monitoraggio della food security, è avvenuto con l'abbandono di indicatori oggettivi a favore degli aspetti più soggettivi e individuali. </p>

<p>In letteratura c'è stata, per lungo tempo, la distinzione tra "la condizione di privazione", riferita ad uno stato oggettivo, e "il sentimento di privazione", relativo al soggetto.</p>

<p>L'approccio convenzionale alla sicurezza alimentare si è basato su misurazioni oggettive come, ad esempio, alcuni prestabiliti livelli di consumo come il consumo di meno dell'80% della media richiesta di assunzione di calorie giornaliere. </p>

<p>Queste definizioni, tuttavia, formulate con tale approccio oggettivo e apparentemente preciso, presentano dei problemi. Il concetto di adeguatezza nutrizionale è problematico in se stesso: la richiesta nutrizionale è funzione individuale dell'età, dello stato di salute, del peso corporeo, del tipo di attività lavorativa, dell'ambiente frequentato, del comportamento. </p>

<p>La stima delle calorie richieste per la media degli adulti e dei bambini è soggetta a costante revisione e le strategie di adattamento individuali e collettive complicano il calcolo.</p>

<p><em>Pacey </em>e <em>Payne </em>nel 1985 affermano che tutte le stime di richieste nutrizionali devono essere trattate come un giudizio di valore: "È escluso il concetto di un "optimum" dello stato di benessere nutrizionale, il raggiungimento del quale potrebbe essere il criterio per un livello richiesto. </p>

<p>Qualsiasi visione di desiderabile o ottima as-sunzione nutrizionale per gli individui o gruppi può essere solo un giudizio di valore." (<em>Pacey </em>and <em>Payne</em>, 1985)</p>

<p>Un secondo problema, fatto notare negli anni '80 dagli analisti, era dovuto alla completa mancanza degli aspetti qualitativi, che per l'appunto erano omessi dal tipo di misurazioni quantitative. In molti studi, l'adeguatezza nutrizionale era solo condizione necessaria, ma non sufficiente per la sicurezza alimentare. </p>

<p>Si considerava l'aspetto della coerenza del cibo disponibile con le abitudini alimentari locali, inquadrandolo all'interno di tutto quanto riguardasse l'accettazione culturale e la dignità umana e l'autonomia e l'autodeterminazione.</p>

<p>Esaminando la dimensione soggettiva della sicurezza alimentare, <em>Maxwell </em>la definì in modo più ampio: "Un paese e delle persone sono sicure dal punto di vista alimentare quando il loro sistema alimentare opera in un modo tale da rimuovere la paura che non ci sarà abbastanza da mangiare. </p>

<p>In particolare, la sicurezza alimentare sarà raggiunta quando i poveri ed i vulnerabili, soprattutto donne e bambini e quelli che vivono in aree marginali, avranno un sicuro accesso al cibo che loro vogliono." (<em>Maxwell </em>et a., 2008)</p>

<p>In tempi più recenti, nel corso del XXX Congresso, la FAO ha proposto la seguente definizione: "La condizione di food security viene raggiunta quando tutte le persone hanno accesso fisico, sociale ed economico a cibo sufficiente, sicuro e nutriente, che incontri le loro necessità nutrizionali e le loro preferenze, tanto da permettergli di condurre una vita attiva e sana." (FAO 1996) </p>

<p>Per assicurare stabilità a questo accesso si rende necessaria una adeguata e sostenibile gestione delle risorse naturali come suolo, acqua, aria e vegetazione, oltre che dei beni immateriali come i saperi agronomici, necessari per un compatibile sfruttamento degli stessi. </p>

<p>È in quest'ottica che appare necessario integrare l'analisi in una visione sistemica e allargata ai concetti di environmental security degli agroecosistemi e salvaguardia della agrobiodiversità.</p>

<p>La food security è strettamente correlata con il degrado del suolo e l'inquinamento delle acque. La perdita di produzione a causa del degrado del suolo è stimata essere circa il 5%. </p>

<p><em>M.A.Stocking</em> (2003) sostiene che il cambiamento nella qualità delle risorse naturali è un punto determinante della crescente vulnerabilità delle popolazioni alla food insecurity e definisce quella che è "la qualità del suolo" come la capacità di un suolo di sostenere la produttività biologica, di mantenere la qualità ambientale e di promuovere il benessere di piante, animali e umani all'interno di un ecosistema; tale concetto differisce dal tradizionale approccio tecnico che si focalizza solamente sulle funzioni produttive. </p>

<p>Il declino nella produzione di cibo è imputabile a diverse cause tra cui, in primis, l'eccessiva sottrazione dei nutrienti da parte delle colture senza un loro adeguato ripristino. </p>

<p>L'erosione del suolo viene considerata uno dei più seri problemi ambientali nel mondo e indirettamente causa di food insecurity. </p>

<p>La food security viene oggi strettamente correlata alle generali condizioni di convivenza; ovunque un ambiente stabile e pacifico è condizione necessaria fondamentale per l'ottenimento e il mantenimento della sicurezza alimentare (World Food Summit Plan Action, 1996). </p>

<p>In numerosi paesi ad economica agricola sono recentemente scoppiate quelle che sono state definite le ecowars, vale a dire "Guerre per controllo delle risorse ambientali" come quelle scoppiate in Eritrea, Etiopia, Congo, Afghanistan, Haiti, Messi-co, Kashmir, Sudan. </p>

<p>Emergono quindi nuovi concetti che richiedono una analisi globale del sistema Paese ed una capacità di effettuare salti di scala, dal globale all'individuale. </p>

<p>In sintesi sembra possibile ricondurre l'analisi ai quattro concetti-chiave impliciti nella nozione di "sicuro accesso" a quantità sufficienti di cibo in ogni momento, concetti riconducibili ad aree di indagine disciplinare particolari:</p>

<p>• la sufficienza di cibo (food supply, quella presa in considerazione particolare dalle scienze agronomiche), indicata sostanzialmente come calorie necessarie per condurre una vita attiva e sana (scienze e tecnologie alimentari, nutrizionali, salute e benessere, pedagogia, educazione ali-mentare);</p>

<p>• accesso al cibo, definito come diritto a produrre, vendere, acquistare, consumare, scambiare o ricevere come dono (aspetti socio-economici, antropologici, politici, di co-municazione);</p>

<p>• sicurezza intesa come equilibrio tra vulnerabilità, rischio e certezza (alimentazione, strutture sociali-ambientali, modelli di sviluppo e di consumo);</p>

<p>• tempo nel quale la food insecurity può essere cronica, transitoria o ciclica.</p>

<p>Verso la fine degli anni '90 sono stati proposti e discussi altri concetti e termini che si possono sintetizzare nell'espressione Sovranità alimentare/food sovereignty (Dichiarazione di Via Campesina al World Food Summit, Roma, 1996).  </p>

<p>Con Via Campesina, organizzazione che raccoglie agricoltori, contadini e rappresentanti di popolazioni indigene di numerose aree agricole del mondo, si sottolinea fortemente la necessità di discutere e promuovere alternative valide alle politiche neoliberali spesso sottese a quelle internazionali di food security elaborate in ambiti ristretti, per fare invece emergere l'esigenza delle popolazioni indigene di comprendere, promuovere e valorizzare le realtà locali. </p>

<p>Vengono messi in discussione non tanto o non solo i concetti legati alla food security, quanto i sistemi e le metodiche di attuazione delle politiche di aiuto nei confronti delle aree agricole in difficoltà e in particolare gli interventi di aiuto alimentare che, di fatto, creano condizioni di dipendenza delle persone nei confronti degli import agricoli. </p>

<p>Come per la food security anche il concetto di food sovereignty ha avuto un processo evolutivo assumendo differenti definizioni. </p>

<p>Secondo Via Campesina (1996) la food sovereignty è il diritto di ogni nazione a mantenere e a sviluppare la propria capacità di produrre gli alimenti di base rispettando la diversità colturale e produttiva, ciascuno ha il diritto di produrre il proprio cibo nel proprio territorio. </p>

<p>La sovranità alimentare viene vista come precondizione per un'autentica sicurezza alimentare.</p>

<p>Per il People's Food Sovereignty Network (2002) la sovranità alimentare è il diritto delle persone </p>

<p>a) di scegliere il cibo e di impostare la propria agricoltura, di proteggere e regolare le produzioni agricole domestiche e il commercio, in modo da raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile; </p>

<p>b) di determinare il grado di autonomia e di autosufficienza; </p>

<p>c) di ridurre i prodotti sotto costo sui propri mercati (dumping) e di fornire alle comunità basate sulla pesca e sull'acquacoltura la priorità nella gestione e nell'uso dei diritti sulle risorse idriche. </p>

<p>È stata quindi proposta una seconda definizione di sovranità alimentare come il diritto delle comunità e dei paesi di produrre per le proprie necessità, determinare i propri metodi di coltivazione e le politiche alimentari e decidere cosa importare ed esportare. </p>

<p><br />
<strong>Consigli di lettura</strong><br />
<a href="http://www.ibs.it/code/9788842079668/montanari-massimo/cibo-come-cultura.html?shop=3898" target="_blank">Il cibo come cultura</a> (Laterza, 2007) di <em>Massimo Montanari</em>.</p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788815124586/poulain-jean-pierre/alimentazione,-cultura-e-societ&agrave-.html?shop=3898" target="_blank">Alimentazione, cultura e società</a> (Il Mulino, 2008) di <em>Jean-Pierre Poulain</em>.</p>

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<p><em>Libreria CUEM Sesto San Giovanni</em><br />
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Sesto San Giovanni (MI)<br />
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<a href="mailto:sesto@librerieuniversitarie.it">sesto@librerieuniversitarie.it</a>;</p>

<p><em>Libreria CUESP Scienze Politiche</em><br />
Via Conservatorio, 7<br />
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Tel. 02 78.18.13<br />
Fax 02 89.15.86.16<br />
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</p>]]>
        
    </content>
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<entry>
    <title>Macerata e l&apos;Unità d&apos;Italia</title>
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    <published>2010-03-20T17:01:25Z</published>
    <updated>2010-05-04T17:08:13Z</updated>

    <summary>Gli avvenimenti del 1860-61 determinarono un radicale mutamento nella storia di Macerata. 

Il trapasso dei poteri, l&apos;apporto di patrioti e notabili, la gestione del commissario Valerio, la consultazione plebiscitaria, l&apos;inserimento nello Stato sabaudo, la nuova organizzazione amministrativa e civile rappresentarono un&apos;evidente cesura nella vicenda storica della città e della provincia maceratese.

Una cesura che avrebbe decisamente influenzato gli sviluppi del nuovo capoluogo italiano.</summary>
    <author>
        <name>Dario Sanna</name>
        
    </author>
    
        <category term="Storia" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
        <category term="Storia contemporanea" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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    <category term="unitàditalia" label="Unità d&apos;Italia" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
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<p><strong>Autori</strong>: Silvia Bolotti, Irene Manzi, Gilberto Piccinini, Emanuela Sansoni, Marco Severini</p>

<p><strong>Curatore</strong>: Marco Severini</p>

<p><strong>Prima edizione</strong>: 03/2010</p>

<p><strong>Edizione corrente</strong>: 03/2010</p>

<p><strong>EAN-ISBN</strong>: 9788890387548 </p>

<p><strong>Pagine</strong>: 108</p>

<p><strong>Illustrazioni</strong>: 47</p>

<p><strong>Rilegatura</strong>: Filo refe</p>

<p><strong>Dimensioni</strong>: 24x28 cm</p>

<p><strong>Prezzo di copertina</strong>: 20,00 Euro</p>

<p><strong>Collana</strong>: Storia Italiana, n.6</p>

<p><strong>Argomento</strong>: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale</p>

<p><a href="http://books.google.it/books?id=EIM5A3mDE4MC&source=gbs_navlinks_s" target="_blank"><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="gbs_preview_button1.gif" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/gbs_preview_button1.gif" width="88" height="31" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span></a><br></p>

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<p><br />
<strong>Descrizione</strong><br />
Gli avvenimenti del 1860-61 determinarono un radicale mutamento nella storia di Macerata. </p>

<p>Il trapasso dei poteri, l'apporto di patrioti e notabili, la gestione del commissario <em>Valerio</em>, la consultazione plebiscitaria, l'inserimento nello Stato sabaudo, la nuova organizzazione amministrativa e civile rappresentarono un'evidente cesura nella vicenda storica della città e della provincia maceratese.</p>

<p>Una cesura che avrebbe decisamente influenzato gli sviluppi del nuovo capoluogo italiano.</p>

<p><br />
<strong>Indice</strong><br />
Introduzione</p>

<p><em>Marco Severini</em><br />
1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61	</p>

<p><em>Emanuela Sansoni</em><br />
2. L'attività delle Giunte e dei Consigli comunali a Macerata nel 1860-1861	</p>

<p><em>Irene Manzi</em><br />
3. La Provincia di Macerata tra la fine del regime pontificio e l'Unità d'Italia	</p>

<p><em>Silvia Bolotti</em><br />
4. Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti	</p>

<p><em>Gilberto Piccinini</em><br />
5. Creare le Marche	</p>

<p>Cronologia	</p>

<p>Indice dei nomi	</p>

<p>Gli autori	</p>

<p><br />
<strong>Note biografiche</strong><br />
<em>Marco Severini</em> insegna Storia della storiografia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata. Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana". </p>

<p>Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo. </p>

<p>Tra i suoi recenti lavori: </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788831793230/severini-marco/nenni-sovversivo-esperienza.html?shop=3898" target="_blank">Nenni il sovversivo</a> (<a href="http://www.marsilioeditori.it" target="_blank">Marsilio</a>, 2007), </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788873261070/severini-marco/girolamo-simoncelli-storia.html?shop=3898" target="_blank">Girolamo Simoncelli</a> (<a href="http://www.affinita-elettive.it" target="_blank">Affinità Elettive Edizioni</a>, 2008),</p>

<p><a href="http://www.saggistica.info/libri/archivio/2009/02/le-storie-degli-altri.html">Le storie degli altri</a> (Codex, 2008),</p>

<p>e la cura del volume  <a href="http://www.ibs.it/code/9788876634451/severini-marco-angeloni-luana/alberto-zavatti-l-uomo-la.html?shop=3898" target="_blank">Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo</a> (<a href="http://www.illavoroeditoriale.com" target="_blank">Il Lavoro Editoriale</a>, 2009).</p>

<p><br />
<em>Emanuela sansoni</em> è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. </p>

<p>Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena. </p>

<p>Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano. </p>

<p>È autrice, per i nostri tipi, della monografia <a href="http://www.saggistica.info/libri/archivio/2009/05/la-legislazione-del-186667-sulle-corporazioni-reli.html">La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula</a> (Codex, 2009).</p>

<p><br />
<em>Irene Manzi</em> è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. </p>

<p>Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (2003). </p>

<p>Ha partecipato a diversi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con diverse riviste storiche. </p>

<p><br />
<em>Silvia Bolotti</em> è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. </p>

<p>Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento. </p>

<p>È autrice, per i nostri tipi, della monografia <a href="http://www.saggistica.info/libri/archivio/2010/02/macerata-nella-prima-guerra-mondiale.html">Macerata nella prima guerra mondiale</a> (Codex, 2010).</p>

<p><br />
<em>Gilberto Piccinini</em> insegna Storia contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento. </p>

<p>Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano. </p>

<p>Tra i suoi recenti lavori: </p>

<p><em>Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento</em>, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008); </p>

<p>e la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008).</p>

<p><br />
<strong>Estratto</strong><br />
<em>1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61 </em></p>

<p><em>Eredità e cesure </em><br />
È noto sul piano storiografico come il passaggio dallo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stato_Pontificio" target="_blank" class="snap_shots">Stato Pontificio</a> al Regno d'Italia comportò un generale declassamento per la comunità maceratese: il ruolo preminente che si era guadagnata nel corso dei secoli, la tradizionale fedeltà al potere temporale - ampiamente ribadita sotto il pontificato di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Pio_IX" target="_blank" class="snap_shots">Pio IX</a></em> -, la rilevanza di istituzioni governative, giuridiche e culturali e la stessa secolare presenza di enti religiosi, cedettero il posto alla nuova organizzazione amministrativa introdotta inizialmente dal commissario straordinario <em>Lorenzo Valerio</em> e poi inserita nel nuovo ordinamento italiano. </p>

<p>Né le cesure e i trapassi di regime del periodo franco-napoleonico, né il goffo tentativo insurrezional-carbonaro del 1817  e neppure la radicalizzazione politica conosciuta sotto la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Romana_%281849%29" target="_blank" class="snap_shots">Repubblica Romana</a> del 1849  - durante la quale, peraltro, la città si era conquistata una certa visibilità con la controversa elezione a deputato della Costituente romana di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Garibaldi" target="_blank" class="snap_shots">Garibaldi</a></em>, che aveva ricambiato con la dedica della prima vittoria contro i francesi di Porta S. Pancrazio (30 aprile 1849)  - erano riusciti ad alterare il tradizionale guelfismo di Macerata durante la prima metà dell'Ottocento.</p>

<p>Peraltro con il 1849 si era evidenziata non solo la frattura la città e le campagna, ma anche quella tra i paesi e le cittadine più grandi in cui i circoli e le associazioni avevano svolto un'azione efficace in favore della repubblica, con qualche punta di eccesso verso il regime papalino; se non erano mancate nel Maceratese amministrazioni municipali che avevano rifiutato di collaborare con le istituzioni repubblicane e, per contro, avevano inviato indirizzi di fedeltà al pontefice autoesiliatosi, il cronista locale <em>Antonio Natali</em> aveva testimoniato come, il 1° giugno 1849, molti maceratesi avessero accolto in silenzio l'abbattimento dell'albero della libertà e l'arrivo degli austriaci, sorprendendo questi stessi.</p>

<p>Ma più che la fedeltà alla causa papalina, i maceratesi avevano seguito con timore prima l'istituzione ad Ancona, nel 1849, della residenza del commissario straordinario per le Marche e poi le voci circolanti a Roma, nel 1850, circa una probabile soppressione dell'ateneo locale : segnali eloquenti di come la competizione con Ancona per ottenere prima la sede della legazione e poi il riconoscimento della funzione di capoluogo regionale appariva in qualche modo segnata.</p>

<p>Lo spostamento del baricentro dell'attività patriottica verso la parte settentrionale della regione durante gli anni cinquanta e il conseguente ridimensionamento politico delle province meridionali - che, maggiormente tradizionaliste, erano parse già nel 1849 più tiepide nella partecipazione democratica, sottolineando uno scollamento geografico che avrebbe decisamente condizionato le vicende politiche post-unitarie  -, non deve però indurre a ritenere che, benché non toccata dalle insurrezioni del 1859, Macerata non avesse conosciuto un'intensificazione dell'attività patriottica e cospirativa.</p>

<p>Dopo la fallita cospirazione mazziniana del 1853, che aveva comportato uno strascico di arresti, condanne  ma pure la diserzione dei soldati pontifici del primo reggimento estero  - motivo di seria preoccupazione per il governo pontificio -, l'orientamento dei patrioti maceratesi si era progressivamente indirizzato verso la causa liberal-piemontese. </p>

<p>A partire dal 1857, sulla base di trame segrete ma ben organizzate, gli esponenti della Società Nazionale avevano creato ramificazioni anche nel capoluogo della Marca, su iniziativa a quanto pare del marchese <em>Migliorati </em>che trovò un esponente attivo quanto autorevole nel conte <em>Tommaso Lauri</em> e una sorta di guida nell'avvocato <em>Vincenzo Taccari</em>, tra gli arrestati e i condannati del moto del 1853. </p>

<p>Accanto a questi due notabili si raccolsero esponenti di noti casati maceratesi e della provincia, come i marchesi <em>Giacomo</em> e <em>Matteo Ricci</em>, i conti <em>Cesare Pallotta</em> e <em>Domenico Graziani</em> e il recanatese <em>Antonio Carradori</em>, della borghesia liberale come gli avvocati <em>Ernesto Belardini</em>, <em>Piero Giuliani</em>, <em>Teofilo Valenti</em>, <em>Filippo Lamponi</em> e <em>Cesare Papi</em>, i "dottori" <em>Francesco Marcucci</em> e <em>Pietro Celani</em>, un romano che si era stabilito a Macerata nel 1855 ed aveva ricoperto l'ufficio di segretario e legale dell'Ufficio del macinato.</p>

<p><br />
<em>Movimento in progress</em><br />
Il movimento liberale maceratese - che allo <em>Spadoni </em>risultava sul finire degli anni cinquanta "forte, concorde e bene organizzato"  - era in realtà, nell'estate 1859, fragile e privo di un efficiente coordinamento nella maggior parte delle Marche: <em>Diomede Pantaleoni</em>, insieme a pochi altri esponenti, vi prestava un'opera di riorganizzazione e di collegamento con gli ambienti patriottici bolognesi, ma le forze liberali nelle province adriatiche - scriveva il maceratese a <em>Filippo Antonio Gualterio</em> - "più che povere di numero", apparivano "deboli per mancanza d'unione e d'iniziativa, e per timore d'intraprendere".</p>

<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="9788890387548bis.jpg" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/9788890387548bis.jpg" width="200" height="275" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span>Grande attesa si manifestò tra i marchigiani nell'autunno 1859 allorché <em>Garibaldi</em> - comandante in seconda del nuovo esercito della lega degli Stati dell'Italia centrale che si erano liberati delle vecchie dinastie, avevano eletto assemblee rappresentative e perseguito l'obiettivo dell'annessione al Piemonte, nonostante la delicata congiuntura internazionale e l'ambigua politica estera di <em>Napoleone III</em> - sembrava pronto ad invadere le Marche, sulla base di incerte notizie circa un'insurrezione in quei territori: il generale lanciò proclami diretti alle forze pontificie (per la diserzione) e ai patrioti umbri e marchigiani (per la rivolta), ottenne da <em>Vittorio Emanuele II</em> il licenziamento del generale <em>Fanti</em>, comandante dell'esercito, e divenne padron vero delle Romagne, secondo la nota espressione usata da <em>Gaspare Finali</em> il 29 ottobre in una lettera a <em>Ricasoli</em>. </p>

<p>Ma l'ostilità dei governi toscano e romagnolo verso il progetto garibaldino e l'indignazione di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cavour" target="_blank" class="snap_shots">Cavour</a></em>, allora semplice deputato, per il comportamento tenuto dal governo di Torino indussero <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Emanuele_II" target="_blank" class="snap_shots">Vittorio Emanuele II</a></em> a ritornare sui suoi passi, chiedendo a <em>Garibaldi </em>di deporre il comando della truppa e di piegarsi alla ragione di Stato. </p>

<p>Prevalse la dimensione legalitaria del nizzardo che lanciò un nuovo proclama agli italiani, annunciò che la sottoscrizione per il milione di fucili restava aperta e declinò la nomina regia a generale dell'esercito piemontese, nomina che lo avrebbe privato di quella "libertà d'azione" con cui intendeva ancora essere utile "nell'Italia centrale ed altrove". </p>

<p>In stretto contatto con i cospiratori romagnoli era il marchese <em>Carlo Luzi</em> (San Severino Marche, 1818-1899), con un passato di affiliato alla Giovine Italia e di combattente nel 1849 in difesa della Roma assediata dai francesi: amico e corrispondente dei fratelli <em>Briganti-Bellini</em> e collegato ai circuiti patriottici nazionali, a <em>Luzi </em>vennero affidati, sul finire degli anni cinquanta, diversi compromessi politici per essere poi trasferiti in luoghi sicuri; a Rimini, inoltre, egli conobbe nel 1859 <em>Bianca Mattioli</em>, che nel 1863 sarebbe divenuta sua moglie e già il 14 agosto 1860 lo informava dell'imminente passaggio delle Marche sotto il governo piemontese. </p>

<p>Dal canto loro, i liberali maceratesi erano progressivamente penetrati nella società locale, reclutando alla causa nazionale non solo esponenti della nobiltà e della borghesia, ma anche diversi operai e alcuni preti, potendo altresì contare sulla complicità di una parte dei carabinieri; l'attività patriottica, in un frangente di rigido controllo poliziesco, si esplicò nella raccolta di fondi, nell'allestimento di "manifestazioni liberali", nel salvataggio di persone sospette e compromesse, nella partecipazione di molti giovani alle guerre d'indipendenza e nell'organizzazione del corpo dei Cacciatori delle Marche. </p>

<p>Quest'ultimo ebbe come commissari di guerra il civitanovese <em>Pier Francesco Frisciotti Pellicani</em> e il conte morovallese <em>Francesco Saverio Grisei</em> e tra i suoi capitani il tolentinate <em>Euclide Cagnaroni</em>, grazie al cui coraggio e tempestività furono fatti prigionieri nei pressi di Marano - l'attuale Cupramarittima - trecento mercenari papalini in rotta dopo la disfatta di Castelfidardo. </p>

<p>Il 9 marzo 1860, il patriota dorico <em>Alessandro Orsi</em> scrisse direttamente al Comitato di Macerata, chiedendo che fosse girata a <em>Filippo Bettacchi</em> di Camerino, una lettera contenente le istruzioni per festeggiare l'annessione della Toscana e dell'Emilia al regno di <em>Vittorio Emanuele II</em>; in effetti la vicinanza con il capoluogo camerte inglobava Macerata nella rete di collegamenti e "trafile" che da Ancona raggiungevano l'Umbria. </p>

<p>Tra le altre manifestazioni liberali organizzate nel 1860 ci furono il noto sciopero del fumo e i festegiamenti per l'accettazione da parte di <em><em>Vittorio Emanuele II</em></em> del plebiscito dell'Emilia e della Romagna, con comparsa tra le vie cittadine di bandiere, stemmi e "cartelli allusivi".</p>

<p>Gli ultimi tempi del governo pontificio a Macerata furono caratterizzati dal rafforzamento delle misure militari da parte del comando papalino, dalla mancanza di energia da parte del delegato apostolico monsignor <em>Achille Apolloni</em> e dall'inasprimento delle relazioni tra la guarnigione militare di stanza in città e la popolazione locale.</p>

<p>I primi due aspetti erano strettamente collegati. </p>

<p>Anzi, per quanti sforzi avevano fatto i vertici militari per aumentare le misure di polizia e di sorveglianza - Macerata ospitava, nel 1860, il primo reggimento di linea, uno squadrone di gendarmeria, due batterie di artiglieria come truppe regolari ed era centro di addestramento dei bersaglieri esteri e di volontari irlandesi particolarmente scapestrati  - sulla popolazione, tanto più appariva arrendevole il delegato <em>Apolloni</em>, severamente rimproverato dal generale <em>Lamoricière</em> con due telegrammi del 5 settembre 1860: se con il primo, prendendo spunto dalle bastonature pubbliche inflitte ad un fattorino reo di aver rivolto espressioni sconvenienti ad alcuni ufficiali austriaci, chiedeva di non venir più intrattenuto con "pettegolezzi" del genere, ma semmai con una richiesta di stato d'assedio - "Noi arresteremo allora una venticinquina di persone, ne fucileremo una diecina e tutto sarà finito"-, con il secondo avvertiva che, quando la rivoluzione mostrava "la punta dell'orecchia o quella del naso", era necessario "battervi sopra come ad un cane arrabbiato" cosicché invitava il delegato a presentargli relazioni sul comportamento negligente degli "agenti di polizia" e a reclamare l'intervento di chi non sarebbe indietreggiato "davanti alla necessità di versare il sangue".</p>

<p>Al di là di questi telegrammi del comandante pontificio, definiti dal <em>Finali </em>"d'una ferocia quasi incredibile", la situazione politico-militare nelle Marche era effettivamente giunta per il regime autocratico ad un punto di non ritorno. </p>

<p>Lo attestava la stessa relazione mandata al pro ministro delle Armi di Roma dal capitano conte <em>De Chevignè</em>, inviato alla fine dell'agosto 1860 nell'Ascolano per reclutare ed organizzare briganti e volontari, relazione che precisava come al di là del famigerato capo brigante <em>Piccioni </em>e del suo seguito esistevano pochi sudditi devoti al papa-re:</p>

<p>Gli ausiliari non esistono quasi affatto in Ascoli; una cinquantina soltanto è unita alla Gendarmeria. </p>

<p>Di buoni elementi non ve ne sono che nella montagna. </p>

<p>Là è che noi reclutiamo il battaglione d'Ausiliari della Montagna, che dovrà esser forte di 1200 uomini, e che, secondo l'ordine del Generale in Capo, sarà mobilizzato appena si possa. </p>

<p>Questi montagnoli sì che sono abili, fieri, energici, devoti. </p>

<p>Essi renderanno dei grandi servigi, e mi hanno già accolto nelle loro file per aiutare il loro vecchio capo <em>Piccioni </em>e supplirlo al bisogno (...). </p>

<p>La frontiera di Napoli è oggi tanto pericolosa quanto quella del Piemonte in quanto alle trame rivoluzionarie, ai giornali, agli opuscoli, agli stendardi ecc. ecc. </p>

<p>Il corso degli eventi delle settimane successive avrebbe rivelato quanto entusiastica ed artificiosa fosse la prima parte di questa relazione.</p>

<p>Durante l'estate si erano però rinnovati gli episodi di prepotenza da parte dei militari verso la popolazione maceratese: il conte <em>Luigi Canale</em> venne ingiuriato e schiaffeggiato al Caffè Perfetti da alcuni ufficiali papalini perché fumava; il diciottenne <em>Giuseppe Lauri</em> fu fermato da tre capitani austriaci mente sputava per terra e apostrofato da uno di questi, riuscendo con difficoltà a evitare il fermo grazie all'aiuto di alcuni cittadini e a rifugiarsi a Monte San Giusto presso la casa del conte <em>Cesare Romani</em>; il sedicenne <em>Vittorio Santini </em>venne schiaffeggiato da due graduati pontifici; una dozzina di studenti ginnasiali, di ritorno da una passeggiata al convento degli Zoccolanti, venne fermata, nei pressi dello stradone di S. Croce, da alcuni carabinieri che prima li sbeffeggiarono, poi li costrinsero a rincasare e infine, dopo cinque giorni, li condussero negli uffici di polizia e al cospetto del delegato <em>Apolloni </em>che ne arrestò uno che aveva avuto l'ardire di rispondergli: solo grazie all'intervento di un legale di "noti principi clericali", l'arresto fu poi convertito nell'obbligo di un "corso di esercizi" da effettuarsi presso il convento dei missionari. </p>

<p>Le giovani <em>Emma </em>ed <em>Argia Pasquali</em> vennero aggredite da alcuni mercenari irlandesi e sarebbero andate incontro a sorte peggiore se non fossero intervenuti in loro difesa due studenti universitari che fronteggiarono gli assalitori a colpi di bastone: gli irlandesi in un primo momento si diedero alla fuga, ma poi, tornati sul posto, non vedendo più gli studenti, presero a minacciare alcuni passanti. </p>

<p>La sera del 17 giugno si ebbe una nuova baruffa tra irlandesi e cittadini, con danni alle finestre di alcuni stabili e ai lampioni della caserma pontificia e due feriti, di cui uno grave: in seguito a questo fatto, 260 irlandesi e due ufficiali lasciarono Macerata alla volta di Ancona; infine, negli ultimi giorni di agosto, il fattorino <em>Domenico De Angelis</em>, accusato da un delatore di aver rivolto parole disonorevoli ad alcuni ufficiali imperiali al servizio del papa, ricevette in pubblico 25 colpi di bastone e diede motivo, come detto, al rimprovero del <em>Lamoricière </em>al delegato <em>Apolloni</em>.</p>

<p>Gli eventi precipitarono sul finire dell'estate.</p>

<p>L'8 settembre 1860, a Pergola 400 volontari comandati da <em>Giuseppe Fulvi</em> intimarono la resa alla guarnigione pontificia: a questo fatto seguivano la liberazione di Fossombrone e Urbino, mentre anche l'Umbria insorgeva e veniva avvisato a Rimini il generale <em>Cialdini </em>che nei giorni successivi entrava in territorio marchigiano. </p>

<p>La "preordinata e modesta" insurrezione nelle Marche settentrionali - l'unica zona in cui era possibile un moto insurrezionale secondo le informazioni riferite a <em>Cavour </em>dal generale <em>Cugia</em>, incaricato di tenere i collegamenti con i capi dell'emigrazione marchigiana -, che doveva giustificare l'intervento militare del governo di Torino - che l'11 inviò un ultimatum alla Santa Sede chiedendo l'immediato congedo delle forze mercenarie papaline, ricevendone una risposta negativa -, aveva conseguito il proprio fine.</p>

<p>Privata della brigata De Courten spedita nelle Marche settentrionali a fronteggiare l'insurrezione, Macerata fu raggiunta, il 15 settembre, dal comandante in capo pontificio <em>C.L.L. Juchalt de Lamoricière</em> il quale, una volta entrato in città, venne a sapere che Pesaro era stata occupata dai piemontesi che si erano spinti sino a Fano ; da qui la necessità di raggiungere Ancona prima dell'armata sabauda. </p>

<p>Proclamato lo stato d'assedio - ultimo atto di governo compiuto dal regime pontificio, non senza dar adito a qualche incertezza circa l'esercizio dei poteri presso le autorità locali -, <em>Lamoricière </em>fu raggiunto il 16 dalla brigata comandata dal generale <em>De Pimodan</em>, proveniente da Terni. </p>

<p>Ma il comandante in capo dell'esercito papalino, noto per il suo legittimismo e i sentimenti antibonapartisti, venne di fatto abbandonato a se stesso dal governo romano: il segretario di Stato <em>Antonelli</em>, dimostrò un'insolita ingenuità e scarso senso pratico nel credere alle dichiarazioni ufficiali di protezione da parte del governo di Parigi, dichiarazioni atte a garantire sicurezza che però si rivelarono completamente infondate e destarono il vivo e comprensibile risentimento del <em>Lamoricière</em>, la cui fedeltà nella circostanza venne peraltro lodata dal pontefice che lo decorò con "l'ordine di Cristo".</p>

<p>Intanto i patrioti del Comitato nazionale, continuamente informati sul corso degli avvenimenti politici, comunicavano al generale <em>Cialdini </em>le mosse delle truppe pontificie che lasciavano il 17 settembre Macerata. </p>

<p>La liberazione di quest'ultima era questione di ore e bisognava tempestivamente provvedere alla nomina di una Giunta governativa, come sottolineava il patriota <em>Francesco Fiorenzi</em> che, da Osimo, scriveva al principe <em>Rinaldo Simonetti</em>, allora a Senigallia: per non lasciare ai maceratesi "l'intera libertà", ma al contempo per far sì che la cosa non apparisse "totalmente arbitraria" e rivestisse dunque "forma legale", era indispensabile che la presidenza della Società Nazionale e il Comitato d'emigrazione di Bologna nominassero i componenti della Giunta che, a sua volta, avrebbe nominato i membri della Giunta municipale. </p>

<p>Dei sei nominativi indicati (<em>Giacomo Ricci</em>, <em>Cesare Pallotta</em>, <em>Teofilo Valenti</em>, <em>Giulio Giuliozzi</em>, <em>Ernesto Belardini</em> e <em>Nazario Pantaleoni</em>) per il primo organismo solo i primi due sarebbero entrati nella Giunta, mentre tre degli altri quattro (con l'eccezione dell'avvocato <em>Giulio Giuliozzi</em>) sarebbero stati designati a componenti degli organismi provvisori successivamente costituiti; per quanto riguarda invece le cinque persone indicate per il secondo organismo (<em>Lorenzo Lazzarini</em>, <em>Tommaso Lanci</em>, <em>Domenico Giorgini</em>, <em>Giovanni Lauri</em> e <em>Orazio Renzi</em>) solo il primo sarebbe stato nominato nella Commissione municipale provvisoria. </p>

<p>Il 18 settembre, la popolazione maceratese avvertì l'eco lontana dei combattimenti tra piemontesi e papalini nei pressi di Castelfidardo, ma solo tra il 19 e il 20, accertatisi della vittoria sabauda, i liberali poterono dar vita ad una grande dimostrazione popolare che dichiarò decaduto il regime pontificio, abbattendone lo stemma. </p>

<p>Mentre le vie cittadine si riempivano di tricolori, il conte <em>Cesare Pallotta</em> intimò l'immediata partenza al delegato <em>Apolloni </em>che, dopo la protesta di rito alla quale si unì quella del gonfaloniere <em>P. Prosperi</em>, lasciò nella notte tra il 19 e il 20 il capoluogo.</p>

<p>Il 20 settembre giunse da Tolentino il generale <em>Manfredo Fanti</em>, ministro della Guerra, capo di Stato maggiore e comandante dell'armata sabauda, accompagnato dal generale <em>Enrico Morozzo della Rocca</em>. </p>

<p>Dopo aver invitato, con due pubblici manifesti, i militari pontifici sbandati a presentarsi agli ufficiali piemontesi e i briganti dell'Ascolano a deporre le armi e a consegnarsi alle "regie truppe" o alle "autorità comunali" dei diversi luoghi - le quali avrebbero poi rilasciato un "foglio di via" per arrivare al "Comando Militare di Macerata" - , fu costituita una Commissione provvisoria di governo, formata da <em>Pallotta</em>, <em>Taccari </em>e dal conte recanatese <em>Antonio Carradori</em>.</p>

<p><em>Fanti </em>costituì a Macerata un comando militare agli ordini del colonnello <em>Giuseppe Fontana</em>, con 200 soldati: il 25 settembre, <em>Fontana </em>ordinò ai Comuni del circondario di ragguagliarlo circa le armi, le munizioni e "qualunque oggetto militare" si trovasse sotto la loro giurisdizione. </p>

<p><br />
<strong>Consigli di lettura</strong><br />
<a href="http://www.ibs.it/code/9788842085744/banti-alberto-m/risorgimento-italiano.html?shop=3898" target="_blank">Il Risorgimento italiano</a> (Laterza, 2009) di <em>Alberto M. Banti</em>.</p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788815098566/beales-derek/risorgimento-unificazione-dell.html?shop=3898" target="_blank">Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia</a> (Il Mulino, 2005) di <em>Derek Beales, Eugenio F. Biagini</em>.</p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788815091819/mazzonis-filippo/monarchia-risorgimento.html?shop=3898" target="_blank">La Monarchia e il Risorgimento</a> (Il Mulino, 2003) di <em>Filippo Mazzonis</em>.</p>

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</p>]]>
        
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    <title>Macerata nella prima guerra mondiale</title>
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    <published>2010-02-16T18:20:11Z</published>
    <updated>2010-05-04T10:56:36Z</updated>

    <summary>Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.

Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l&apos;appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.

La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.</summary>
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        <name>Dario Sanna</name>
        
    </author>
    
        <category term="Storia" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
        <category term="Storia contemporanea" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
        <category term="Storia italiana" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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<p><strong>Autore</strong>: Silvia Bolotti</p>

<p><strong>Prima edizione</strong>: 02/2010</p>

<p><strong>Edizione corrente</strong>: 02/2010</p>

<p><strong>EAN-ISBN</strong>: 9788890387562 </p>

<p><strong>Pagine</strong>: 94</p>

<p><strong>Rilegatura</strong>: Filo refe</p>

<p><strong>Dimensioni</strong>: 15x21 cm</p>

<p><strong>Prezzo di copertina</strong>: 12,00 Euro</p>

<p><strong>Collana</strong>: Storia Italiana, n.5</p>

<p><strong>Argomento</strong>: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale</p>

<p><a href="http://books.google.it/books?id=M3afEy_yIaUC&source=gbs_navlinks_s" target="_blank"><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="gbs_preview_button1.gif" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/gbs_preview_button1.gif" width="88" height="31" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span></a></p>

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<p><br />
<strong>Descrizione</strong><br />
Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.</p>

<p>Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l'appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.</p>

<p>La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.</p>

<p><br />
<strong>Indice</strong><br />
Introduzione</p>

<p>1. L'Italia alla prova bellica	</p>

<p>2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra	</p>

<p>3. Il dibattito politico a Macerata	</p>

<p>4. Dentro la città: l'assistenza civile e militare	</p>

<p>5. Il settore primario e la guerra: una crisi scongiurata	</p>

<p>6. La tutela e la difesa della popolazione	</p>

<p>7. La nuova alimentazione di guerra	</p>

<p>8. La partecipazione economica di Macerata: i Prestiti Nazionali	</p>

<p>9. La propaganda bellica nella città	</p>

<p>10. I protagonisti della guerra: i soldati contadini e gli intellettuali	</p>

<p>Indice analitico	</p>

<p>L'autrice	</p>

<p><br />
<strong>Note biografiche</strong><br />
<span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><a href="http://www.saggistica.info/libri/immagini/bolotti.jpg"><img alt="bolotti.jpg" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/bolotti-thumb-120x180.jpg" width="120" height="180" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></a></span><em>Silvia Bolotti</em> è nata a Fabriano il 21 dicembre 1983.</p>

<p>Laureatasi in Storia della società, della cultura e della politica presso l'Università degli studi di Perugia, ha concluso la sua formazione all'Università di Macerata conseguendo la Laurea specialistica in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.</p>

<p>Attualmente è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano. </p>

<p>Questo è il suo primo libro.</p>

<p>È autrice del saggio <em>Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti</em> in <a href="http://www.saggistica.info/libri/archivio/2010/03/macerata-e-lunita-ditalia.html">Macerata e l'Unità d'Italia</a> (Codex, 2010).</p>

<p><br />
<strong>Estratto</strong><br />
<em>2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra</em></p>

<p>Le Marche, uscite dall'Unità d'Italia con un nuovo assetto geo-politico, si affacciarono al Novecento in una condizione di assoluta arretratezza; infatti l'inchiesta <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Jacini" target="_blank" class="snap_shots">Jacini</a></em>, voluta dal governo e conclusasi alla fine dell'Ottocento, mostrava una terra economicamente agricola, ma di una agricoltura povera, una popolazione perlopiù analfabeta, misera e spesso costretta all'emigrazione.</p>

<p>Nonostante il desolato quadro che l'inchiesta aveva tracciato la regione iniziò, in età giolittiana, il cammino verso una modernità politica, grazie alla questione marchigiana e al terremoto elettorale del 1909, e verso una modernità sociale avviata dalla clamorosa "sentenza Mortara" e proseguita grazie alla diffusione nel territorio di 400 periodici che favorirono la formazione di una nuova opinione pubblica.</p>

<p>Alla vigilia della prima guerra mondiale le forze di sinistra locali contendevano, con scarsi successi, gli scenari politici alle élite di destra (tornate trionfalmente alla vittoria dopo il 1909) fatte di notabili liberali, spesso provenienti da altre regioni, che difficilmente perdevano le elezioni in quanto sostenuti dal governo centrale, dai cattolici (grazie, anche, al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Patto_Gentiloni" target="_blank" class="snap_shots">patto <em>Gentiloni</em></a> del 1913) e a volte dalla massoneria. </p>

<p>L'esperienza drammatica del conflitto ben presto modificò le alleanze creando nuovi parti contrapposte. </p>

<p>Infatti, se i repubblicani, alcuni gruppi di liberali e soprattutto i nazionalisti erano tutti favorevoli, pur per differenti motivi, all'intervento italiano, i socialisti e gli anarchici si dichiararono per la neutralità, mentre, i cattolici, inizialmente neutrali (in virtù, soprattutto, del patto <em>Gentiloni</em>) divennero con la partecipazione italiana alla guerra sostenitori di quest'ultima. </p>

<p>La spaccatura ideologica che investiva le forze politiche era identica in ogni provincia marchigiana. Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno e Fermo furono percorse da doppie ondate di manifestazioni: quelle degli interventisti, principalmente repubblicane, e quelle neutraliste in molti casi bloccate dalle forze di polizia. </p>

<p>Di lì a breve, comunque, le Marche sarebbero entrate nella con-flagrazione mondiale con la stessa classe dirigente che aveva vinto la tornata elettorale del 1913 e che rimase in carica fino alla fine del conflitto sostenendo sempre (tranne in occasione della caduta del ministero <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Salandra" target="_blank" class="snap_shots">Salandra</a></em>) i governi italiani che si alternarono nei quattro anni di guerra. </p>

<p>Dal lato economico, invece, lo stato di belligeranza ebbe pesanti ripercussioni sul giovanissimo settore secondario della regione (alcune industrie furono costrette a chiudere, altre modificarono la propria produzione, mentre altre ancora grazie alle commesse statali decollarono), ma anche sul primario. </p>

<p>La maggior parte dei soldati marchigiani erano contadini analfabeti che per combattere al fronte dovettero lasciare la cura dei campi alle donne le quali, rimaste sole, si adattarono a qualunque tipo di lavoro, anche ai più faticosi. </p>

<p>All'alba del 24 maggio 1915, poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana, Ancona, Senigallia e altre città del litorale furono bombardate dalla flotta austriaca. </p>

<p>Questo traumatico evento, più volte ripetutosi durante il conflitto, divise le Marche in due: la fascia costiera che partecipava attivamente alle manovre belliche e le restanti zone interne caratterizzate da condizioni di abbandono e di miseria come, ad esempio, Macerata e Fermo. </p>

<p>Lungo il litorale, spesso violato dal fuoco nemico, la tragedia della conflagrazione si palesò davanti agli occhi increduli di alcuni cittadini che assistettero all'affondamento a causa di una tempesta, nell'autunno del 1917 del pontone armato "Cappellini", nel tratto di mare tra Marzocca e Montemarciano, e all'arenamento dell'altra unità navale "Faà di Bruno" al largo di Marotta.</p>

<p>Nelle città dell'entroterra lontane dai clamori delle battaglie le popolazioni locali vivevano in condizioni difficili. </p>

<p>Dopo pochi mesi di guerra i generi alimentari cominciarono a scarseggiare, soprattutto a causa delle requisizioni imposte dal governo, mentre la successiva decisione di introdurre la tessera annonaria fece fiorire il mercato nero dove beni di prima necessità raggiungevano prezzi esorbitanti. </p>

<p>A tutto questo, poi, si aggiunsero: le difficoltà di ospitare le centinaia di profughi, la stanchezza per un conflitto troppo lungo e la diffusione della "spagnola" che uccise più di ottomila marchigiani. </p>

<p>Caso eclatante fu quello di Macerata dove lo scoppio della Grande guerra, ma soprattutto l'ingresso italiano nel conflitto, segnarono l'inizio di un periodo piuttosto difficile per la popolazione locale.</p>

<p>Più incline verso gli ideali pacifisti, la cittadinanza non ebbe in questo senso una valida rappresentanza. </p>

<p>I portavoce del neutralismo cioè i socialisti e gli anarchici, infatti, trovarono pochi spazi di manovra nella provincia maceratese. </p>

<p>I socialisti, a causa della chiusura del loro periodico nel periodo bellico, fecero da spettatori durante il dibattito tra neutralisti e interventisti, mentre gli anarchici erano, nel territorio, praticamente inesistenti.</p>

<p>Nel frattempo gli interventisti del posto cioè i liberali e i radicali versavano fiumi di inchiostro a sostegno della belligeranza nazionale, che mese dopo mese, diveniva sempre più probabile. </p>

<p>Dopo l'ingresso italiano questi non rinunciarono mai, neanche di fronte alle palesi difficoltà italiane, a difendere le loro posizioni interventiste. </p>

<p>Accanto ai liberali e ai radicali agirono i cattolici prima convinti pacifisti e poi sostenitori della guerra nazionale. </p>

<p>Intanto a Macerata, mai bombardata o attaccata da forze di terra, si entrava poco in contatto con il lato più oscuro del conflitto; il che, però, non significa assolutamente che la città rimase una oasi di felicità dentro una nazione che si batteva.</p>

<p>La guerra c'era, era presente sotto forme differenti, la popolazione vi faceva i conti ogniqualvolta ci si doveva spostare di notte (a causa dei provvedimenti contro l'illuminazione nelle strade), si dovevano comprare generi alimentari (a causa del razionamento del cibo) o quando gli Istituti di assistenza e i giornali locali chiedevano contributi per ragioni di volta in volta differenti, ma sempre volti a fornire assistenza a chi si trovava al fronte o a chi, rimasto in patria, era in difficoltà.</p>

<p>Se la popolazione, nelle fasi iniziali del conflitto, malvolentieri si rassegnò all'idea di combattere, negli anni successivi (principalmente negli anni centrali della guerra) iniziò rumorosamente, attraverso alcune manifestazioni, a far sentire il proprio dissenso. </p>

<p>Bisogna anche riconoscere, però, che ci fu una considerevole partecipazione economica e morale dei cittadini, favorita dalla martellante attività di propaganda volta a dimostrare che una eventuale sconfitta avrebbe determinato l'inizio di un nuovo periodo di schiavitù per la giovane Italia. </p>

<p>Fu così che a Macerata l'organizzazione di conferenze e assemblee, l'affissione di manifesti e la distribuzione di volantini riuscirono a tenere alto il morale della cittadinanza persuadendola, inoltre, ad offrire il proprio tributo. </p>

<p>Gli anni della belligeranza furono traumatici tanto per chi, tra mille difficoltà, viveva nel paese, quanto per chi cercava di sopravvivere in trincea. </p>

<p>La fame, la sete, il freddo e il caldo, il rincaro dei prezzi, il terremoto del '16 e l'<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Influenza_spagnola" target="_blank" class="snap_shots">epidemia di spagnola</a> iniziata nel 1917 compromisero fisicamente e psicologicamente i marchigiani che tentarono di innescare moti insurrezionali, nel fronte interno, o cercarono il modo per fuggire dai campi di battaglia disertando o fingendosi pazzi per trovare rifugio nell'ospedale San Benedetto di Pesaro. </p>

<p>Alla conclusione del conflitto la regione probabilmente non comprese subito di aver pagato un tributo di vite umane decisamente alto. </p>

<p>I dati statistici, a tal proposito, parlano di un 90% di maschi adulti marchigiani richiamati alle armi, di questi, più dell'11% non tornerà a casa: 8 famiglie su 10 videro partire almeno un loro caro per i campi di battaglia, e molte non li videro tornare per le ferite, le malattie o le tribolazioni patite in trincea.</p>

<p><br />
<strong>Consigli di lettura</strong><br />
<a href="http://www.ibs.it/code/9788815125170/isnenghi-mario/grande-guerra-1914.html?shop=3898" target="_blank">La grande guerra 1914-1918</a> (Il Mulino, 2008) di <em>Mario Isnenghi, Giorgio Rochat</em>.</p>

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    <title>Società e colera nell&apos;Italia del XIX secolo. L&apos;epidemia di Ancona del 1865-67</title>
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    <published>2009-06-28T13:30:53Z</published>
    <updated>2010-05-04T10:57:17Z</updated>

    <summary>Il XIX secolo fu segnato da numerose e drammatiche epidemie che colpirono un po&apos; tutta Europa, Italia compresa. 

Tra queste, quelle di colera furono senz&apos;altro le più rilevanti non solo per l&apos;impressionante tasso di mortalità mostrato, ma anche per l&apos;interesse senza precedenti che suscitarono presso politici, amministratori, medici, intellettuali.

Questo libro analizza l&apos;impatto sociale che il colera, malattia nuova e strettamente legata alle condizioni economiche ed igieniche della popolazione, ebbe sulla società italiana ottocentesca. 

In particolare, l&apos;attenzione è rivolta al caso specifico di Ancona, che poco dopo essere entrata a far parte del Regno d&apos;Italia, tra il 1865 ed il 1867, fu vittima di una drammatica epidemia, la cui gravità risultò in evidente correlazione con le arretrate condizioni igieniche, sanitarie e culturali delle masse urbane nonché con le inadeguate risposte generalmente fornite dagli amministratori locali e dalla classe medica.</summary>
    <author>
        <name>Dario Sanna</name>
        
    </author>
    
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<p><strong>Autore</strong>: Andrea Pongetti</p>

<p><strong>Prima edizione</strong>: 06/2009</p>

<p><strong>Edizione corrente</strong>: 06/2009</p>

<p><strong>EAN-ISBN</strong>: 9788890387531</p>

<p><strong>Pagine</strong>: 114</p>

<p><strong>Rilegatura</strong>: Filo refe</p>

<p><strong>Dimensioni</strong>: 15x21 cm</p>

<p><strong>Prezzo di copertina</strong>: 12,00 Euro</p>

<p><strong>Collana</strong>: Storia Italiana, n.4</p>

<p><strong>Argomento</strong>: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale</p>

<p><a href="http://books.google.it/books?id=phrHrwJMqD8C&dq=pongetti&source=gbs_navlinks_s" target="_blank"><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="gbs_preview_button1.gif" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/gbs_preview_button1.gif" width="88" height="31" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span></a></p>

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<p><br />
<strong>Descrizione</strong><br />
Il XIX secolo fu segnato da numerose e drammatiche epidemie che colpirono un po' tutta Europa, Italia compresa. </p>

<p>Tra queste, quelle di colera furono senz'altro le più rilevanti non solo per l'impressionante tasso di mortalità mostrato, ma anche per l'interesse senza precedenti che suscitarono presso politici, amministratori, medici, intellettuali.</p>

<p>Questo libro analizza l'impatto sociale che il colera, malattia nuova e strettamente legata alle condizioni economiche ed igieniche della popolazione, ebbe sulla società italiana ottocentesca. </p>

<p>In particolare, l'attenzione è rivolta al caso specifico di Ancona, che poco dopo essere entrata a far parte del Regno d'Italia, tra il 1865 ed il 1867, fu vittima di una drammatica epidemia, la cui gravità risultò in evidente correlazione con le arretrate condizioni igieniche, sanitarie e culturali delle masse urbane nonché con le inadeguate risposte generalmente fornite dagli amministratori locali e dalla classe medica.</p>

<p><br />
<strong>Indice</strong><br />
Introduzione</p>

<p>1. Gli studi sul colera in Italia	</p>

<p>2. La lunga marcia del colera	</p>

<p>2.1. Dal Gange all'Europa	</p>

<p>2.2. L'epidemia del 1835-37 negli Stati italiani	</p>

<p>3. Il colera "italiano" del 1865-67: la grave epidemia di Ancona</p>

<p>3.1. La città dopo l'Unità	</p>

<p>3.2. Le condizioni sanitarie	</p>

<p>3.3. L'epidemia del 1865	</p>

<p>3.4. Il ritorno del colera nel 1866-67: una risposta diversa	</p>

<p>3.5. La gente di fronte all'epidemia	</p>

<p>3.6. Combattere la malattia: i soccorsi e il medico Girolamo Orsi	</p>

<p>Appendice	</p>

<p>Indice analitico	</p>

<p>L'autore	</p>

<p><br />
<strong>Note biografiche</strong><br />
<em>Andrea Pongetti</em> (Senigallia, 1979) è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. </p>

<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="pongettifoto.jpg" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/pongettifoto.jpg" width="120" height="172" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span>Laureatosi in Storia presso l'Università degli Studi di Bologna (2006), lavora da circa tre anni come giornalista freelance presso testate on-line e cartacee, tra le quali "Il Resto del Carlino", occupandosi prevalentemente di cronaca e sport. </p>

<p>Da sempre appassionato di storia e cultura del territorio anconetano, ha collaborato al volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)", pubblicato nel 2008, con il saggio "Giuseppe Chiostergi sul fronte francese".</p>

<p>Questo è il suo primo libro.</p>

<p><br />
<strong>Estratto</strong><br />
<em>1. Gli studi sul colera in Italia</em></p>

<p>Fin dalla sua prima comparsa in Italia, nel 1835, il colera ispirò una grande quantità di studi, a testimonianza dell'impatto che il morbo, nuovo, sconosciuto e misterioso, ebbe su ogni ceto e classe sociale. </p>

<p>Non si trattò infatti solamente di opere a carattere scientifico e divulgativo di medici e studiosi ma anche di una gran mole di trattati, memorie, diari, relazioni e saggi. </p>

<p>A distanza di anni, del colera si continua a parlare sotto diverse angolature, ed il tema è più che mai attuale. </p>

<p>Da questo punto di vista, anche gli storici non hanno mancato di porre attenzione al fenomeno e, soprattutto dagli anni ottanta del secolo appena trascorso, si sono segnalate opere rivelatesi utili a fornirne un quadro globale, di volta in volta ponendo in maggiore evidenza gli aspetti sociali, quelli politici, comportamentali, economici. </p>

<p>Tra i lavori di maggiore rilievo vi è "Le epidemie nella storia demografica italiana (secoli XIV-XIX)", volume realizzato da <em>Lorenzo Del Panta</em> nel 1980 che analizza l'influenza e l'impatto demografico delle gravi epidemie succedutesi sul territorio italiano a partire dal XIV secolo fino al XIX: un discorso in cui entra di conseguenza anche il colera, i cui dati statistici hanno il pregio di unificare quelli rilevati dagli "Annali" di <em>Corradi</em>, dalle opere del chirurgo toscano <em>Pietro Betti</em> e dalle indagini compiute dalla Direzione generale di statistica. </p>

<p><em>Del Panta</em>, con approccio statistico-demografico, studia le crisi di mortalità derivanti dalle grandi epidemie: le molteplici difficoltà causate dalla frequente mancanza di dati annuali dei decessi e la presenza di altri inattendibili o contrastanti tra loro, nonché l'ampia schiera di variabili, comportano inevitabili semplificazioni ma il libro fornisce un quadro complessivo del fenomeno in campo nazionale. </p>

<p>L'autore cerca di legare gli aspetti sociali, politici, economici e biologici compiendo una ricerca principalmente quantitativa che permetta la rilevazione di dati il più possibile veritieri sull'impatto e le conseguenze delle malattie, influenzate dalle reazioni della gente e degli amministratori, dall'incidenza della crisi per classi di età, genere, gruppi di persone e ceti sociali, dalle differenze geografiche e dalla capacità di recupero dei soggetti sopravvissuti. </p>

<p>Coprono circa un ventennio invece i rilevanti contributi, specialmente per quanto riguarda l'analisi sociale del fenomeno colera, di <em>Paolo Sorcinelli</em>. </p>

<p>"Nuove epidemie antiche paure. Uomini e colera nell'Ottocento" e "Uomini ed epidemie nel primo Ottocento: comportamenti, reazioni e paure nello Stato pontificio" si concentrano specificatamente sulle epidemie di colera ottocentesche utilizzando principalmente fonti di archivi privati e parrocchiali in buona parte marchigiani, soprattutto delle province di Ancona e Pesaro. </p>

<p><em>Sorcinelli</em>, storico sociale, pone la propria attenzione in primo luogo sulle reazioni popolari, analizzando gli atteggiamenti emotivi in presenza della malattia (in rapporto alla religione, alla morte, alle strategie familiari e ai comportamenti sessuali) e indagando l'ampia gamma di rimedi utilizzati dalle masse, urbane e rurali. </p>

<p>Dai suoi lavori emergono i dubbi, le paure, i gesti della gente, a volte incerti tra coraggio e spavento, altre ingovernabili, irrazionali, comunque tipici del porsi di fronte allo sconosciuto, al non spiegabile. </p>

<p>"Regimi alimentari, condizioni igieniche, epidemie nelle Marche dell'Ottocento", pur non trattando distintamente il colera ma in generale tutte le epidemie del XIX secolo marchigiano (febbri malariche, tubercolosi, difterite, tifo petecchiale, vaiolo, ecc.), si concentra maggiormente sulle cause delle malattie, evidenziando l'incidenza sulla mortalità complessiva delle masse urbane e rurali rispetto ai ceti abbienti del centro città e delle campagne. </p>

<p>Attraverso l'utilizzo di numerosi bollettini sanitari, <em>Sorcinelli </em>dimostra la maggiore rilevanza di alcune malattie epidemiche in taluni rioni rispetto ad altri, così come la mancanza in questi luoghi di adeguati impianti di fognatura ed acquedotti e l'insalubrità di cibi ed abitazioni: in tal modo collega mortalità epidemica e condizioni di vita e queste ultime al sistema economico in voga, basato su un ampio sfruttamento del lavoro operaio e contadino, con conseguenti gravi carenze dal punto di vista igienico ed alimentare. </p>

<p>L'obiettivo è, come dimostra ancora più chiaramente in "Miseria e malattie nel XIX secolo. I ceti popolari dell'Italia centrale fra tifo petecchiale e pellagra", evidenziare i danni patiti dalle masse urbane e rurali per effetto dell'aumento produttivo nell'agricoltura e del decollo industriale, criticando l'analisi storica precedente che raramente ha studiato le conseguenze sociali di tali cambiamenti tecnologici. </p>

<p>Quest'ottica ha il merito di porre attenzione sulle effettive conseguenze economiche pagate dalla popolazione in seguito allo sviluppo economico che, pur lento e ritardato, interessò anche il territorio marchigiano nel corso del XIX secolo.</p>

<p>Negli anni ottanta viene pubblicato il libro di <em>Paolo Preto</em>, "Epidemia, paura e politica nell'Italia moderna" che, compiendo un'analisi sociale dei comportamenti in tempo di epidemia ed utilizzando fonti che spaziano dai romanzi ai giornali, dai pamphlets agli atti, processi, archivi privati, giudiziari e parrocchiali etc., intravede nella paura (di complotti, di unzioni, di avvelenamenti, di morte) il legame conduttore delle invasioni epidemiche in Italia. </p>

<p><em>Preto </em>così rileva come anche nell'Ottocento, nonostante l'influsso del pensiero illuminista settecentesco, il timore popolare del colera non fosse minore e più controllato rispetto a quello atavico, e assai studiato ancora oggi, della peste. </p>

<p>L'autore non solo fornisce un valido contributo allo studio delle reazioni popolari - muovendosi sulla scia dei lavori compiuti da <em>Sorcinelli </em>- ma indaga anche sui rapporti tra politica e malattia e su come durante le lotte risorgimentali, prima, e sotto il Regno d'Italia, poi, il terrore popolare per la diffusione del colera fosse strumentalizzato a fini politici. </p>

<p><em>Preto </em>porta come testimonianza una miriade di esempi, citando fatti svoltisi principalmente nel Mezzogiorno (ma non solo) che videro coinvolti i gruppi conservatori e quelli liberali, senza dimenticare le strumentalizzazioni in funzione antisabauda da parte di resistenti borbonici all'indomani dell'Unità. </p>

<p>L'autore evidenzia la continuità di queste reazioni lungo tutto il secolo, rilevando una netta discrepanza tra i progressi nel campo della medicina ed i miglioramenti igienici e curativi compiuti, pur a lenti passi, nel corso dei decenni, e l'assenza di sostanziali variazioni nelle reazioni popolari, ancora dominate da convinzioni e pregiudizi secolari (come la credenza nel "colera veleno", usato secondo alcune frange popolari dai ricchi per sterminare le classi povere troppo accresciute di numero).</p>

<p>L'importante opera di <em>Giorgio Cosmacini</em>, "Storia della medicina e della sanità in Italia. Dalla peste europea alla guerra mondiale. 1348-1918", concentra la propria attenzione non tanto sulle reazioni popolari quanto sul percorso compiuto dalla medicina italiana e dalle sue strutture in rapporto sia al dispiegarsi delle malattie sia alle scoperte in campo internazionale. </p>

<p>Benché sia uno storico della medicina, l'autore non considera salute e malattia come eventi semplicemente biologici ma pure sociali. </p>

<p>Con una prospettiva che è la medesima di questo volume, <em>Cosmacini </em>ricorda che studiare una malattia non significa solo ricostruire le scoperte medico-scientifiche riferite ad essa ma anche osservare e spiegare le relazioni che la legano alla società, alla cultura del popolo, alle mentalità, alle tecnologie, alle istituzioni. </p>

<p>L'autore cerca, di conseguenza, di mediare tra opere troppo sbilanciate nell'analisi medico-biologica, col rischio di disgiungere la medicina dal resto della società come se ne fosse autonoma, e le interpretazioni che privilegiano esageratamente l'analisi economica-sociale di un'epidemia. </p>

<p>Specialmente nella sezione del volume riservata al colera, il libro di <em>Cosmacini </em>si rivela fondamentale per lo studio del lungo, e a tratti anche dialetticamente duro, dibattito nazionale tra scuole mediche ("epidemisti"-"contagionisti", "rosoriani"-"brownisti") e nell'attenzione al rivoluzionario processo che, pur lentamente, quantomeno in Italia, consentì nella seconda metà dell'Ottocento il passaggio da una medicina descrittiva e ancora influenzata da ingerenze spiritualiste e metafisiche ad una che cominciava a sposare con decisione il metodo sperimentale. </p>

<p>Gli ultimi anni hanno fatto registrare l'uscita di un nuovo importante contributo che si è dimostrato utile per aggiornare gli studi sul colera in campo nazionale. </p>

<p>Il libro di <em>Eugenia Tognotti</em> "Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia" fornisce un quadro completo, anche statisticamente, delle sette pandemie di colera italiane succedutesi nel XIX secolo, inserendosi nel filone di indagine compiuto precedentemente da storici come <em>Anna Lucia Forti Messina</em>. </p>

<p>Attraverso l'analisi di un'ampia quantità di fonti (memorie, atti parlamentari, quadri statistici, documenti di sanità pubblica e ministeriali, trattati medici, etc.) e con attenzione particolare alla grave epidemia di Sassari del 1855, <em>Tognotti </em>riassume minuziosamente quasi cento anni di infezioni coleriche sul suolo nazionale, richiamando alla memoria il lungo viaggio compiuto dalla malattia dalla fuoriuscita dalle regioni indiane, nel 1817, fino all'epidemia del 1893, l'ultima a colpire l'Italia nell'Ottocento, anche se non l'ultima in assoluto (ve ne fu una localizzata anche nel 1910-11). </p>

<p>Inoltre si sofferma sul lungo dibattito medico-politico tra "epidemisti" e "contagionisti", che divise il mondo medico alla prima comparsa del morbo, e sui rimedi curativi utilizzati dalle due scuole, spesso in forte contrasto tra loro. </p>

<p>Ancora, <em>Tognotti </em>analizza le conseguenze economiche e sociali delle epidemie coleriche, tracciando una relazione tra le politiche commerciali e amministrative degli Stati preunitari prima, e dell'Italia poi, e le precauzioni prese in tempo di contagio; inoltre indaga - sulla scia dei lavori di <em>Preto </em>e <em>Sorcinelli </em>- la molteplicità di reazioni e comportamenti di massa. </p>

<p>L'autore, con un'impostazione qui condivisa, intravede nei primi anni del secondo Ottocento una timida svolta nella comprensione della malattia, sia da parte del mondo medico sia da parte dello Stato, che una volta unificato cercò, senza troppa convinzione, di arrestare con misure cautelative la continua diffusione delle diverse malattie epidemiche. </p>

<p>Su questo punto l'autrice insiste particolarmente, mettendo in risalto il ruolo di stimolo svolto dal colera ai fini di un dibattito sull'arretratezza igienica-sanitaria del paese, confronto da cui sarebbero emersi, soprattutto negli ultimi anni del secolo, importanti cambiamenti nell'organizzazione sanitaria nazionale.</p>

<p>Gli studi citati rappresentano solo una parte dei molteplici compiuti in Italia, ma appaiono come quelli più completi ed in grado di fornire un quadro il più possibile equilibrato e credibile sulle epidemie che colpirono la penisola.</p>

<p> Diverso è il giudizio per un'altra opera che negli anni ha contribuito notevolmente ad alimentare il dibattito storico, quella di <em>William McNeill</em> "La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall'antichità all'età contemporanea". </p>

<p>L'opera si propone di studiare ed approfondire l'influenza delle grandi epidemie sui più importanti eventi storici, mostrandone la capacità di deformarli ed incanalarli su binari imprevedibili. </p>

<p>Criticando con fermezza la carenza di attenzioni che gli storici hanno dedicato a tali tematiche, specialmente prima dell'Ottocento, <em>McNeill </em>inserisce il succedersi delle epidemie infettive nell'ambito dell'interpretazione dei fatti storici, spiegando col loro intervento (specie quando queste agivano su popolazioni prive di immunità e conseguentemente colpite da una mortalità più elevata) eventi del passato apparentemente non giustificabili. </p>

<p>Quella di <em>McNeill </em>sembra, come gli è stato più volte rimproverato, una storia del «microbo senza l'uomo», in cui i flagelli epidemici appaiono determinare fin troppo eventi storici antichi e recenti, senza che l'autore riesca poi a fornire prove che vadano oltre semplici congetture, più volte forzate. </p>

<p>Si tratta, tuttavia, proprio per questi aspetti, nonché per uno studio che ha come oggetto la storia della malattia in buona parte dell'Europa, di un'opera rivoluzionaria e che in tal senso ha avuto il merito di fare uscire il dibattito attorno al colera dai binari localistici. </p>

<p>Al di là di pregi, critiche ed imprecisioni, la discreta quantità di studi apparsi negli ultimi anni dimostra come il colera, pur essendo una malattia ormai scomparsa da decenni nei paesi sviluppati, continui ancora a raccogliere interesse fra storici e studiosi di varia formazione, con pubblicazioni che analizzano il fenomeno dando rilievo di volta in volta ad aspetti diversi o cercando, come nel caso del lavoro di <em>Tognotti</em>, di fornire un'interpretazione il più possibile completa ed approfondita, anche a livello statistico. </p>

<p>In questo quadro intende inserirsi questo contributo che ha l'obiettivo di studiare, specificatamente per il caso di Ancona, i vari aspetti della malattia, con una netta rilevanza comunque, rispetto a quelli biologici, per quelli economici, comportamentali, emotivi, in modo da comprendere attraverso la conoscenza dell'epidemia anconetana alcune caratteristiche della società cittadina dell'epoca.</p>

<p><br />
<strong>Consigli di lettura</strong><br />
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</p>]]>
        
    </content>
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<entry>
    <title>Una città in guerra. Senigallia 1943 - 1944</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.saggistica.info/libri/archivio/2009/06/una-citta-in-guerra.html" />
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    <published>2009-06-08T16:21:30Z</published>
    <updated>2010-05-04T10:57:57Z</updated>

    <summary>L&apos;oggetto di questo lavoro è il passaggio del fronte a Senigallia durante la seconda guerra mondiale culminato con la battaglia del Cesano (9 agosto 1944) nella quale le truppe tedesche in ripiegamento verso la linea Gotica furono sconfitte dal 2° Corpo d&apos;armata polacco. 

L&apos;arrivo della guerra mutò radicalmente la vita cittadina sul piano politico, sociale e militare: la questione dei profughi, la carenza di approvvigionamento e la penuria di generi alimentari, unite alla occupazione tedesca, alla condizione della comunità ebraica locale e all&apos;attività antifascista e resistenziale, fecero sentire in maniera pressante la propria morsa. 

Alcuni documenti rinvenuti nell&apos;Archivio storico comunale gettano nuova luce sulla presenza presso la Colonia Unes di internati ebrei e slavi, questione che ha animato di recente un vivace confronto tra studiosi, politici e amministratori ed è stata ripresa dalla stampa locale e nazionale. 

Un&apos;appendice costituita da un&apos;essenziale cronologia dei bombardamenti sulla città e da un&apos;inedita cronaca sulla battaglia del Cesano scritta da un ufficiale polacco, concludono l&apos;opera.</summary>
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        <name>Dario Sanna</name>
        
    </author>
    
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        <category term="Storia contemporanea" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
        <category term="Storia italiana" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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        <category term="Storia militare" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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        <![CDATA[<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><a href="http://www.saggistica.info/libri/immagini/9788890387524_copertina.html" onclick="window.open('http://www.saggistica.info/libri/immagini/9788890387524_copertina.html','popup','width=432,height=600,scrollbars=no,resizable=no,toolbar=no,directories=no,location=no,menubar=no,status=no,left=0,top=0'); return false"><img src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/9788890387524_copertina-thumb-200x277.jpg" width="200" height="277" alt="9788890387524_copertina.jpg" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></a></span></p>

<p><strong>Autore</strong>: Gilberto Volpini</p>

<p><strong>Prima edizione</strong>: 06/2009</p>

<p><strong>Edizione corrente</strong>: 06/2009</p>

<p><strong>EAN-ISBN</strong>: 9788890387524</p>

<p><strong>Pagine</strong>: 148</p>

<p><strong>Rilegatura</strong>: Filo refe</p>

<p><strong>Dimensioni</strong>: 15x21 cm</p>

<p><strong>Prezzo di copertina</strong>: 14,00 Euro</p>

<p><strong>Collana</strong>: Storia Italiana, n.3</p>

<p><strong>Argomento</strong>: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storia militare</p>

<p><a href="http://books.google.it/books?id=qM0PCyew3KYC&source=gbs_navlinks_s" target="_blank"><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="gbs_preview_button1.gif" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/gbs_preview_button1.gif" width="88" height="31" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span></a></p>

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<p><br />
<strong>Descrizione</strong><br />
L'oggetto di questo lavoro è il passaggio del fronte a Senigallia durante la seconda guerra mondiale culminato con la battaglia del Cesano (9 agosto 1944) nella quale le truppe tedesche in ripiegamento verso la linea Gotica furono sconfitte dal 2° Corpo d'armata polacco. </p>

<p>L'arrivo della guerra mutò radicalmente la vita cittadina sul piano politico, sociale e militare: la questione dei profughi, la carenza di approvvigionamento e la penuria di generi alimentari, unite alla occupazione tedesca, alla condizione della comunità ebraica locale e all'attività antifascista e resistenziale, fecero sentire in maniera pressante la propria morsa. </p>

<p>Alcuni documenti rinvenuti nell'Archivio storico comunale gettano nuova luce sulla presenza presso la Colonia Unes di internati ebrei e slavi, questione che ha animato di recente un vivace confronto tra studiosi, politici e amministratori ed è stata ripresa dalla stampa locale e nazionale. </p>

<p>Un'appendice costituita da un'essenziale cronologia dei bombardamenti sulla città e da un'inedita cronaca sulla battaglia del Cesano scritta da un ufficiale polacco, concludono l'opera. </p>

<p><br />
<strong>Indice</strong><br />
Introduzione	</p>

<p>1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione	</p>

<p>2. Gli sfollati a Senigallia	</p>

<p>3. L'occupazione tedesca a Senigallia	</p>

<p>4. Gli ebrei a Senigallia	</p>

<p>5. L'antifascismo e la resistenza a Senigallia	</p>

<p>6. La battaglia del Cesano: il fronte a Scapezzano e Roncitelli e la storia del 2° Corpo d'armata polacco	</p>

<p>7. Dopoguerra	</p>

<p>Appendice documentaria</p>

<p>A. Cronaca di un ufficiale polacco	</p>

<p>B. Alcuni militari polacchi	</p>

<p>C. Cronaca dei bombardamenti	</p>

<p>Indice analitico	</p>

<p>L'autore	</p>

<p><br />
<strong>Note biografiche</strong><br />
<em>Gilberto Volpini</em> è nato a Senigallia il 9 gennaio 1951.  </p>

<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="volpini120.jpg" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/volpini120.jpg" width="120" height="165" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span>Impiegato e archivista presso la Biblioteca "Antonelliana" di Senigallia (An), ha pubblicato alcuni lavori di storia politica e sociale sull'età contemporanea, tra cui "Scapezzano. Storia di una comunità" (2000) e "L'iconografia della guerra" in "Le Marche e la Grande guerra" (2008).</p>

<p>È socio del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.</p>

<p><br />
<strong>Estratto</strong><br />
<em>1. Senigallia dal 1943 alla Liberazione</em></p>

<p>La città di Senigallia nel 1943 viveva come l'Italia intera una situazione molto difficile. </p>

<p>Tre anni di guerra avevano prostrato la nazione sotto il profilo economico e sociale e la città adriatica non si sottraeva a questa triste situazione, anzi la scontava maggiormente in virtù di un insieme di eventi. </p>

<p>Nel gennaio di quell'anno tutte le traversie che questa stava vivendo erano destinate a sopirsi per un certo periodo: Senigallia era in procinto di diventare il set cinematografico del film "La prigione", tratto dal romanzo dello scrittore senigalliese <em>Mario Puccini</em>. </p>

<p>Questi si era trasferito a Roma da diversi anni, anche se manteneva profondi legami con la città natale, dove possedeva un villino. </p>

<p>Nel 1939 era stato uno dei candidati alla nomina di Accademico d'Italia, che era stata caldeggiata dal podestà <em>Allegrezza </em>e dal ministro di cambi e valute onorevole <em>Riccardi</em>, nato a Mosca da madre russa e da padre senigalliese.</p>

<p>Nel gennaio 1943, <em>Puccini </em>ebbe uno scambio epistolare con Allegrezza. Innanzitutto, lo informò dell'arrivo in città del regista <em>Cerio Ferruccio</em>, per visionare i luoghi di ambientazione del film; in seguito lo ringraziò per l'assistenza fornita al <em>Ferruccio </em>e gli comunicò la probabile visita in città ed al set cinematografico del ministro della cultura <em>Pavolini</em>, che era molto interessato a quella produzione. </p>

<p>In una cartolina postale spedita nel febbraio, lo scrittore senigalliese informò il podestà del suo arrivo e che le riprese del film sarebbero iniziate il 22 o il 25 febbraio; che il cast era di prima qualità e che doveva prendere accordi con l'Unes per la fornitura di almeno 5 Kw di energia elettrica. </p>

<p>Peraltro, questo si rivelò un simpatico avvenimento che non andò assolutamente a modificare la deprimente condizione generale. </p>

<p>La situazione economica della città era già precaria prima dell'inizio della guerra, il numero di disoccupati era molto elevato, la spinta economica del periodo della ricostruzione dopo il terremoto del 1930 si era esaurita, per cui erano necessari, per risolvere i problemi della mancanza del lavoro, cospicui investimenti nell'industria. </p>

<p>La fabbrica dei lini, che nel periodo alto della lavorazione occupava oltre 700 addetti, era attiva da pochi anni ed aveva cessato la produzione. </p>

<p>Al 30 giugno 1943, risultavano impiegati nelle aziende private senigalliesi, secondo una statistica del Comune, 161 addetti nella fabbrica dei cementi e 87 persone nella ditta Cerere che costruiva macchine per l'agricoltura; vi era poi il cantiere della ditta S.C.I.C. che, impegnato nella costruzione di una fabbrica per la lavorazione delle carni (dove attualmente si trova il Centro Recuperi della Polizia di Stato), dava lavoro a 400 unità lavorative. </p>

<p>Vi erano poi in città alcune ditte edili artigiane e compagnie di facchini che occupavano alcune decine di persone. </p>

<p>Queste modeste attività industriali, insieme all'artigianato sempre più in crisi per la mancanza di denaro ed all'agricoltura, erano le uniche fonti di reddito per sostenere la popolazione, che stentava a mettere insieme pranzo e cena sia per la scarsità dei prodotti sia per il loro elevato prezzo. </p>

<p>Nei tre anni di guerra i prezzi dei prodotti alimentari, benché calmierati, avevano subito aumenti vertiginosi; prodotti di prima necessità come carne, latte, pane, lardo, burro, pasta e zucchero erano cresciuti di prezzo in una percentuale del 200%. </p>

<p>Nella stesso periodo di belligeranza i salari degli operai avevano avuto un incremento del 40-50 %. </p>

<p>Nel mercato ufficiale, i prezzi erano elevati e la merce insufficiente cosicché si era creato un mercato parallelo (la borsa nera), dove i prodotti alimentari e voluttuari subivano a confronto dei prezzi calmierati, già abbastanza alti per le tasche dei meno abbienti, aumenti esponenziali. </p>

<p>Basta confrontare i prezzi della borsa nera a con quelli ufficiali posti tra parentesi: la farina L. 30-40 (2), olio 150-200 (13-14), carne 150 (10-12) e così via dai legumi fino all'oro e l'argento. </p>

<p>Oltre alla mancanza di cibo vi era anche la carenza di carbone e legna per cuocerlo ed anche l'olio combustibile per il riscaldamento. </p>

<p>La legna nell'agosto del 1943 era molto cara, variando da L. 48 a L. 56 al q., mentre il carbone costava L. 1,75 al Kg. </p>

<p>A causa dei prezzi alti e della scarsità dei prodotti per il riscaldamento, l'inverno del 1943/44 si presentava duro e difficile.</p>

<p>Visto lo scarso raccolte delle olive dovuto alla grave siccità dell'estate '43, per evitare imboscamenti dell'olio di oliva, il 22 novembre il dott. <em>B. Pilato</em>, ispettore del ministero dell'Agricoltura, emise un'ordinanza nella quale obbligava l'Amministrazione comunale a vigilare sulla molitura delle olive, che doveva essere fatta solo in 4 frantoi (quelli di <em>Enrico Cavallari</em>, <em>Giacomo Crivellini</em>, <em>Teresa Durazzi</em> e <em>Italiano Spinaci</em>). </p>

<p>Gli altri frantoi presenti nel territorio comunale dovevano restare chiusi con i macchinari sigillati.</p>

<p>La città doveva far fronte non solo ai problemi interni, che riguardavano i suoi abitanti, ma anche a quello delle centinaia di profughi che nel corso dell'anno arrivarono in città, ai quali l'Amministrazione comunale doveva dare una sistemazione decente. </p>

<p>Furono inoltre attrezzati alcuni ospedali militari, per l'assistenza dei militari feriti al fronte. </p>

<p>Questi erano così predisposti: Caserma Avogadro per 400 degenti; Colonia Ferrovieri 220; Colonia Maria Pia di Savoia 276; Colonia Umberto di Savoia 178; Ospedale Civile e Orfanotrofio Femminile 308; Collegio Pio IX 200. </p>

<p>Il primo treno di militari e feriti provenienti dai fronti di guerra arrivò a Senigallia il 24 dicembre 1940. </p>

<p>Questi treni carichi di ammalati venivano accolti, inizialmente, dalle autorità civili e militari e dalla popolazione, che dimostrava grande affetto per queste sfortunate persone; in seguito, divenuti gli arrivi più frequenti, la gente cominciò a comprendere la drammaticità della guerra e il segretario del P.N.F., per evitare problemi, ordinò alla forza pubblica di vietare ai borghesi di assistere allo scarico dei feriti dai treni. </p>

<p>La popolazione della città affrontò tutte queste difficoltà nella calma più assoluta: il regime controllava con discrezione la vita sociale ed economica, la guerra non aveva ancora toccato in maniera tangibile Senigallia, tutto era pronto per eventuali attacchi aerei. </p>

<p>Fin dal 1941 erano stati individuati nei sotterranei dei conventi del Carmine e di S. Martino, in quelli del palazzo ex Marcolini e nella Rocca roveresca, le sedi dei rifugi pubblici antiaerei, dove la popolazione civile poteva ripararsi dalle eventuali incursioni. </p>

<p>La custodia e la manutenzione dei rifugi fu affidata ai religiosi e alle religiose che vi risiedevano, mentre quello della Rocca fu affidata al custode, sig. <em>Zingaretti</em>. </p>

<p>Questi dovevano provvedere all'approvvigionamento di acqua potabile, curare la conservazione dei medicinali e dei vari attrezzi da lavoro che potevano essere utilizzati in caso di bisogno (pale, picconi, ecc.); inoltre dovevano tenere in efficienza i lumini ad olio, da usare in mancanza dell'energia elettrica. </p>

<p>Il 21 maggio 1943 il podestà <em>Allegrezza</em>, inviò al ministero degli Interni - Direzione Genera-le Servizi per la protezione antiaerea - una richiesta di finanziamento di nuovi rifugi per la popolazione civile. </p>

<p>La lettera di risposta del ministero fu negativa per le difficoltà di reperire materiale e manodopera anche perché, secondo le previsioni, Senigallia non era un obiettivo strategico e l'interesse andava di preferenza per località maggiormente esposte al pericolo.</p>

<p>Il Comando del presidio militare di Senigallia, preoccupato per probabili azioni nemiche in particolari emergenze, inviò il 12 luglio a tutti gli enti del presidio delle direttive molto rigide alle quali tutti i comandati dovevano attenersi. </p>

<p>Queste emergenze riguardavano i bombardamenti aerei, le incursioni di paracadutisti ed azioni di ordine pubblico. </p>

<p>Riguardo il lancio di paracadutisti doveva venire informato immediatamente il Comando del presidio che avrebbe attuato un piano prevedente il coinvolgimento di tutte le forze militari poste sul territorio comunale, compresa la Milizia. </p>

<p>Vi era da parte dell'autorità un certo timore per il mantenimento dell'ordine pubblico: la carenza di beni, infatti, avrebbero potuto generare del malcontento e creare seri problemi al regime; di qui la procedura di sciogliere immediatamente assembramenti di persone in atteggiamento sospetto o aperte manifestazioni di qualsiasi natura. </p>

<p>I militari del 94° Fanteria dovevano garantire le evenienze, si trovavano in continuo stato di allerta, armati e pronti anche durante la libera uscita: in caso di partenza da Senigallia, il Battaglione doveva lasciare a disposizione un ufficiale, sette graduati e trenta militari di truppa.</p>

<p>Tra i forti disagi della popolazione e le preoccupazioni delle autorità militari e civili per la grave situazione che si stava delineando in Italia, si avvicinava la fatidica data del 25 luglio 1943, che mutò radicalmente la sorte del paese.</p>

<p>La notizia dell'arresto di <em>Mussolini </em>arrivò a Senigallia in un frangente delicato: la città stava vivendo un momento di grave difficoltà proprio perché in quei giorni erano giunti da Roma, dopo il bombardamento del 19 luglio, decine di sfollati, la cui assistenza costituiva un grosso problema. </p>

<p>Gli avvenimenti nazionali non coinvolsero più di tanto la popolazione cittadina, non si verificarono momenti di tensione e tutto rimase nella normalità. </p>

<p>Nei giorni successivi al 25 luglio si riunì il primo Comitato antifascista formato, pare, da <em>Fratti Calamosca</em>, <em>Palamede Giunchedi</em>, <em>Enrico Gramaccioni</em>, <em>Oberdan Magnani</em>, <em>Alberto Zavatti</em>; secondo il <em>Monti Guarnieri</em> la loro attività fu di breve durata.</p>

<p>Il podestà <em>Allegrezza </em>rimase a capo dell'Amministrazione comunale e continuò a deliberare fino al 13 agosto 1943, come risulta dagli atti ufficiali del Comune; questo dimostra che non ci furono grandi forzature ed eccessiva premura di cancellare le istituzioni fasciste. </p>

<p>In data 11 agosto 1943 il prefetto della provincia di Ancona, dott. <em>Sacchetti </em>, nominò il consigliere di prefettura, avvocato <em>Mario Niccolini</em>, commissario ed incaricato della temporanea amministrazione del Comune di Senigallia in luogo del podestà <em>Aldo Allegrezza</em>, richiamato alle armi.</p>

<p>La nomina del <em>Niccolini </em>a commissario prefettizio per Senigallia avvenne con decreto del prefetto <em>Sacchetti </em>dell'11 agosto 1943: il compenso consisteva in una diaria di 90 lire giornaliere lorde, oltre al rimborso delle spese. </p>

<p>Fu protocollato alla segreteria del Comune il 17 agosto, mentre il 19 furono emessi i primi atti amministrativi che riguardavano la defascistizzazione delle istituzioni, come prevedeva la politica del nuovo governo.</p>

<p>Tornando indietro di qualche settimana, all'inizio del governo <em>Badoglio</em>, erano già arrivate al podestà alcune direttive riguardanti la cancellazione delle scritte di propaganda del regime fascista. </p>

<p>Il lavoro di cancellazione fu affidato dall'ingegnere comunale <em>Manganelli </em>ad un funzionario comunale, che facendo le veci del podestà, ordinò ad alcuni operai di eseguire il lavoro durante le ore notturne. </p>

<p>Fu così richiesto al Comando del presidio militare ed al comandante dei Carabinieri il permesso di circolazione notturna per sei lavoratori.</p>

<p><br />
<strong>Consigli di lettura</strong><br />
<a href="http://www.ibs.it/code/9788842088769/patricelli-marco/italia-sotto-bombe.html?shop=3898" target="_blank">L' Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-1945</a> (Laterza, 2009) di <em>Marco Patricelli</em>.</p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788842071082/baris-tommaso/tra-due-fuochi.html?shop=3898" target="_blank">Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav</a> (Laterza, 2004) di <em>Tommaso Baris</em>.</p>

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<strong>Una città in guerra. Senigallia 1943 - 1944 <em>di Gilberto Volpini</em>, Edizioni Codex, 14,00 Euro</strong>

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    </content>
</entry>

<entry>
    <title>La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula</title>
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    <published>2009-05-29T10:12:23Z</published>
    <updated>2010-04-23T21:08:58Z</updated>

    <summary>Il libro analizza dal punto di vista legislativo e sociale i turbolenti anni che seguirono la costituzione del nuovo Stato italiano.

Vengono prese in esame in particolar modo le disposizioni che riguardarono più da vicino il mondo religioso e che stabilirono, con la legge del 7 luglio 1866 e quella del 15 agosto 1867, la definitiva soppressione di molte congregazioni religiose, la conseguente cessione allo Stato di tutte le relative proprietà e la dispersione dei religiosi che vi vivevano.

Partendo dalla realtà nazionale italiana e passando attraverso la peculiarità marchigiana viene proposto il caso di Pausula (l&apos;attuale Corridonia), una piccola città della provincia di Macerata in cui il passaggio epocale dal regime papalino a quello laico ebbe una forte ripercussione sui principali aspetti civili, sociali ed affettivi della vita dei suoi abitanti.</summary>
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        <name>Dario Sanna</name>
        
    </author>
    
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<p><strong>Autore</strong>: Emanuela Sansoni</p>

<p><strong>Prima edizione</strong>: 05/2009</p>

<p><strong>Edizione corrente</strong>: 05/2009</p>

<p><strong>EAN-ISBN</strong>: 9788890387517</p>

<p><strong>Pagine</strong>: 112</p>

<p><strong>Rilegatura</strong>: Filo refe</p>

<p><strong>Dimensioni</strong>: 15x21 cm</p>

<p><strong>Prezzo di copertina</strong>: 12,00 Euro</p>

<p><strong>Collana</strong>: Storia Italiana, n.2</p>

<p><strong>Argomento</strong>: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale</p>

<p><a href="http://books.google.it/books?id=AD0dfxmIqFQC&source=gbs_navlinks_s" target="_blank"><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="gbs_preview_button1.gif" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/gbs_preview_button1.gif" width="88" height="31" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span></a></p>

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<p><br />
<strong>Descrizione</strong><br />
Il libro analizza dal punto di vista legislativo e sociale i turbolenti anni che seguirono la costituzione del nuovo Stato italiano.</p>

<p>Vengono prese in esame in particolar modo le disposizioni che riguardarono più da vicino il mondo religioso e che stabilirono, con la legge del 7 luglio 1866 e quella del 15 agosto 1867, la definitiva soppressione di molte congregazioni religiose, la conseguente cessione allo Stato di tutte le relative proprietà e la dispersione dei religiosi che vi vivevano.</p>

<p>Partendo dalla realtà nazionale italiana e passando attraverso la peculiarità marchigiana viene proposto il caso di Pausula (l'attuale Corridonia), una piccola città della provincia di Macerata in cui il passaggio epocale dal regime papalino a quello laico ebbe una forte ripercussione sui principali aspetti civili, sociali ed affettivi della vita dei suoi abitanti.</p>

<p><br />
<strong>Indice</strong><br />
Introduzione	</p>

<p>1. La Situazione delle Marche dall'Unità al 1867	</p>

<p>2. La legislazione del Regno d'Italia dal 1860 al 1864	</p>

<p>3. La legge n. 3036 del 7 luglio 1866	</p>

<p>4. La legge n. 3848 del 15 agosto 1867	</p>

<p>5. La situazione legislativa nella provincia di Macerata	</p>

<p>6. Le conseguenze delle leggi di soppressione a Pausula	</p>

<p>7. L'ordine dei minori conventuali	</p>

<p>8. Le clarisse di San Giovanni Battista	</p>

<p>9. L'ordine dei minori osservanti	</p>

<p>10. L'ordine dei cappuccini	</p>

<p>11. La reazione della Chiesa	</p>

<p>Indice analitico	</p>

<p>L'autrice	</p>

<p><br />
<strong>Note biografiche</strong><br />
<em>Emauela Sansoni</em> è nata a Velletri il 2 dicembre 1975. </p>

<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="sansoni10.jpg" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/sansoni10.jpg" width="120" height="145" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span>Si è laureata nel 2003 in Lingue e Letterature straniere moderne presso l'Università di Macerata, con una tesi in lingua e letteratura tedesca. </p>

<p>Dopo il periodo universitario ha compiuto un periodo di studi presso la Friedrich Universität di Jena. </p>

<p>Nel 2008 ha conseguito la Laurea in Lettere, laureandosi con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea. </p>

<p>Attualmente vive e lavora a Corridonia. </p>

<p>È autrice del saggio <em>L'attività delle Giunte e dei Consigli comunali a Macerata nel 1860-1861 </em> in <a href="http://www.saggistica.info/libri/archivio/2010/03/macerata-e-lunita-ditalia.html">Macerata e l'Unità d'Italia</a> (Codex, 2010).</p>

<p><br />
<strong>Estratto</strong><br />
<em>1. La Situazione delle Marche dall'Unità al 1867</em></p>

<p>La questione della soppressione delle corporazioni religiose suscitò numerosi ed accesi dibattiti che divisero tanto l'opinione pubblica quanto il Parlamento. </p>

<p>Da una parte si collocava chi in senso anticlericale voleva annullare il potere della Chiesa, dall'altra una visione più conciliatrice sosteneva la necessità di riconoscere al clero un'importanza reale all'interno della società italiana. </p>

<p>La storiografia degli ultimi trent'anni ha studiato queste due linee di pensiero dal punto di vista religioso, culturale, istituzionale e sociale riuscendo in questo modo ad offrire una chiara visione della situazione a livello nazionale. </p>

<p>Per quanto riguarda l'ambito marchigiano, le pubblicazioni hanno prediletto, nella trattazione, le tematiche preunitarie. </p>

<p>Come spesso accade, il clamore e in qualche modo il fascino della lotta armata hanno nascosto la reale portata del processo di integrazione della regione nell'Italia unita, processo che al momento della conquista militare, era ancora tutto da avviare. </p>

<p>Eppure, dopo le tante parole dedicate a quei pochi momenti di scontro tra l'esercito piemontese e quello pontificio, il silenzio. </p>

<p>Del periodo immediatamente successivo la battaglia di Castelfidardo, con cui le Marche furono annesse al Regno di Sardegna e poi a quello d'Italia, solo pochi hanno scritto. </p>

<p>Tra questi testi ce ne sono, però, alcuni che descrivono in maniera approfondita e sotto diversi punti di vista quel momento di fondamentale importanza che fu il periodo postunitario. </p>

<p>Uno dei primi autori che si sono interessati a questo periodo storico è <em>Michele Polverari</em> che, con il suo scritto "Lo stato liberale nelle Marche: il commissario Valerio" (1978), ha analizzato in maniera approfondita l'opera svolta da <em>Lorenzo Valerio</em> durante il 1861, anno in cui quegli si trovò per quattro mesi nelle Marche. </p>

<p>L'autore affronta, percorrendo in dettaglio le decisioni prese dal regio commissario inviato ad operare in nome di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Emanuele_II" target="_blank" class="snap_shots">Vittorio Emanuele II</a></em>, uno studio dell'economia, della società e delle istituzioni della regione, riuscendo a fotografare bene soprattutto quelli che furono i momenti immediatamente posteriori all'annessione. </p>

<p>Di taglio più documentaristico e supportato da un notevole studio d'archivio è il saggio di <em>Francesco Avarucci</em> (1979), "Documentazione archivistica sulla soppressione degli ordini religiosi in provincia di Macerata dopo l'annessione" contenuto nel volume "Aspetti della cultura e della società nel Maceratese dal 1860 al 1915": l'autore ha proposto vari dati statistici che hanno mostrato la portata del cambiamento successivo ai decreti eversivi. </p>

<p>Di quasi dieci anni dopo è l'intervento (1987) di <em>Paola Magnarelli</em> all'interno della collana Einaudi "Le regioni d'Italia", in cui l'attenzione è rivolta prevalentemente alla società marchigiana e alla svolta epocale che comportò per la regione il passaggio dallo Stato pontificio al Regno d'Italia. </p>

<p>Benché in questo testo le soppressioni siano pressoché accennate, esso risulta fondamentale per la comprensione degli aspetti sociali, economici e religiosi delle Marche in età liberale. </p>

<p>La sua lettura, quindi, è da ritenersi necessaria soprattutto per il formarsi di una visione d'insieme dell'ambiente su cui le leggi di soppressione andarono ad agire. </p>

<p>Preponderante per lo studio delle soppressioni a livello marchigiano è, invece, il testo del 1997 di <em>Antonella Gioli</em>: "Monumenti e oggetti d'arte nel Regno d'Italia: il patrimonio artistico degli enti religiosi soppressi tra riuso, tutela e dispersione; inventario dei beni delle corporazioni religiose".</p>

<p>In esso l'autrice prima rivisita il dibattito parlamentare che portò all'emanazione delle due leggi, poi sviluppa uno studio preciso e puntuale delle conseguenze che i provvedimenti ebbero soprattutto sui monumenti; il libro, infatti, più che un taglio storico-cronologico propone un'ampia visione architettonico-artistica, in cui risulta prevalente la trattazione dei grandi dissesti che le due disposizioni legislative provocarono. </p>

<p>In modo particolare l'autrice riflette sulla forte incertezza che si creò all'interno della regione per quanto riguarda la riorganizzazione delle proprietà degli ordini soppressi: indecisione che provocò spesso la perdita di opere d'arte di grande valore, nonché l'abbandono di imponenti edifici; il testo offre inoltre una visione delle vicende che colpirono i beni artistici ed architettonici, affidandosi a numerosi esempi che vanno a toccare moltissimi luoghi marchigiani. </p>

<p>Un altro scritto sicuramente importante è quello di <em>Mauro Compagnucci</em>, "Le conseguenze urbanistiche delle soppressioni civili degli ordini religiosi attuate nella provincia di Macerata nel corso del 19° secolo" (2002). </p>

<p>Qui l'attenzione è posta sull'attaccamento che la popolazione mostrava nei confronti dei sacerdoti; l'autore concentra la sua analisi su tutte le conseguenze civili e sociali che le leggi ebbero. </p>

<p>All'indagine sulle leggi e sulla società marchigiana mancava, a questo punto, uno studio che analizzasse in maniera approfondita la politica postunitaria della regione: mancanza supplita dal lavoro di <em>Marco Severini</em> <a href="http://www.ibs.it/code/9788873260042/severini-marco/protagonisti-e-controfigure-i.html?shop=3898" target="_blank">Protagonisti e controfigure</a> (2002), in cui viene scandagliata minuziosamente la storia politico-elettorale dell'Italia liberale, delineando le caratteristiche di fondo dei deputati e degli elettori marchigiani; la lettura di questa ampia ricerca risulta fondamentale anche per avere una visione che contestualizza le Marche nel più largo quadro nazionale.</p>

<p>Il periodo immediatamente successivo all'annessione d'Italia fu un momento di fondamentale importanza. </p>

<p>Una volta conquistati i territori, infatti, il nuovo Regno rimaneva ancora tutto da fare e organizzare. </p>

<p>Occorreva, innanzitutto, operare un modellamento delle diverse legislature allora vigenti sulla base di quella piemontese. </p>

<p>Ciò provocò un vero e proprio sconvolgimento nella vita di chi fino allora aveva vissuto la dominazione pontificia. </p>

<p>Un essenziale punto di discordia era rappresentato dalle disposizioni che riguardavano più da vicino il mondo religioso. </p>

<p>In tutta la regione la presenza del clero era infatti massiccia e costituiva un punto nevralgico della forza della Chiesa. </p>

<p>Le reazioni alle disposizioni legislative sull'asse ecclesiastico provocarono grandi dissensi. </p>

<p>Il caso di una piccola cittadina della provincia di Macerata, Pausula, dove l'influenza dei cattolici era stata tradizionalmente molto forte è un esempio particolarmente interessante per cercare di capire le vicende che colpirono gli ordini soppressi, nonché le reazioni degli abitanti, che con i religiosi avevano un legame intenso. </p>

<p>Un legame che, tra l'altro, rimase intatto nel tempo nonostante la loro scomparsa di certi ordini. </p>

<p>Tuttora alcuni luoghi della città vengono chiamati con i nomi degli antichi frati che vi abitavano. </p>

<p>Pausula entrò a far parte del Regno d'Italia in seguito al 18 settembre 1860. In quella giornata venne combattuta la battaglia di Castelfidardo, che vide la vittoria delle truppe piemontesi su quelle pontificie, con la successiva annessione tanto delle Marche quanto dell'Umbria al nuovo Stato di <em>Vittorio Emanuele II</em>. </p>

<p>In vista dell'imminente invasione delle due regioni centrali, il re aveva predisposto un esercito di 40.000 uomini, divisi in due tronconi. </p>

<p>Uno, condotto dal generale <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Cialdini" target="_blank" class="snap_shots">Enrico Cialdini</a></em>, seguiva lungo l'Adriatico la via delle Romagne, per occupare le Marche; l'altro, guidato dal generale <em>Manfredo Fanti</em>, doveva arrivare in Umbria, passando attraverso gli Appennini. </p>

<p>Da parte sua, il papa aveva chiesto l'aiuto dei francesi, capitanati dal generale <em>Lamoricière</em>, che da Spoleto stava cercando di raggiungere Ancona, oltrepassando prima Tolentino e poi Macerata. </p>

<p>Lungo la strada, però, incontrò, a Castelfidardo, <em>Cialdini</em>, temibile nemico, decisamente meglio equipaggiato. </p>

<p>Lo scontro frontale av-venne presso la frazione Crocette. </p>

<p>Le forze papali, molto inferiori dal punto di vista numerico, non avevano molta speranza e se a questo si aggiungono una serie di errori di valutazione da parte del comandante francese l'esito della battaglia appariva scontato. </p>

<p>In poche ore le truppe del generale <em>Cialdini </em>costrinsero l'avversario ad una fuga frettolosa e disorganizzata verso Ancona. </p>

<p>Contemporaneamente, tutto questo permise al <em>Fanti </em>di marciare da Tolentino verso Macerata, dove entrò il 20 settembre dello stesso anno. </p>

<p>Intanto, due commissari, uno di Morrovalle, il conte <em>Francesco Grisei</em>, l'altro di Civitanova, il cavaliere <em>Francesco Frisciotti</em>, organizzarono un corpo di volontari, provenienti sia dal Maceratese che dall'Ascolano, che presero il nome di Cacciatori delle Marche. </p>

<p>Il loro compito era quello di sostenere al meglio l'esercito ufficiale e regolare, ostacolando le mosse di quello pontificio. </p>

<p>Quando il 18 settembre ricevettero la notizia della vittoria a Castelfidardo, si appostarono presso Cupramarittima, dove catturarono un gruppo di fuggiaschi appartenenti alle sconfitte truppe papaline. </p>

<p>Il <em>Lamoricière</em>, intanto, si era rifugiato, insieme ad una parte dei suoi uomini, in Ancona. </p>

<p>Qui tentò inutilmente di difendersi a tutti i costi, illudendosi di ricevere un aiuto dal proprio paese.</p>

<p>Ma i piemontesi ritenevano necessario conquistare la città il prima possibile. </p>

<p>L'assedio venne organizzato su due lati: via mare, con la flotta comandata dal vice ammiraglio <em>Persano</em>, e via terra, dal vittorioso <em>Cialdini</em>. </p>

<p>Anche questa volta la potenza dell'esercito rivale frantumò ogni aspettativa del <em>Lamoricière</em>, che ufficialmente si arrese il 29 settembre, consegnando la piazza e costituendosi prigioniero insieme a quel che rimaneva del suo presidio. </p>

<p>L'occupazione delle Marche era finalmente completata. </p>

<p>Pausula e le Marche passavano dal regime pontificio allo Stato laico e liberale ed entravano ufficialmente a far parte del nuovo Regno d'Italia proclamato ufficialmente a Torino il 17 marzo 1861.</p>

<p><br />
<strong>Consigli di lettura</strong><br />
<a href="http://www.ibs.it/code/9788842092254/lill-rudolf/potere-dei-papi.html?shop=3898" target="_blank">Il potere dei papi. Dall'età moderna a oggi</a> (Laterza, 2010) di <em>Rudolf Lill</em>.</p>

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    <title>Le storie degli altri. Saggi di storia contemporanea</title>
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    <published>2009-02-28T18:19:14Z</published>
    <updated>2010-04-23T21:08:04Z</updated>

    <summary>Il libro propone in chiave storiografica alcune recenti ricerche di storia contemporanea. 

Sono affrontati temi e aspetti che rivelano un evidente legame con la modernità.

L&apos;attualità di &quot;Mazzini&quot; e l&apos;eredità di &quot;Romolo Murri&quot;.

L&apos;importanza di &quot;Giolitti&quot; e il percorso politico e intellettuale di esponenti del primo Novecento.

Il ruolo dei notabili, di minoranze, istituzioni e dei partiti politici nell&apos;Italia contemporanea.

I traumi delle guerre mondiali, i volti della Resistenza, l&apos;affermazione degli ideali nonviolenti, antimilitaristi e pacifisti, la memoria del Sessantotto. 

Itinerari e contesti diversi, analizzati e approfonditi per contribuire al vivace dibattito in corso nel settore contemporaneistico. </summary>
    <author>
        <name>Marco Severini</name>
        
    </author>
    
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<p><strong>Autore</strong>: Marco Severini</p>

<p><strong>Prima edizione</strong>: 12/2008</p>

<p><strong>Edizione corrente</strong>: 12/2008</p>

<p><strong>EAN-ISBN</strong>: 9788890387500</p>

<p><strong>Pagine</strong>: 156</p>

<p><strong>Rilegatura</strong>: Filo refe</p>

<p><strong>Dimensioni</strong>: 15x21 cm</p>

<p><strong>Prezzo di copertina</strong>: 14,00 Euro</p>

<p><strong>Collana</strong>: Storia Italiana, n.1</p>

<p><strong>Argomento</strong>: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale, Storiografia</p>

<p><a href="http://books.google.it/books?id=JtKtx7jWyEUC" target="_blank"><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="gbs_preview_button1.gif" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/gbs_preview_button1.gif" width="88" height="31" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span></a></p>

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</form></td></tr></table>

<p><br />
<strong>Descrizione</strong><br />
Il libro propone in chiave storiografica alcune recenti ricerche di storia contemporanea. </p>

<p>Sono affrontati temi e aspetti che rivelano un evidente legame con la modernità.</p>

<p>L'attualità di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Mazzini" target="_blank" class="snap_shots">Mazzini</a></em> e l'eredità di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romolo_Murri" target="_blank" class="snap_shots">Romolo Murri</a></em>.</p>

<p>L'importanza di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giolitti" target="_blank" class="snap_shots">Giolitti</a></em> e il percorso politico e intellettuale di esponenti del primo Novecento.</p>

<p>Il ruolo dei notabili, di minoranze, istituzioni e dei partiti politici nell'Italia contemporanea.</p>

<p>I traumi delle guerre mondiali, i volti della Resistenza, l'affermazione degli ideali nonviolenti, antimilitaristi e pacifisti, la memoria del Sessantotto. </p>

<p>Itinerari e contesti diversi, analizzati e approfonditi per contribuire al vivace dibattito in corso nel settore contemporaneistico. </p>

<p><br />
<strong>Indice</strong><br />
Introduzione </p>

<p>1. Lo sdoganamento di <em>Mazzini</em></p>

<p>2. Il ritorno di <em>Giolitti</em></p>

<p>3. L eredità di <em>Romolo Murri</em>	 </p>

<p>4. Minoranza operosa	 </p>

<p>5. Il ruolo dei fratelli	 </p>

<p>6. I notabili nella città	 </p>

<p>7. Guerre mondiali, contesti periferici	 </p>

<p>8. I volti della Resistenza	 </p>

<p>9. La modernità di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rodolfo_Mondolfo" target="_blank" class="snap_shots">Rodolfo Mondolfo</a></em></p>

<p>10. Socialismo mazziniano </p>

<p>11. La solitudine irenica dell'obiettore	 </p>

<p>12. Il cuore nel Sessantotto	 </p>

<p>13. La diaspora dei partiti </p>

<p>Nota a margine	 </p>

<p>Indice analitico	 </p>

<p>L'autore	 </p>

<p><br />
<strong>Note biografiche</strong><br />
<em>Marco Severini</em> insegna discipline storiche dell'età contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata.  </p>

<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="marco_severini10.jpg" src="http://www.saggistica.info/libri/immagini/marco_severini10.jpg" width="120" height="164" class="mt-image-right" style="float: right; margin: 0 0 20px 20px;" /></span>Autore di numerose pubblicazioni di storia contemporanea, ha vinto nel 1999 il Premio Nazionale di Cultura  Frontino-Montefeltro  con il volume "La rete dei notabili" (1998).  </p>

<p>Si è occupato in particolare, di Mazzini, Garibaldi e della Repubblica Romana del 1849, dell'età giolittiana, del primo dopoguerra in Italia e della storiografia italiana dell'età contemporanea.  </p>

<p>Tra i suoi volumi:</p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788881470679/severini-marco/armellini-moderato.html?shop=3898" target="_blank">Armellini il moderato</a> (Ist. Editoriali e Poligrafici, 1995), </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788831776257/severini-marco/vita-deputato-ruggero.html?shop=3898" target="_blank">Vita da deputato</a> (<a href="http://www.marsilioeditori.it" target="_blank">Marsilio</a>, 2000), </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788873260042/severini-marco/protagonisti-controfigure-deputati.html?shop=3898" target="_blank">Protagonisti e controfigure</a> (<a href="http://www.affinita-elettive.it" target="_blank">Affinità Elettive Edizioni</a>, 2002), </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788873260424/severini-marco/percorsi-infranti-studi.html?shop=3898" target="_blank">Percorsi infranti</a> (<a href="http://www.affinita-elettive.it" target="_blank">Affinità Elettive Edizioni</a>, 2004, 2006), </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788873260684/severini-marco/notabili-funzionari-deputati.html?shop=3898" target="_blank">Notabili e funzionari</a> (<a href="http://www.affinita-elettive.it" target="_blank">Affinità Elettive Edizioni</a>, 2006), </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788831793230/severini-marco/nenni-sovversivo-esperienza.html?shop=3898" target="_blank">Nenni il sovversivo</a> (<a href="http://www.marsilioeditori.it" target="_blank">Marsilio</a>, 2007), </p>

<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788873261070/severini-marco/girolamo-simoncelli-storia.html?shop=3898" target="_blank">Girolamo Simoncelli</a> (<a href="http://www.affinita-elettive.it" target="_blank">Affinità Elettive Edizioni</a>, 2008),</p>

<p>la cura del volume  <a href="http://www.ibs.it/code/9788876634451/severini-marco-angeloni-luana/alberto-zavatti-l-uomo-la.html?shop=3898" target="_blank">Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo</a> (<a href="http://www.illavoroeditoriale.com" target="_blank">Il Lavoro Editoriale</a>, 2009),</p>

<p>e la cura del volume <a href="http://www.saggistica.info/libri/archivio/2010/03/macerata-e-lunita-ditalia.html">Macerata e l'Unità d'Italia</a> (Codex, 2010).</p>

<p><br />
<strong>Estratto</strong><br />
<em>1. Lo sdoganamento di Mazzini</em> </p>

<p>I bicentenari della nascita di <em>Mazzini </em>e <em>Garibaldi </em>hanno dato luogo ad una vasta produzione storiografica e pubblicistica, con lavori non di rado pregevoli e originali, ma a nessuna nuova biografia.  </p>

<p>Tuttavia, il pensiero mazziniano è riuscito, dopo quasi un secolo in cui si sono avvicendati nei suoi confronti l'ostracismo dell'Italia liberale e la fascistizzazione ad opera di <em>Gentile</em>, a rilanciare i suoi principi e le attualissime idealità nell'Italia repubblicana e democratica, dovendo però fare i conti con le due nuove culture egemoni del Novecento, la marxista e la cattolica. </p>

<p>I duri ed inflessibili giudizi di <em>Marx </em>su <em>Mazzini </em>hanno purtroppo fatto scuola quanto gli stereotipi e le banalizzazioni degli ambienti cattolici intransigenti e solo grazie alle ultime generazioni di studiosi si sono aperti filoni di studio e di interpretazione chiari, filologicamente attenti e decisamente avvincenti sul piano interpretativo.  </p>

<p>Per limitarci ad alcuni esempi, sull'europeismo di <em>Mazzini </em>e sulla sua idea-forza della partecipazione democratica, in palese antitesi con il programma marx-engelsiano, disponiamo di una serie di ricerche di <em>Salvo Mastellone</em>. </p>

<p>Dal canto suo, la collana "Studi Mazziniani" ha proposto agli inizi del 2008 due interessanti volumetti: il primo dei quali dedicato al Seminario svoltosi a Palermo (15 dicembre 2005), in margine alla presentazione dei due volumi <em>Mazzini </em>e gli scrittori politici europei, e alla raccolta di alcuni saggi di giovani studiosi siciliani sul rapporto tra il genovese e la dimensione politica e culturale isolana, mentre il secondo ha offerto un contributo importante allo studio della partecipazione di Mazzini al dibattito pre-quarantottesco sulla democrazia e sul rapporto tra quest'ultima e la religione, dibattito che si svolse tra i radicali e i riformatori in esilio a Londra tra 1845 e 1850 e trovò ospitalità soprattutto sulla "Northern Star". </p>

<p>Va anche menzionato il ruolo pedagogico e divulgativo svolto dall'Associazione Mazziniana Italiana e dal suo periodico "Il Pensiero Mazziniano", giunto al 63° anno di attività. </p>

<p>Inoltre è appena uscita una ricerca di <em>Giovanna Angelini</em> sugli scritti mazziniani comparsi su "La Roma del Popolo", ricerca che ha ricostruito l'itinerario più maturo del genovese ponendolo in relazione ad alcuni aspetti essenziali del suo impegno e pensiero: la difesa dell'ideale repubblicano e la delusione per l'unificazione monarchica del paese; la confutazione delle teorie contrattualistiche del liberalismo classico e dei principi classisti e marxisti; il solido disegno democratico e associazionistico; la riproposizione del binomio pensiero-azione come sintesi di aspetti teorici e impegno pratico e organizzativo; la collaborazione tra popoli e nazionalità; le critiche sulle formulazioni incerte e dottrinarie degli stessi padri dell'Illuminismo circa alcune questioni centrali quali la sovranità nazionale, la divisione dei poteri e il superamento dell'ancien regime. </p>

<p>Ma c'è un problema decisamente più rilevante.  </p>

<p><em>Mazzini </em>a scuola si legge e si studia pochissimo e la sua presenza nelle aule universitarie, fatte alcune eccezioni, è ancora più meteorica. </p>

<p>Le responsabilità di questo stato di cose, che si è prolungato lungo tutto l'intero secondo dopoguerra, sono da ascriversi a diversi soggetti, ma la scuola e l'università italiana, con i rispettivi paradossi e ritardi, le debite incongruenze e problematicità, rientrano senza dubbio tra questi.  </p>

<p>La mancata metabolizzazione di <em>Mazzini </em>e del pensiero mazziniano da parte della cultura italiana dipende anche da questi ritardi. </p>

<p>In questa drammatica condizione la ricerca storiografica deve continuare a suggerire itinerari critici di riflessione e di confronto. </p>

<p>Lungi dal proporre una rassegna di studi mazziniani, interessa analizzare una delle ricerche più innovative che sono comparse nelle librerie italiane prima dell'inizio del bicentenario mazziniano, e cioè il lavoro di <em>Michele Finelli</em>, studioso toscano, che in un'opera seria e documentata ha scavato sull'origine e sulla fortuna dell'Edizione Nazionale degli scritti di <em>Mazzini</em>, primo italiano contemporaneo a ricevere simile onore. </p>

<p>Una lettura che può aiutare a comprendere le ragioni di un fenomeno tuttora in fieri, lo sdoganamento solo parziale del pensiero e dell'insegnamento mazziniano. </p>

<p>La storia dell'Edizione Nazionale degli scritti mazziniani è una parte non secondaria della vicenda storica italiana e la riprova viene offerta dall'autore con la ricostruzione attenta del ruolo dei personaggi che offrirono il proprio, differente, contributo all'impresa: <em>Andrea Costa</em>, firmatario e sostenitore della "Cooperativa Tipografico Editrice Paolo Galeati" (sorta ad Imola il 30 ottobre 1900 dalla fusione di quattro precedenti imprese tipografiche), deciso a legare il proprio nome alla figura di quel  padre della patria  che aveva profondamente influenzato la sua formazione politica; <em>Vittorio Emanuele Orlando</em>, ministro di  spiccata sensibilità storica, e membro della Commissione suddetta che nel 1906 licenziò il primo dei 106 volumi che sarebbero stati pubblicati nell'arco di 37 anni; <em>Giosue Carducci</em>, <em>Giovanni Gentile</em> e <em>Benedetto Croce</em>, altro titolare della Minerva nel quinto ministero giolittiano, attento a non far perdere all'operazione mazziniana le sovvenzioni statali nella difficile transizione del primo dopoguerra. </p>

<p>Studioso di grande acribia e infaticabile lena, "mazziniano di stretta osservanza", <em>Mario Menghini</em> fu "lo scultore" del monumento di carta, che non avrebbe mai visto la luce senza la competenza e la passione del risorgimentista così come senza il prezioso rapporto di lavoro tra questi e <em>Ugo Lambertini</em>, direttore tecnico della tipografia Galeati di Imola. </p>

<p>Insieme ai personaggi, viene ricostruita l'immagine debole di <em>Mazzini </em>nel secondo Ottocento e la sfida "senza vincitori" tra pedagogia della memoria e pedagogia laica. </p>

<p>Nel primo quarantennio postunitario lo Stato liberale fece di tutto per far dimenticare la figura e l'opera di <em>Mazzini </em>e il 10 marzo 1872, pervenuta alla Camera la notizia della morte del genovese, il premier <em>Lanza </em>rimase ostentatamente seduto; il conseguente rifiuto di una commemorazione ufficiale a Montecitorio fu il primo atto di un prolungato ostracismo da parte dell'Italia ufficiale, ostracismo che venne confermato dall'esclusione dai programmi scolastici, dalle ricorrenze celebrative e dalla stessa prima grande ondata monumentale che attraversò il paese tra 1871 e 1911; alla politica monumentale dell'Italia sabauda cercò di dare una risposta significativa la pedagogia laica e repubblicana, prima con l'uscita de "I Doveri dell'Uomo" nel 1860 e poi, a partire dal 1861 e fino al 1904 dapprima con l'Edizione daelliana, cioè con la pubblicazione degli Scritti editi e inediti avvenuta, tra 1861 e 1864, per i primi sette volumi presso l'editore milanese <em>Gino Daelli</em>, poi con l'ottavo, nel 1871, ad opera del libraio meneghino <em>Levino Robecchi</em>, e con i successivi dodici editi a cura, fino al 1904, della  Commissione Editrice degli Scritti di <em>Giuseppe Mazzini</em>.  </p>

<p>Dal canto loro, gli stessi custodi dell'eredità mazziniana, disorientati senza dubbio dall'ostilità governativa, gestirono con difficoltà l'eredità del Maestro e consolidarono, indirettamente, la debolezza della sua immagine nell'Italia risorgimentale. </p>

<p>L'autore esamina accuratamente il passaggio dell'istituzionalizzazione di <em>Mazzini </em>nell'Italia giolittiana, che avvenne in un contesto nuovo in cui storici e studiosi chiedevano spazio, facendo transitare la storiografia mazziniana da una dimensione tendenziosa e agiografica verso un approccio propriamente scientifico. </p>

<p>Così, dall'adozione scolastica dei Doveri, non senza forti polemiche politiche, i socialisti paragonarono <em>Mazzini </em>ad un prete e lo tacciarono di dogmatismo, i cattolici scrissero senza mezzi termini  "Fuori il regicida!" ed emendamenti snaturanti l'opera mazziniana (su tutti, l'alterazione della matrice profondamente repubblicana, come ebbe a sottolineare, tra gli altri, <em>Napoleone Colajanni</em>), si passò al regio decreto sopra ricordato: ma il monumento nazionale all'esule, proposto da <em>Crispi </em>e approvato dal Parlamento nel 1890, sarebbe stato inaugurato solo nel 1949. </p>

<p><br />
<strong>Consigli di lettura</strong><br />
<a href="http://www.ibs.it/code/9788842083368/pivato-stefano/vuoti-memoria-usi.html?shop=3898" target="_blank">Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana</a> (Laterza, 2007) di <em>Stefano Pivato</em>.</p>

<p><br />
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