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Origini e cause dell'invasione cinese

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Autore: Concetto Sciuto

Prima edizione: 03/2012

Edizione corrente: 03/2012

EAN-ISBN: 9788890545863

Pagine: 304

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 24,00 Euro

Collana: Storia Extraeuropea, n.1

Argomento: Storia, Storia extraeuropea

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Descrizione
Il 7 ottobre del 1950 le truppe di Mao Zedong invadono il Tibet soggiogando il suo pacifico popolo.

Cosa si nasconde realmente dietro un apparente problema territoriale?

Questo libro dà finalmente voce ad alcune inconfessate verità grazie a una rigorosa ricostruzione degli avvenimenti che hanno fatto la storia del Tibet.

Un doveroso tributo per non rimanere colpevoli debitori verso la storia e la millenaria tradizione del "Paese delle nevi".


Indice
Prefazione
Introduzione

Tibet tra passato e presente
1. Cristallizzare un evento
1.1. La storia ci ricorda che...
I Scheda - Il Buddhismo
1.2. Dal XIV al XVII secolo: l'ascesa dei Gelugpa
1.3. Il V Dalai Lama
II Scheda - Il Grande Quinto e il Potala
1.4. L'ascesa mancese e il VI Dalai Lama
1.5. Le prime riforme del 1721
1.6. Un secolo di riforme e ordinanze
III Scheda - L'inconsistente ruolo degli amban
1.7. Il XX secolo e il ruolo dell'Occidente
IV Scheda - Il Grande Gioco
1.8. Le reazioni mancesi al "Grande Gioco"
1.9. La fine dei Qing e del rapporto Cho.Yon
1.10. La convenzione di Shimla del 1914: questione di confini
V Scheda - Un processo mai nato

2. Anatomia di un'invasione
2.1. Breve storia della Rivoluzione cinese
2.2. L'alba del PCC
2.3. La cornice ideologica della rivoluzione comunista
2.4. Comunismo vs feudalesimo
2.5. Altri effetti dell'isolazionismo
2.6. La "Grande Anima" indiana
2.7. Corea 1950
2.8. Una barriera naturale
2.9. Ricchezze naturali
2.10. Il 7 ottobre del 1950
VI Scheda - L'accordo in diciassette punti
2.11. Un accordo fallito

3. Il dopo Mao
3.1. Primi cambiamenti nella Cina post maoista
VII Scheda - Indipendenza de facto e de iure: il doppio criterio USA
3.2. L'America dei presidenti, dei VIP e dei movimenti

4. Dal 2006 al 2010: il Tibet oggi
4.1. Da Pechino a Lhasa forando le nuvole
VIII Scheda - La Qinghai-Tibet Railway in cifre
4.2. Tra proclami e polemiche: un treno che non unisce
4.3. Orgoglio cinese
4.3.1. Sviluppo economico
4.3.2. Crescita culturale
4.3.3. Turismo
4.4. Quando arrivano le ruote, la pace se ne va
4.4.1. Una data non casuale
4.4.2. Sviluppo economico?
4.4.3. Pacifica invasione
4.4.4. Genocidio culturale
4.4.5. Ambiente
4.4.6. Problema sicurezza
4.5. E il "dopo" QTR?

5. L'anno del Dragone
5.1. Lhasa 10 marzo 2008: cronaca di una sommossa
5.2. La prima vittima della guerra
IX Scheda - I luoghi della rivolta
Lo Jokhang
Ganden, Sera, Drepung e Tashi Lhunpo: i monasteri come simboli.
Le sedi storiche della scuola Gelugpa
Non solo Gelugpa
5.3. Tashilhunpo e il Panchen Lama
5.4. Due figure per un solo ruolo
5.5. XXIX παιδίαι Ολύμπιοι
5.6. «L'importante non è vincere ma partecipare»: in tutti i modi
5.7. Direzione Beijing: un percorso lungo 130 giorni di proteste
5.7.1. From Wembley to Greenwich
5.7.2. Paris mon amour
5.7.3. "Frisco" e il Golden Gate
5.7.4. Da Buenos Aires a Jakarta
5.7.5. L'ospitale India
5.7.6. 9.000 metri sopra le nuvole
5.8. Una manifestazione da guinness
X Scheda - Numeri da medaglia
5.9. Al di là delle cifre: l'evento mediatico su tutto
5.10. One world one dream one... business: tra sponsor, divieti e concessioni "The show must go on"

6. Cinquant'anni da Lhasa
6.1. Tra falsi paradisi e inferno in terra
XI Scheda - Il Losar
6.2. Boicottare il Losar
6.3. E la Cina festeggia i cinquant'anni dalla "liberazione"
6.4. Atti ufficiali
Breve commento

7. L' ambigua diplomazia internazionale
7.1. Non solo USA, le altre iniziative internazionali
7.2. L'ONU e le sue risoluzioni
7.3. Ospitalità UE
7.4. Le risoluzioni del Parlamento europeo
7.5. La diplomazia nel Belpaese
Un nuovo incontro
7.6. Terzo millenio, una "scomoda" solidarietà: da Oriente a Occidente un passo indietro
7.6.1. La Francia di Sarkozy
7.6.2. United States of America
7.7. Delusione a "stelle e strisce"
XII scheda - Dalla porta di servizio

Conclusioni
Le tigri e la gazzella
Nuovi alleati
Memoria e tradizione
Incarnare gli ideali di un popolo
Aspettando il domani

Cronologia essenziale
Elenco delle persone citate
Indice dei nomi
Riferimenti bibliografici
L'autore del libro
L'autore della prefazione


Note biografiche
sciuto.jpgConcetto Sciuto è nato a Catania il 20 giugno del 1962.

Laureato in scienze sociologiche con specializzazione in Storia contemporanea e Filosofia, si è interessato della questione Tibet durante i suoi studi sociologici, argomento che ha poi ulteriormente elaborato in sede di preparazione alla tesi di laurea.

Anche in seguito ha continuato a interessarsi dei recenti sviluppi dell'invasione cinese in Tibet, aggiornandosi costantemente sulle ultime vicende di cronaca che hanno interessato i due paesi asiatici, soprattutto in merito alle loro ricadute sociopolitiche.

Un accresciuto bagaglio d'informazioni che gli ha permesso di rendere ancora più attuale il testo in questione.

Visita il blog di Concetto Sciuto.


Estratto
1. Cristallizzare un evento

1.1. La storia ci ricorda che...

Relegare temporalmente l'invasione cinese del Tibet alla fatidica data del 7 ottobre 1950 sarebbe, oltre che una distorsione storica, un'affrettata sintesi, per nulla esaustiva, di un problema che ha chiaramente origine in tempi più lontani.

In un'azzardata comparazione di eventi con qualcosa di storicamente a noi più familiare, è come se argomentassimo sulla fondazione della Repubblica Italiana senza fare un minimo accenno a quel decisivo periodo storico noto con il nome di Risorgimento.

Per comprendere quindi il problema Tibet oggi bisogna cercare di leggere e interpretarne, tra le pieghe della sua storia, le motivazioni e le concause che condussero la Cina di Mao a invadere il "Tetto del mondo", per liberarlo, a metà del XX secolo.

Pertanto, proverò in questo primo capitolo non tanto a elencare una mera lunga serie di eventi ma a cristallizzare, esplorandoli, i momenti storici più importanti che stettero alla base di tale decisione, cercando di descrivere soprattutto come gli uni divennero in maniera inesorabile il precipitato degli altri.

Per raggiungere agevolmente quest'obiettivo diviene indispensabile iniziare il percorso storico raccontando, in maniera sintetica, le origini del popolo tibetano o almeno di quando «quel crogiolo di razze nomadi o variegato mondo di tribù dell'Asia centro-settentrionale, che costituivano l'elemento fondamentale dell'etnia tibetana», occuparono la parte centrale del Tibet ed esattamente la regione dell'U e dello Tsang, e le province orientali e settentrionali oggi conosciute, rispettivamente, come Kham e Amdo.

A parte questo, poco o nulla si è rinvenuto sulle origini storiche ed etniche del popolo tibetano e, come spesso accade, in mancanza di dati certi la realtà cede il passo alla fantasia, sopperendo con il mito la mancanza di una documentazione storica attendibile.

Pertanto, sfruttando uno dei pilastri della dottrina buddhista come la reincarnazione, tradizione vuole che l'evoluzione del popolo tibetano avesse origini dall'unione di uno scimmione con un demone donna o, secondo una versione diversa che si tramanda in altre regioni del Tibet, dal bodhisattva Chenrezig che donò i voti di laico buddhista a uno scimmione prima dell'unione con il demone.

Qualunque sia delle due la versione più accreditata poco importa poiché scopo principale del mito era di esaltare la carismatica figura di Chenrezig - traduzione in tibetano dell'originale nome sanscrito di Avalokiteshvara - ritenuto ancora oggi da tutto il popolo tibetano un santo.

Sempre secondo il mito sembrerebbe che fu lo stesso Siddhārtha - il primo Buddha - in punto di morte a ordinare a Chenrezig di «andare in quella regione abitata da soli animali» per realizzare un vero popolo riunendolo sotto l'egida del Buddhismo.

E così, mosso da immarcescibile compassione, l'adepto assecondò il desiderio del primo Buddha, e ancora oggi si crede che i personaggi più eminenti della storia tibetana - come Songtsen Gampo, il V Dalai Lama, nonché l'attuale XIV - non sono stati altro che la reincarnazione dello stesso bodhisattva ancora impegnato, sotto rinnovate spoglie umane, ad adempire l'originale compito affidatogli.

In questo caleidoscopio di leggende divenne inevitabile quanto indispensabile, nel tempo, una commistione tra antichi miti, già presenti in Tibet, con altri di provenienza indiana, patria spirituale del buddhismo; lavoro cui furono "costretti" i primi monaci, provenienti dalla stessa India, affinché si creasse un utile ponte spirituale che potesse unire le tradizioni tibetane con la nuova religione.

Ed è ancora questa miscellanea di tradizioni mitologiche, più che la storia, a darci un importante aiuto in questa sintetica ricostruzione della genesi del popolo tibetano, narrandoci della prima stirpe che governò il Tibet, formata da re celesti, una sorta di semidei, che s'insediarono nella valle del fiume Yarlung - da cui l'omonima dinastia - con il loro primo monarca Nyatri Tsempo.

La leggenda del re semidio avrà fine solamente con l'ottavo re di Yarlung: Drigum Tsempo e - se ancora il mistero avvolge l'ascesa al trono di Songtsen Gampo, trentaduesimo re di Yarlung, ritenuto da molti il più grande imperatore del Tibet - si è certi che solamente dal VII secolo d.C., proprio con il Governo di Gampo, l'epoca dei miti cederà finalmente il posto alla concreta storia del "Paese delle nevi".

Storia che ci descrive una società fortemente gerarchizzata, di stile feudale e riunita sotto l'egida della dinastia di Gampo, che riuscì nell'impervio compito di ricomporre, dopo averli sconfitti in sanguinose battaglie, quel microcosmo di principati disseminati in tutto l'altopiano himalayano, trasformando di fatto il Tibet in un regno coeso e militarmente forte.

Proprio «in questo secolo risale il primo contatto politico tra il Tibet e la Cina» ed è quasi impossibile credere, alla luce degli avvenimenti attuali, ad un popolo tibetano «costituito da nomadi coraggiosi fino all'aggressività», che scorazzava in territorio cinese seminando il panico, fino a penetrare dentro il cuore stesso della Cina, conquistando, nell'VIII secolo d.C., l'antica capitale Chang'an - Xi'an - grazie alla solidità politica, alla potenza militare e alla stabilità sociale acquisite dall'impero tibetano nel corso di un secolo.

La determinatezza di quella stirpe portò dunque il Tibet a divenire un'entità politica indipendente formalizzando, inoltre, i propri confini con la Cina grazie ad una serie di trattati tra cui occorre citare il più famoso: il trattato stipulato fra il Re del Tibet ed il Re della Cina nell'anno cristiano 822, inciso su una stele di pietra ancora esistente.

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Il Gran Re del Tibet, Divino e Miracoloso Signore, e il Gran Re della Cina, Hwang-ti, fra di loro come nipote e zio, hanno stabilito un'alleanza tra i loro due regni ed hanno ratificato un grande accordo.

Dèi e uomini ne sono a conoscenza e ne sono testimoni, in modo che tale alleanza non possa mai essere modificata [...]

Tibet e Cina si manterranno entro i confini dei territori che occupano in questo momento.

Tutto il territorio che si trova ad Oriente appartiene al paese della Grande Cina, mentre tutto quello che si trova ad Occidente, senza alcuna possibilità di contestazione, appartiene al paese del Grande Tibet.

Da questo momento in avanti, non vi saranno più guerre né spartizioni di territori, né dall'una né dall'altra parte del confine [...]

Questo solenne accordo dà inizio ad una grande epoca nella quale i tibetani saranno felici nella terra del Tibet ed i cinesi felici nella terra di Cina [...]

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La difficoltà a credere ciò svanisce del tutto se pensiamo che quel miscuglio di etnie poco o nulla avesse in comune, sia per radici culturali che soprattutto religiose, con il pacifico popolo tibetano conosciuto oggi.

Proprio nella tradizione spirituale del Tibet di allora, costituita dall'antica religione Bon , risedette, di fatto, forse la più profonda differenza tra le due generazioni del popolo tibetano.

Differenza che iniziò a essere ancora più marcata in seguito anche con la vicina Cina in conseguenza di una rilevante serie di eventi storici.

Difatti, nonostante il matrimonio dello stesso trentaduesimo re di Yarlung nel 635 d.C., con la principessa nepalese Bhrikuti Devi, e soprattutto nel 641 d.C. con Wen-c'eng Kung-chu, giovane figlia dell'imperatore cinese, da un punto di vista religioso tra le due più importanti scuole buddhiste di allora, quell'indiana e quella cinese, prevalse in Tibet l'insegnamento della prima sulla seconda.

Inoltre, sul versante culturale, il Tibet aveva mutuato dall'India un altro importante elemento come la scrittura «che bene si adattavano alla lingua tibetana dando così la possibilità di tradurre in segni i suoni fonetici».

Fondamentale eredità culturale ottenuta grazie ancora all'opera di Gampo che, secondo alcune fonti, dopo avere inviato diversi studiosi in India o, secondo altre, in zone diverse dall'India - ma dove vigeva sempre l'uso della scrittura indiana - gettò le prime fondamenta di quell'edificio alfabetico che sarebbe divenuto, nel tempo, l'attuale lingua tibetana.

Tutto ciò pose per secoli i due paesi, India e Tibet, in una perenne osmosi religiosa e culturale che legò storicamente per sempre i due popoli, creando un'intesa e un rapporto di buon vicinato che si consolidò nel tempo, diffidando, invece, sempre più dalla vicina Cina.

Sfiducia alimentata, fin da allora, da quella marcata diversità linguistica (nelle loro scritture si coglie la radicale differenza nel modo di esprimersi), religiosa, con una concezione della vita totalmente diversa, e socioculturale (il Tibet ha una letteratura essenzialmente filosofica, mentre la Cina accorda maggiore attenzione alle cronache storiche e ai codici che regolano la società umana).

La storia aveva creato due popoli, anche se geograficamente e politicamente vicini - grazie al matrimonio tra Gampo e Wen-c'eng Kung-chu - di fatto lontani tra di loro in tutto.

Tuttavia, affinché il buddhismo potesse attecchire in un paese permeato da immemorabile tempo dall'antica religione Bon bisognerà attendere circa il 755 d.C. e l'ascesa al trono del "Tetto del mondo" di Trisong Deutsen - sempre della potente dinastia Yarlung, fedele seguace della nuova dottrina - per vedere fiorire in Tibet i primi templi buddhisti e la nuova confessione diffondersi in maniera talmente capillare da eclissare, nel volgere di pochi secoli, l'antica religione Bon.

Scrittura, lingua, religione e nuove leggi furono dunque quei fondamentali elementi che diedero corpo a una nuova identità del popolo tibetano: il sogno del Buddha e del suo discepolo Chenrezig si stava lentamente ma tenacemente realizzando.

Divenendo nei secoli la diffusione del Buddhismo sempre più invasiva, la nuova dottrina rappresentò per la popolazione tibetana una radicale svolta spirituale che porterà il "Paese delle nevi" nei successivi duecento anni - tra il IX e XI secolo - a un cambiamento soprattutto interiore tra i suoi adepti, con conseguenti inevitabili e profonde trasformazioni sul piano sociale, politico e militare.

Difatti se l'introduzione del Buddhismo, e soprattutto la sua capillare diffusione, da una parte creò quel cemento spirituale e culturale nel popolo tibetano, permeandone ogni aspetto sia nella vita individuale sia sociale, dall'altra i rivoluzionari quanto pacifici dettami religiosi, contenendo al loro interno i prodromi di un pericoloso mutamento, cannibalizzarono lentamente quell'antica unità politica e territoriale frammentando, nel tempo, l'antico impero tibetano in una costellazione di piccoli principati di cui i monasteri buddhisti rappresentarono il nuovo fulcro amministrativo.

Accennata l'importanza dell'influenza che esercitò la nuova religione sul piano sociale e politico del Tibet, si ritiene opportuno, a questo punto, esporre, in maniera ovviamente molto concisa, i princïpi della religione Buddhista cercando poi, attraverso questi, di comprendere meglio il perché la nuova dottrina incise in maniera così decisiva sulle future vicende storiche e politiche del Tibet.

Approfondimento possibile grazie alla I scheda.




Lunga intervista di presentazione del libro, 11 Aprile 2012
SestaReta Tv di Catania



Consigli di lettura
Alla conquista di Lhasa (Adelphi, 2008) di Peter Hopkirk.


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Ordina subito "Tibet tra passato e presente"
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Autore: Marco Severini

Prima edizione: 01/2012

Edizione corrente: 01/2012

EAN-ISBN: 9788890545849

Pagine: 329

Rilegatura: Cartonato, filo refe

Dimensioni: 17x24 cm

Prezzo di copertina: 35,00 Euro

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale,

Acquista il libro.


Descrizione
Tra il 1849 e il 1948 quattro generazioni di repubblicani e democratici nati nelle Marche lottarono per la realizzazione di un paese unito, libero e moderno.

Delle vite di oltre 160 uomini più sconosciuti che noti, e di quelle di alcune donne, tratta quest'opera che ha alle spalle un lungo lavoro di ricerca archivistica e documentaria.


Indice
Introduzione

Dizionario

Abbreviazioni

Referenze fotografiche

Elenco biografati

Indice dei luoghi

Bibliografia essenziale

Ringraziamenti

L'autore


Note biografiche
marco_severini10.jpgMarco Severini insegna Storia del Risorgimento e altre discipline contemporaneistiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata.

È autore di oltre 400 pubblicazioni, tra cui alcune in lingua straniera, che trattano aspetti politici, civili e culturali dell'età contemporanea.

È presidente dell'Associazione di Storia Contemporanea e direttore della collana «Storia Italiana» per le edizioni Codex.

È l'ideatore e il curatore, fin dalla sua istituzione (2005), della Rassegna di storia contemporanea di Senigallia che è giunta nel 2011 alla sua VII edizione ed ha conseguito notevole attenzione da parte di critica e pubblico.

Ha redatto una quindicina di profili per il Dizionario biografico degli italiani.

Collabora con «Storia e problemi contemporanei» e con altre riviste di studi storici.

È membro della SISSCO, dell'Istituto Storia Marche (e della sua Commissione Scientifica), del Consiglio direttivo del Centro Cooperativo Mazziniano di Senigallia, del Consiglio scientifico della rivista «Proposte e ricerche».

È socio corrispondente della Deputazione di Storia patria per le Marche.

Dall'aprile 2012 dirige la rivista «Storia delle Marche in età contemporanea».

Suoi principali temi di indagine sono stati la Repubblica Romana del 1849; Garibaldi e Mazzini nel 1849; l'età giolittiana; il ruolo dei notabili; la crisi dello Stato liberale e l'avvento del fascismo; la biografia politica tra Otto e Novecento; la storia delle Marche dall'Unità alla fine del Novecento; la storiografia politica italiana novecentesca.

Per Codex ha pubblicato Le storie degli altri (2008) e curato i volumi Macerata e l'Unità d'Italia (2010) e Le Marche e l'Unità d'Italia (2010, 2011).

Ultime monografie: La Repubblica romana del 1849 (Marsilio, 2011); Piccolo, profondo Risorgimento (Liberilibri, 2011).


Estratto
AGHI ALDA
Nacque a Fabriano da Aldo e Sabina Casagrande il 27 agosto 1923.

Apprese le idealità repubblicane dal padre, artigiano.

Conclusi gli studi con il titolo professionale di scuola secondaria, lavorò come impiegata.

Si trasferì ad Ancona il 4 agosto 1936.

Dopo la Liberazione incominciò a fare politica attiva, segnalandosi come leader del Movimento femminile repubblicano, aperto alle sole iscritte del Pri e dunque con un collegamento molto stretto con il Partito.

Nato nel 1945 l'Mfr sviluppò un'autonoma iniziativa politica dapprima con la costituzione, presso le sedi del Pri, di Gruppi femminili repubblicani; il movimento ebbe riscontro nell'Associazione femminile repubblicana, di livello nazionale, e si ispirava alla concezione mazziniana "patria famiglia libertà".

L'Mfr conobbe una grande ramificazione in tutta la provincia di Ancona e i primi gruppi femminili si formarono ad Ancona, alla Palombella, a Castelfidardo e a Jesi.

Con il 1946 lo stesso «Lucifero» sostenne, in editoriali anonimi (probabilmente dovuti alla sua penna), la diffusione di questa struttura e nel marzo di quell'anno si tenne, ad Ancona, il primo convegno provinciale femminile che stabilì la natura dell'organizzazione e il regolamento dei diversi raggruppamenti femminili attorno ad una chiara dipendenza disciplinare dal Pri, alla diffusione della dottrina repubblicana rispetto alla donna e all'utilizzo dei mezzi finanziari messi a disposizione.

Intervenne, il 5-6 ottobre 1946 al primo congresso regionale del Pri, come responsabile provinciale, tenendo una relazione sul movimento femminile.

Insieme ad altre donne repubblicane - come Silvana Blasi, Luciana Blasi, Irma Lupacchini, Ercolina Mori e Carla Sternini - sottolineò l'importanza del voto alle donne.

Candidata alle amministrative di Ancona del 27 marzo 1946 nella lista repubblicana e senza svolgere alcuna campagna elettorale, venne eletta con 1.200 preferenze nella Giunta guidata da Giuseppe Mario Marsigliani, nella quale il Pri era il primo partito con 12 consiglieri: divenne assessore con delega per l'Istruzione pubblica, la biblioteca e gli asili (e in seguito anche per i Servizi demografici).

Fece il suo ingresso a Palazzo del Popolo, la più giovane di tutti i neo-consiglieri, nell'aprile 1946, trovando nella civica assemblea altre due donne, la democristiana Maria Leidi e la comunista Loide Borioni.

Benché il suo collega consigliere Angelo Sorgoni ne abbia tracciato un ritratto riduttivo, definendola una «giovinetta» inesperta e «assolutamente inconsapevole delle reali necessità della scuola» nell'immediato dopoguerra, si impegnò attivamente.

Celebrò numerosissimi matrimoni, tra cui quello di Town Maior, la massima autorità militare alleata.

Diede, però, il meglio di sé nel settore dell'assistenza sociale e, in particolare, nella distribuzione di vestiario e degli alimenti che proveni-vano dagli Stati Uniti.

Ricordò come costruttivo e collaborativo il clima in Consiglio comunale, con una elevata qualità del dibattito: dal sindaco Marsigliani, «uomo semplice ed onesto», «un vero galantuomo, un innamorato di questa nostra città» agli avvocati Fiore e Sparapani, al geometra Antonio Borioni che del primo esecutivo comunale eletto era «il fulcro organizzativo, l'uomo che dava la spinta decisiva».

In questa congiuntura conobbe Alberto Mario Burattini, personalità particolarmente impegnata nel settore politico, sociale e sportivo (nel 1953-54 fu presidente dell'Ancona Calcio); i due si fidanzarono nell'aprile del 1946 e si sposarono il 28 agosto del 1948: dall'unione nacquero tre figli, Fabrizio (1949), Susanna (1954) e Maria Vittoria (1957).

È morta ad Ancona il 22 luglio 2009.

ACFb, Anagrafe, cartellino individuale; ACAn, Anagrafe, cartellino individuale; «Luci-fero», 13 ottobre 1946; P. Caporossi, Le organizzazioni femminili nell'anconetano (1945-1959), in Istituto regionale per la storia del movimento di Liberazione nelle Marche, Le Marche nel secondo dopoguerra. Cultura politica, economia e società dalla Liberazione alla fine degli anni Cinquanta, il lavoro editoriale, Ancona 1986, pp. 310-312; R. Signorini, Benvenuti a Palazzo, Ancona 1993, pp. 205-206; R. Ferrara, La rappresentanza femminile nelle istituzioni (1946-1963), in Le Marche dalla ricostruzione alla transizione 1944-1960, a cura di P. Giovannini, B. Montesi e M. Papini, il lavoro editoriale, Ancona 1999, p. 112.


ANGELELLI ONOFRIO
Nacque a Fabriano il 7 aprile 1870 da Nazzareno ed Elisabetta Bellucci.

Ereditò e fece la professione di cartaio presso l'industria Miliani.

Si impegnò anche nel campo politico, giornalistico e storico, pubblicando una serie di opere sulla vicenda storica fabrianese dall'età moderna a quella contemporanea.

Di questa produzione, di prevalente timbro tardo-positivistico, vanno segnalati
La città di Fabriano (1909);
L'origine e la fine del Museo Rosei (1922);
Avvenimenti fabrianesi dal 1517 al 1528 (1923);
L'Archivio Benigni-Olivieri (1923);
Fabriano e il dominio francese nel 1798-99 (1925);
Episodi e figure del patriottismo fabrianese (1927);
L'industria della carta e la famiglia Miliani (1930);
Notizie storiche intorno alla Università dei cartari di Fabriano (1932);
La sommossa rurale del 1854 (1934).

Si sposò due volte.

Il 18 settembre 1897 si unì con Angela Venturini e dal rapporto nacquero Inares (nata e deceduta nel 1898), Elpina (nata a Fabriano nel 1900 e deceduta a Jesi nel 1991) ed Ario (1901, emigrato a Roma nel 1926); da quello con Emma Gregori, sposata a Camerino il 1° maggio 1904, nacquero Angelo (1909, morto a Fabriano nel 1944) ed Elisabetta (1910, morta a Fabriano nel 1986).

Repubblicano e mazziniano, fu in corrispondenza, fin dal 1899, con Felice Albani e sua moglie Adele (detta Alina).

Collaborò con i giornali il «Cartaro», «L'Italia», «La Terza Italia», «Lucifero», «Il pensiero cittadino», che uscì a Fabriano tra 1921 e 1922, e ancora, negli anni trenta, con «Fede Nuova», fondata e diretta dalla Albani Tondi.

Nel 1910 realizzò un memoriale intitolato "Repubblicani in guardia!" Per il 50° anniversario de la liberazione delle Marche e d'Italia, inviato ad Albani per essere pubblicato su «La Terza Italia».

Processato e condannato a cinque mesi di carcere per aver capeggiato manifestazioni anticlericali, vide sciolta e messa al bando la sezione locale dell'A.R.U., da lui fondata.

Aderì alla sezione locale del P.M.I., retta dal giovane Giuseppe Tacconi, che gli era stato vicino nelle precedenti, drammatiche vicende.

Dalla corrispondenza con Alina si evincono la ferma ortodossia verso gli ideali di Mazzini e il disgusto provocato dall'approdo degli esponenti mazziniani al fascismo, come, ad esempio, quello di Giovanni Plini che, ternano e uno dei fondatori del P.M.I., aveva scritto un libro sulla propria adesione fascista; il 24 marzo 1938 così scriveva ad Alina:

"Ho visto le varie chiose, o meglio le abbondantissime note che indicano le contraddizioni dell'autore fegatoso, o donchisciottemente battagliero. E pensare che era un esponente del mazzinianesimo vero! Povero Mazzini [...], se ritornasse [...], prenderebbe piuttosto lo scudiscio per purificare il suo nome di tanto schifo."

Morì a Fabriano il 3 dicembre 1938.

ACFb, Anagrafe, cartellino individuale; La stampa democratica e repubblicana nelle Marche (1867-1925), a cura di G. Castagnari, Istituto per la storia del movimento democratico e repubblicano, Ancona 1986, pp. 40, 181; B. Ficcadenti, Il Partito Mazziniano Italiano nelle Marche, Istituto per la storia del Risorgimento Italiano - Comitato di Ascoli Piceno, s.d.[1994], pp. 124-127 e ad nomen.


ANTOLINI GIUSEPPE
Nacque a Macerata il 23 settembre 1842, figlio del conte Francesco e della contessa Giulia Merenda, nata a Forlì nel 1818.

La famiglia era originaria di Sarnano e sul finire del XVII secolo si era trapiantata a Montalboddo (l'odierna Ostra) dove era stata aggregata alla nobiltà locale.

Ebbe inoltre la nobiltà di Macerata (1441), Montecassiano (1669) e Cingoli (1788).

Giuseppe e Niccolò ricevettero la dignità di conti palatini.

Nel 1908 la Consulta Araldica riconobbe i titoli di «nobili di Ostra e di Cingoli».

Sposò, il 25 ottobre 1870, la nobildonna Amalia Cassini, nata a Macerata nel 1838, e il 29 ottobre 1874 si trasferì a Montecassiano; qui fu raggiunto nel 1878 dalla madre, rimasta vedova; il fratello Mario raggiunse invece Forlì.

Fu cospiratore e garibaldino.

Il suo nome è legato alla difficile opera di penetrazione degli ideali mazziniani in un contesto, come quello maceratese, dominato dalla grande proprietà terriera e dal notabilato di sentimenti conservatori.

Con Pietro Natali, Ugolino Gullini, il tipografo Giuseppe Bigiani e alcuni studenti dell'ateneo maceratese fu magna pars dell'esperienza giornalistica de «L'Educatore» che fu particolarmente apprezzata dalla borghesia impiegatizia e commerciale e in parte del ceto operaio.

Morì a Montecassiano il 17 aprile 1901.

«Lucifero» ricordò con estrema sintesi i suoi trascorsi patriottici e lo salutò con queste efficaci parole: «Morì, come visse, nella fede di Giuseppe Mazzini, onorato del pianto e della stima di quanti lo conobbero».

ACMc, Anagrafe, cartellino individuale; Necrologie in «Il Risveglio», 20 aprile 1901 e in «Lucifero», 27-28 aprile 1901; V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Arnaldo Forni, Milano 1928-36 (ristampa), vol. I, p. 403; Bibliografia della stampa operaia e democratica nelle Marche 1860-1926. Periodici e numeri unici della provincia di Macerata, a cura di V. Gianangeli, il lavoro editoriale, Ancona 1998, pp. 45-48.


ARCHIBUGI Fratelli
Francesco e Alessandro nacquero ad Ancona, rispettivamente, il 21 luglio 1828 e il 28 agosto 1829, da Leopoldo, rampollo di una famiglia di armatori dorici, e Teresa Balani.

Il loro fratello minore Federico (nato nel 1836) generò cinque figli, Francesco, Alessandro, Augusto, Teresa e Enrichetta.

Francesco sposò Adalgisa Bandini, figlia di Maria Elia, attiva garibaldina in Ancona e sorella di Augusto Elia il quale, a sua volta, sposò Maria Balani, della stessa famiglia di Teresa.

Studiarono all'Università "La Sapienza" di Roma, il primo presso il Collegio di filosofia e matematica, mentre il secondo al Collegio di medicina.

Nel 1848 militarono nella prima guerra d'indipendenza con il Battaglione universitario romano, combattendo a Cornuda e Vicenza; nel 1849 si arruolarono volontari in difesa della Repubblica romana.

Alloggiarono il 29 aprile presso il convento di San Cosimato e l'indomani presero parte allo scontro vittorioso tra Porta S. Pancrazio e Porta Cavalleggeri contro le truppe francesi; il 9 maggio combatterono a Palestrina contro le truppe borboniche.

Quando alla fine di maggio tornarono nella capitale, il loro Battaglione fu inviato da Garibaldi a presidiare la zona nord della città, in prossimità di Ponte Milvio e dei Monti Parioli.

Dal 3 giugno, ci furono diversi scontri a fuoco tra i volontari romani e le truppe francesi e in quello dell'11 giugno furono entrambi colpiti dai proiettili nemici, morendo il primo il 13 giugno 1849 - pochi giorni dopo aver conseguito la laurea - in una casa privata nei pressi del Ponte Mollo e il secondo il 22 giugno seguente, dopo una lunga agonia presso l'Ospedale di Civitavecchia.

Ad essi è intitolata una strada di Roma, tra via Flaminia e viale Tiziano, in prossimità del luogo in cui caddero combattendo, mentre un'epigrafe li ricorda nel Palazzo comunale di Ancona.

Nel 1941 venne eretta una colonna romana a ricordo dei combattimenti e dei caduti del Battaglione universitario.

Dal 1989, l'Università di Roma "La Sapienza" tiene un incontro annuale di studi storici sulla Repubblica romana, nel quale si presta particolare attenzione al ruolo svolto dal Battaglione.

L'Associazione Nazionale Garibaldina tiene, inoltre, una commemorazione annuale a metà giugno a Roma presso il Cippo commemorativo in Via Fratelli Archibugi.

D. Silvagni, Eroi sconosciuti: fratelli Archibugi 1848-49, Lapi, Città di Castello 1893; G. Badii, Archibugi (fratelli), in DRN, II, p. 100; F. Archibugi, Memoria. Sulla morte in combattimento di Francesco a Alessandro Archibugi, Città Universitaria, Roma 2006; N. Serra, Caduti e feriti del Battaglione Universitario Romano, Città Universitaria, Ro-ma 2006; testimonianza di Francesco Ar-chibugi, 8 giugno 2011.


BALDELLI GOFFREDO
Nacque a Falconara Marittima il 15 maggio 1905 da Cesare e Catilde Buontempi.

Figlio di un fabbro ferraio, appartenne a famiglia repubblicana e giovanissimo si iscrisse al Movimento giovanile repubblicano.

Particolarmente articolata fu la sua carriera militare.

Classe di leva 1905, fu posto in congedo illimitato nel 1924.

Richiamato alle armi il 20 maggio 1925 e assegnato ai reparti "Carro Armati Roma", fu dichiarato idoneo il 21 maggio 1925 e assegnato ai mezzi in servizio militare il 6 maggio 1926.

Posto nuovamente in congedo il 23 settembre 1926, si presentò alla chiamata di controllo del 1932.

Venne poi richiamato alle armi, assunto dallo Sme il 2 ottobre 1943 e inviato in missione in territorio occupato dai fascisti, cioè sulla costa marchigiana, il 22 ottobre successivo.

Presentatosi alla formazione partigiana "Comando 1° Gruppo Divisioni Ancona" il 22 novembre 1943, fu inquadrato nel corpo, assumendo la qualifica gerarchica partigiana di Ispettore Gruppo Divisioni (capitano).

Fu equiparato a tutti gli effetti ai militari volontari impegnati nella lotta di liberazione.

Aderì al movimento clandestino antifascista, partecipando ai primi gruppi di "Giustizia e Libertà", venendo sorvegliato e perseguitato dal regime.

Nel 1942 entrò nel Partito d'Azione, dispiegando un'intensa attività nella stampa, nella diffusione di volantini e negli uffici pubblici.

Arrestato nel giugno 1943 a seguito di una delazione, rimase in carcere alcune settimane.

Nel settembre successivo partì, insieme a Ferdinando Luchetti, in un viaggio verso il sud, deciso e sostenuto economicamente da Piero Pergoli, per prendere contatto con gli Alleati: raggiunsero Brindisi, da dove ripassarono le linee ai primi di ottobre via mare, accompagnati dal tecnico radio-telegrafista Aldo Acciarino, per quella che fu nelle Marche la prima missione del Sim (Servizio segreto militare); raggiunsero la costa a nord di Pedaso in canotto, trasportati da un mezzo navale inglese.

La ricetrasmittente della missione, che aveva lo scopo di favorire il recupero degli ufficiali angloamericani evasi dai campi di concentramento e collegare il governo del Sud e gli Alleati con la Resistenza, venne posizionata a Cingoli in una piccola chiesa abbandonata, già utilizzata dal comando della brigata partigiana.

A partire dal novembre '43 la stazione radio organizzò un regolare servizio di raccolta di informazioni che, partendo da Falconara mediante staffette, procurava informazioni al comando alleato.

Luchetti venne peraltro estromesso dalla missione, per leggerezza di comportamenti, dato che di essa aveva fatto più volte parola in pubblico.

Divenne braccio destro prima di Gino Tommasi (Annibale) e poi di Amato Tiraboschi (Primo).

Partecipò alle spedizioni più rischiose, assaltando quasi da solo le caserme dei carabinieri di Staffolo e di Casenuove di Osimo; inoltre partecipò, il 27 marzo 1944, al colpo di mano che portò i partigiani ad impossessarsi del comando della legione della Guardia di Finanza trasferitasi da Ancona a Filottrano, disarmando i militi e facendo un cospicuo bottino.

A metà del marzo '44 scortò il tenente Angelo Caracciolo, incaricato di trasferire nell'Italia liberata la documentazione relativa ai patrioti e alle organizzazioni partigiane, al luogo di imbarco presso la foce del Tenna, ma il viaggio a bordo di un autocarro targato "Città del Vaticano" si imbatté, il 26 marzo a Borgo di Treia, con un inatteso posto di blocco repubblichino; lo scontro registrò cinque morti e quattro feriti, ma il nucleo partigiano trovò rifugio in un bosco.

Sfuggito al grande rastrellamento nazifascista della primavera '44, riorganizzò il campo di lancio della Valdiola, occupandolo con un pugno di audaci.

La sua tragica fine mostrò, da una parte, i contrasti in atto al vertice della Resistenza marchigiana e, dall'altra, privò quest'ultima di uno degli elementi più coraggiosi e preziosi.

Recatosi il 5 giugno 1944 a Poggio San Vicino per recuperare le armi aviolanciate, giunse al campo dei partigiani dopo una notte di fatica per portare a termine quasi da solo la missione e si sfogò con Alvaro Litargini, accusando l'accampamento di fare «vita frivola e svagata».

Affrontò a brutto muso lo scozzese Douglas Davidson, maresciallo autopromossosi capitano, tipo litigioso e uno dei pochissimi inglesi comandanti di bande nella regione; durante la lite, però, venne freddato da tre colpi di pistola sparati da Dimitrya Jovovic, detto Mirco, un montenegrino presente alla scena, poi condannato all'ergastolo dalla Corte di Assise di Macerata, con sentenza n. 38 del 2 dicembre 1948.

Morì dunque il 5 giugno 1944.

Venne poi insignito della medaglia d'argento al valor militare alla memoria il 31 gennaio 1947 dal Capo provvisorio dello Stato, perché esente «da obblighi militari, spontaneamente attraversava le linee di combattimento per collegare con il comando italo-alleato i nuclei patrioti della sua zona.

Ritornato in territorio occupato in qualità di collaboratore di una missione di collegamento per una serie di circostanze diveniva il capo ed esplicava per parecchi mesi una infaticabile ed appassionata attività per aumentare l'attività e l'efficienza delle formazioni patriote.

Cadeva nell'adempimento del proprio dovere altissimo esempio di amor patrio».

Distretto Militare di Ancona, Foglio matricolare rilasciato l'11 marzo 1960; Enjolras (P. Pergoli), I Patrioti delle Marche, supplemento a «Pensiero e Azione», 20 novembre 1944; Goffredo Baldelli eroe e martire della Resistenza, in «Lucifero», 7 giugno 1964; M. Salvadori, La Resistenza nell'Anconetano e nel Piceno, Istituto per la storia del movimento democratico e repubblicano nelle Marche, Ancona 2005 (1° edizione 1962), pp. 176-82; G. Piccinini (a cura di), Falconara '900. Gli uomini e la città. Falconara Marittima 1990, pp. 140-155; Lotta per la libertà nelle Marche 1943-1944, Edizioni Il nuovo Cittadino, Jesi, s.d. [2005], pp. 27-88 passim; R. Giacomini, ribelli e partigiani la resistenza nelle marche 1943-1944, affinità elettive, Ancona 2008 (1° edizione, 2005), ad nomen.


Elenco biografati
AGHI ALDA
ANGELELLI ONOFRIO
ANTOLINI GIUSEPPE
ARCHIBUGI Fratelli (ALESSANDRO e FRANCESCO)

BALDELLI GOFFREDO
BALLANTI PANFILO
BATTAGLIA CORRADO
BATTELLI ANGELO
BELARDI AROLDO
BERARDUCCI GIUSEPPE
BERNA GIULIA
BERNARDINI COSTANTINO
BETTI LUCIO
BIGI ALDEMIRO FERRUCCIO
BOLDRINI AURELIANO
BONOPERA AUGUSTO
BOSDARI GIOVANNI BATTISTA
BRACONI MARIA
BRUNORI GUGLIELMO
BRUSCANTINI GIUSEPPE
BRUSCHETTINI AUGUSTO
BUCCI LORENZO
BUDINI NELLO
BUDASSI FRANCESCO

CALAMOSCA FRATTI
CANALETTI FORTUNATO
CAPORIONI GIROLAMO
CAROTTI PACIFICO
CASACCIA ANTONIO
CASTELLANO PIETRO
CATTABENI ANDREA
CATTABENI VINCENZO
CAVALIERI BENVENUTO
CELLI ANGELO
CERNI AIACE
CERQUETTI TORELLO
CHIOSTERGI GIUSEPPE
CIANCA MELCHIADE
CIANCA NATHAN
CIANCA RINALDO
CIANCA SETTIMIO
CIANCA TEMISTOCLE
CINGOLANI CELSO
CIVILOTTI GIROLAMO
COLA MILZIADE
COLOCCI ADRIANO
COLOCCI ANTONIO
CONTI GIOVANNI
COSTANTINI MATTEO

DEL MONTE VINCENZO
DUCA ALFREDO
DURANTI LAMBERTO

ELIA ANTONIO
ELIA AUGUSTO
EMENDABILI GALILEO

FALLERONI GIOVANNI
FANTINI LUIGI
FERRI GIAMBATTISTA
FIORI AUGUSTO
FOGACCI SEVERIANO
FOLTRANI DOMENICO
FRONCINI MARINO

GABRIELLI GABRIEL ANGELO
GARAMPI FRANCESCO
GARIBOLDI GIUSEPPE
GATTI GUGLIELMO
GATTI OBERDAN
GENNARI PATRIZIO
GIACCAGLIA EMILIO
GIANNELLI ANTONIO
GIGLI RENATO
GINESI ATTILIO
GIOMBI Fratelli (OLINTO e OLIVIO)
GRASSETTI UMBERTO
GRISEI FRANCESCO SAVERIO

IPPOLITI ITALO

LAURANTONI NICOLA
LEONARDI GIULIO CESARE
LETI GIUSEPPE
LEVI SARA
LUGLI BRUNO
LUPI GUIDO STEFANO

MALINTOPPI ENRICO
MANCINI ENNIO
MANDOLINI LUIGIA
MANFREDI ALFREDO
MANSANTA GUERRINO
MARABINI CAMILLO
MARANI ARMANDO
MARINELLI ODDO
MARINI ANGELO
MARSIGLIANI GIUSEPPE MARIO
MARTORELLI ADOLFO
MARZETTI ANDREA
MATTIANGELI BRUNO
MAZZOLENI PERICLE
MENGOZZI PIETRO
MERCANTINI LUIGI
MINCIOTTI GIORGIO GIACINTO
MONTI DOMENICO
MOREA ALFREDO
MORETTI SECONDO
MOSCIONI NEGRI ANTONIO
MUGNOZ ARTURO
MURRI AUGUSTO
MURRI FRACCAGNANI GIAMBATTISTA

NATALI PIETRO
NERONI CANCELLI GIUSEPPE
NICOLINI GIAMBATTISTA

PACETTI DOMENICO
PALMIERI SANTE
PAOLINELLI ARSENIO
PATERNI GAETANO
PATERNI MARIO
PATTONICO TEODORICO
PENNESI ORAZIO
PERCHI GEMMA
PERGOLI PIERO
PERGOLI ZUCCARI GIUSEPPE
PEROZZI VITTORIO
PETRINI TORELLO
PETTINARI ALESSANDRO
PIANESI LUIGI
PICCIONI PARIDE
PICCOLOMINI GIOVANNI
PICHI ANGELO
PIETRONI ARMANDO
POLITI CORRADO
POLITI FRANCESCO
PONZETTI MARIO
POSSENTI GREGORIO
PROCACCINI CONCETTO

RAGNI LUIGI
RAVAGLI GAETANO
RENGANESCHI GIUSEPPE
RICCIONI NICOLÒ
ROCCHI GOTTARDO

ROSI ANGELO
SABBATINI PACIFICO
SALVATORI GIOVANNI FRANCESCO
SANTINI AUGUSTO
SBRISCIA VINCENZO
SCHELINI DOMENICO
SENESI FILIPPO
SERAFINI APOLLINARE
SILVESTRI CAMILLO
SIMONCELLI GIROLAMO
SPADOLINI ERNESTO
SPERANZA ALCEO
STEFANINI BONAVENTURA
STERNINI AMILCARE

TACCARI VINCENZO
TACCONI GIUSEPPE
TALEVI SALVATORE
TAMANTI COSTANTINO
TANZIANI FAUSTO
TASSETTI ANTONIO
TORNABUONI MANNOCCHI FILIPPO
TRANQULLI ANTONIO
TREVISANI GIUSEPPE IGNAZIO

UGOLINI FILIPPO

VECCHI CANDIDO AUGUSTO
VENTRONI PIETRO PAOLO
VOLPI LUIGI

ZANNINI NAZZARENO
ZANNONI ALFREDO
ZUCCARINI OLIVIERO


Consigli di lettura
Mazzini (Il Mulino, 2011) di Giovanni Belardelli.


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L'esperienza umana e politica di Virginio Borioni

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Autore: Susanna Mosca

Prima edizione: 11/2011

Edizione corrente: 11/2011

EAN-ISBN: 9788890545432

Pagine: 135

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 14,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.9

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

Acquista il libro.


Descrizione
Il libro ripercorre la vita dell'avvocato Virginio Borioni, comunista maceratese, eletto deputato nella prima legislatura repubblicana.

Fin da ragazzo sposò la causa antifascista e per le sue idee politiche venne arrestato e condotto al confino di polizia, dove conobbe Antonio Gramsci, di cui divenne corrispondente.

Dopo cinque anni di prigionia ritornò nelle Marche, partecipando alla lotta partigiana e fondando, nel 1943, il Comitato di Liberazione Nazionale di Macerata.

Finita la guerra, ricoprì l'incarico di consigliere comunale e dal 1948 al 1953 contribuì in Parlamento alla ricostruzione dell'Italia post-bellica.

Ammirato e rispettato dagli stessi avversari politici, rivelò grandi doti umane e civili, mantenendosi in una linea di fedeltà agli orientamenti del Pci.


Indice
Introduzione


PARTE PRIMA
Un giovane antifascista maceratese

Origini e formazione. I primi scontri con i fascisti

Roma, l'arresto e il confino

La reclusione ad Ustica e il rapporto con Gramsci


PARTE SECONDA
Il ritorno nelle Marche e la guerra al fascismo

Un'espulsione incompresa

L'esperienza all'interno del Cln di Macerata

L'epurazione maceratese


PARTE TERZA
La carriera politica di Borioni

L'attività politica maceratese

L'attività parlamentare

La memoria di Virginio Borioni: un uomo dimenticato


Appendice documentaria

Bibliografia

Indice dei nomi

L'autrice


Note biografiche
Susanna Mosca si è laureata in Filologia Moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata, con una tesi di ricerca in Storia delle Marche in età contemporanea con il professor Marco Severini.

Nel 2012 partecipa al progetto "Eventi e luoghi della Resistenza", organizzato dall'Anpi di Macerata per le scuole, al fine di spiegare ai ragazzi il valore del luogo della memoria per la ricostruzione della storia locale.


Estratto
Origini e formazione. I primi scontri con i fascisti

Virginio Borioni nacque a Macerata il 2 maggio 1903 da una famiglia di tendenze repubblicane.

Il padre, l'avvocato Lorenzo Borioni, fu segretario della provincia e la madre, la nobildonna Costanza Felici, morì di parto il 22 marzo 1919, dopo aver dato alla luce Germana, l'ultima di 7 figli.

Interessato fin da ragazzo alla politica, Borioni militò giovanissimo nelle fila del Partito socialista della sua città e si pose alla guida del Gruppo Giovanile, detto dei «Terzieri», poiché aderenti alla Terza Internazionale.

Entrò fin da subito in contrasto con i fascisti, come dimostra un articolo pubblicato sul giornale «La Provincia Maceratese» il 13 febbraio1921:

Ci affrettiamo ad accontentare i signori del Fascio Combattimento: nella mischia provocata dall'ingiunzione dei fascisti di abbandonare le lezioni, furono malmenati o contusi nel corridoio del Liceo-Ginnasio Leopardi, lo studente Borioni, la studentessa Cingolani e il fanciullo Clofi, figlio del Conte Clofi, presidente del Tribunale.

E siamo pronti a provarlo .

Al termine dei suoi studi liceali, il Partito fece pubblicare un articolo di congratulazioni nel medesimo giornale:

Il nostro giovane compagno Virginio Borioni ha conseguito in questi giorni la licenza liceale, senza esame, risultando il primo della classe.

Al carissimo giovane, con molti auguri per l'avvenire, i nostri rallegramenti .

Il Partito socialista, dopo le elezioni del 1919, si era notevolmente rafforzato, anche a livello nazionale e avrebbe potuto svolgere una funzione molto più determinante nell'opposizione al fascismo.

Al contrario, proprio in quegli anni di importanza cruciale, il suo programma poco avanzato e la sua politica di compromesso, portarono al congresso di Livorno del 1921.

Precisamente il 21 gennaio, nella sala del teatro Goldoni, alcuni delegati abbandonando i lavori in corso, si spostarono nei locali del teatro San Marco e fondarono il Partito comunista.

La minoranza, che rappresentava 58.783 iscritti su 216.337, era costituita dal gruppo «astensionista» che faceva capo ad Amedeo Bordiga, che guidò per primo il nuovo Partito, dal gruppo dell'«Ordine Nuovo» di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e Angelo Tasca e dalla stragrande maggioranza della Federazione giovanile socialista.

Questi nuclei di sinistra trovarono un elemento di unione nella fedeltà alla Terza Internazionale e al suo programma, condensato nei 21 punti; Borioni fu presente a questo congresso e si trovò d'accordo con le idee dell'ala che si distaccò dal P.S.I.

A Macerata però, per la minore consistenza dei nuclei operai e per il ritardo dell'organizzazione contadina, il Partito comunista non riuscì a diventare subito attivo, infatti bisogna attendere il settembre 1921 per la nascita della prima sezione della città e furono soprattutto i giovani socialisti a costituire il nuovo organismo.

Nel 1922, a soli tre anni dalla scomparsa della madre, Virginio rimase orfano anche di padre.

«La Provincia Maceratese» commentò così l'accaduto:

Il 14 marzo alle ore 6, moriva l'Avv. Lorenzo Borioni che fu già Segretario-capo della nostra Amministrazione provinciale.

Uomo di forte intelligenza e di larga cultura ebbe, pari all'ingegno, bontà squisita d'animo.

E non fu fortunato nella vita e morì in povertà dignitosa, nella luce della immutata fede repubblicana.

Unico conforto l'amore dei figli, che si raccolsero intorno al suo letto nelle doloranti giornate della malattia e la pietosa premura di pochi amici.

La sua vita si divise allora tra Macerata, Cingoli, dove la zia Enrichetta Felici Onorati, sorella di Costanza, si prendeva cura dei suoi fratelli più piccoli e Roma, dove si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza all'università "La Sapienza".

Cingoli registrò numerosi scontri tra fascisti e antifascisti e in questo clima si rafforzarono gli ideali di Borioni, antifascista convinto e fin da subito comunista di spicco.

Si deve infatti a lui la nascita della sezione comunista della città, poco tempo dopo la formazione di quella maceratese.

Consultando i fogli d'iscrizione al P.C.I. degli anni 1944-45 risulta che solo 7 militanti si staccarono dal Partito socialista per entrare nella nuova formazione e questo fu dovuto in parte all'antica tradizione anarchica e repubblicana della città.

Dal 1922 gli scontri con i fascisti divennero all'ordine del giorno in tutta la provincia di Macerata.

Questi godevano del sostegno delle forze dell'ordine e della magistratura che, troppo spesso, incriminava gli antifascisti, rei di difendersi dalle aggressioni e assolveva da ogni imputazione i fascisti, anche se colpevoli.

Esemplare in questo caso fu la vicenda, pubblicata sui giornali dell'epoca, che riguardò Augusto Troccaioli: nel marzo 1922 il giovane barbiere comunista, passeggiando per il corso con alcuni compagni, incontrò uno dei capi del fascio locale, Emilio Rocchetti, che pretese che i giovani si separassero per lasciarlo passare, nonostante la strada fosse tanto vasta.

Passò urtando gli operai che, ovviamente, reagirono verbalmente.

Sul momento non ci furono conseguenze, ma la sera, poco dopo le nove, in via Garibaldi, Troccaioli, che si trovava in compagnia di alcuni amici, venne ucciso con un'arma da fuoco dallo stesso Rocchetti.

Nonostante la presenza dei testimoni, che identificarono l'assassino e le proteste dei giornali, il colpevole venne assolto e il delitto restò impunito.

I fascisti dimostrarono un programma preciso e rigoroso nel collocare gli uomini nei posti giusti e se qualcuno di questi non seguiva le direttive veniva immediatamente rimosso.

Dopo il congresso di Roma, le squadre iniziarono ad essere parte integrante del Partito e questo fece dei capi dello squadrismo dei dirigenti politici.

Si costruirono i fasci nei diversi Comuni, si selezionarono gli aspiranti, si cercò di coinvolgere la massa femminile e le stesse autorità, a seconda del loro comportamento, vennero blandite o minacciate.

A Macerata tutte le sere venivano compiute inaudite violenze e i più colpiti erano Virginio Borioni, l'ex deputato socialista Lamberto Antolisei, il ragioniere socialista Concetto Machella, l'avvocato De Francesco, il socialista Torello Campetti e tanti altri.

Venivano frequentemente distrutti i negozi di esponenti dell'antifascismo, come la calzoleria dei fratelli Mario e Mariano Pallotta, la pasticceria Pompei, la cartoleria Franceschetti.

Borioni era conosciuto dalle autorità maceratesi, da quelle cingolane e addirittura da quelle romane, poiché nella capitale fece parte del Comitato federale laziale e svolse un'intensa attività, venendo ripetutamente arrestato e subendo anche due processi.

Le angherie fasciste divennero sempre più pesanti, tanto che indussero alcuni ad emigrare in altri paesi.

Coloro che restarono però non si diedero per vinti.

Il 1° maggio del 1922 si organizzò una grande manifestazione popolare a Cingoli ad opera di tutti i partiti antifascisti; «La Provincia Maceratese» ricordò così l'accaduto:

Rimarrà memorabile negli annali della cronaca cingolana la festa del primo maggio 1922, celebrata insieme agli anarchici, ai comunisti e ai repubblicani.

Dopo tanti anni di astiose quanto sterili lotte, mai si era vista una manifestazione più salda e sincera, piena di promesse e di fervidi propositi per l'avvenire.

Un manifesto a stampa aveva annunziato alla cittadinanza il significato che intendevano dare alla festa i partiti d'avanguardia: manifestazione di fede e di forza rivoluzionaria di protesta contro la reazione borghese per la difesa delle elementari libertà conculcate...

Questo fu uno degli ultimi articoli del giornale socialista, che venne definitivamente soppresso nel luglio dello stesso anno, mentre faceva la sua comparsa «L'Azione Fascista», organo ufficiale dei fasci del territorio maceratese.

La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 decretò l'inizio della clandestinità per quanti non avessero aderito al Partito.

Già a sera erano confluite su Macerata squadre fasciste e nazionaliste che si insediarono nel centro storico in attesa di ordini.

Nel giro di pochi mesi furono costretti a dimettersi il prefetto Graziani, il sindaco Ricci e tutta la giunta.

Cingoli fu uno dei Comuni che tentò di resistere più a lungo.

Il 7 novembre 1922 venne organizzata la celebrazione dell'anniversario della rivoluzione bolscevica: molti furono gli arresti e i fascisti cercarono di dar fuoco alla tipografia che aveva stampato i manifesti.

Ancora, in occasione di un funerale di un esponente del Partito repubblicano, Corrado Battaglia, si avvistarono bandiere rosse sventolare in mezzo all'enorme afflusso di popolazione presente al rito civile.

I fascisti aspettarono la fine della funzione e il diradarsi della massa per aggredire i porta bandiera, esigendo la consegna delle stesse; per evitare il peggio ne venne consegnata solo una, dopo una lotta che durò quasi tutto il giorno.

Un episodio importante fu l'impedimento della partenza di una squadra fascista di Cingoli, che avrebbe dovuto compiere una spedizione punitiva nei pressi di Jesi.

L'autobus venne preso a sassate da un gruppo di antifascisti, bloccando in questo modo la prosecuzione del viaggio.

Si può dire che Borioni fino al 1926 ebbe molta fortuna nel non essere mai catturato per la sua attività nelle Marche; probabilmente fu presente a quasi tutti gli avvenimenti descritti nel Cingolano, ma il fatto di risiedere in due diverse città giocò sempre a suo favore nell'evitare il peggio.

L'unica eccezione a quanto detto fu il fermo subito nel 1925 che non ebbe comunque gravi conseguenze, almeno nell'immediato.

Alla fine di marzo due antifascisti, già conosciuti dalle autorità, Aldo Buscalferri e Gino Crucianelli, si diedero appuntamento in un caffè in via Giordano Bruno, a Macerata: scoperti dalla polizia, furono perquisiti e portati in Questura.

In una situazione come quella italiana durante tutta la dittatura, un semplice incontro tra operai della stessa fabbrica o di abitanti della stessa città, costituiva un motivo di arresto, ammonizione, invio al confino o deferimento al Tribunale Speciale.

Dalle carte sequestrate il questore sospettò che i due «fossero in attiva relazione con una perfetta organizzazione comunista operante in Italia» ; nel corso delle indagini successive Borioni venne arrestato, insieme ad altri compagni , perché sospettato di collaborare con i due antifascisti.

Il processo era finalizzato a stabilire l'esistenza di un'organizzazione comunista a Macerata.

Venne però rilasciato per mancanza di prove ed in carcere rimasero solamente Buscalferri, Crucianelli, Federici e Oberdan Ciccarelli.

Per un puro caso non venne preso dai fascisti nel dicembre 1923 a Colle San Valentino, nei pressi di Cingoli.

La Federazione provinciale comunista di Macerata vi organizzò un convegno per la scelta del candidato da proporre nelle elezioni che si sarebbero tenute nell'aprile del 1924.

La riunione si svolse nella tabaccheria di Scortichini, detto «Zampò» e, con il pretesto di dover partecipare ad una riunione tra operai, furono presenti 25 rappresentanti provenienti dai diversi Comuni della provincia.

Ha raccontato sull'accaduto Giuseppe Salomoni:

Tutte le precauzioni erano state prese, ma purtroppo ad un dato momento, ed era la seconda festa di Natale del 1923, il fascista Rossetti Ezio, impiegato allora all'ufficio anagrafe, entrò per prendere delle sigarette e sentì parlare animatamente nella sala soprastante e domandò cosa stesse accadendo.

Il proprietario, ignaro di quello che in effetti si stava svolgendo, gli disse che erano presenti Salomoni ed altri per un pranzo di operai.

Non convinto della spiegazione, si spinse fino a salire nel luogo in cui eravamo riuniti.

Tutti gli antifascisti si domandarono chi fosse e io li informai che si trattava di un pericoloso fascista.

Si decise subito di fermarlo per tutta la durata del congresso.

Successivamente vennero avvertiti per strada il dottor Gasperini, Virginio Borioni e altri che non venissero a questo convegno poiché eravamo stati scoperti .

Finita la riunione e rilasciato il «prigioniero», una corriera con una trentina di fascisti sorprese Salomoni con alcuni amici in strada.

Questi vennero brutalmente malmenati e bastonati ed egli venne arrestato ed interrogato ma, nonostante le ripetute minacce, non fece nessun nome.

Le elezioni furono la chiave d'accesso alla dittatura.

Mussolini, dopo aver ricevuto dal re Vittorio Emanuele III l'incarico di formare il governo, riuscì a varare una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che previde l'assegnazione dei due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto il 25% dei voti complessivi.

Nelle elezioni i fascisti sfruttarono appieno l'opportunità offerta da questa legge, presentandosi alle consultazioni insieme ad un folto gruppo di esponenti liberali, conquistando il 65% dei voti.

Si trattava del cosiddetto "listone", ovvero una grande lista che accorpava i principali leader del fascismo e vecchi dirigenti del liberalismo, tra cui gli ex presidenti del Consiglio Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando ed Enrico de Nicola, presiden-tedella Camera, il tutto con l'appoggio dei prefetti, della stampa, dell'opinione pubblica e dell'esercito.

Per ottenere la maggioranza le squadre fasciste ricorsero a brogli e violenze, coraggiosamente denunciate in Parlamento dal deputato socialista Giacomo Matteotti, che per questo venne brutalmente assassinato.

Tempi durissimi si preparavano per tutti gli italiani che, da quel momento in poi e nel corso della lunga dittatura, avessero tentato di resistere ai nemici della libertà.

Gli anni seguenti furono, infatti, terribili per Borioni: i fascisti lo conoscevano molto bene, sapevano che avevano a che fare con un comunista convinto e sospettavano, senza però averne prove certe, che dietro a tante azioni antifasciste ci fosse pure la sua firma.

Un esempio di questo è il verbale dell'arresto del fratello Raul, datato 13 settembre 1926:

Noi sottoscritti maresciallo maggiore Troili Giuseppe, ufficiale di polizia giudiziaria, Appuntato Andreani Carlo e carabiniere Marcellini Nazzareno, entrambi agenti di polizia giudiziaria, tutti dell'arma a piedi, appartenenti alla stazione suddetta, ognuno per la parte che ci riguarda, quanto segue: nel caffè centrale, abbiamo proceduto all'arresto, per misure di P.S. di Borioni Raul, furono Lorenzo e Felici Costanza, nato a Macerata il 24 aprile 1905, residente a Cingoli, studente, rinchiudendolo nella nostra camera di sicurezza.

A tale arresto, è stato ritenuto opportuno di procedere perché essendo il Borioni comunista e fratello del noto Borioni Virginio, anch'egli acceso comunista, avrebbe, col suo contegno spavaldo e prepotente, in occasioni di manifestazioni di giubilo per lo scampato pericolo di S. E. il presidente del Consiglio dei Ministri on. Mussolini, dato luogo a turbamento dell'ordine pubblico (...)

Il 1926 fu un anno di tragici cambiamenti per la provincia di Macerata, come per tutta l'Italia antifascista; questo vide, con l'approvazione delle leggi fascistissime, la definitiva soppressione del regime liberale e la sua trasformazione in regime fascista.

Emanate nel novembre 1926, consistevano in un complesso di decreti e misure di polizia ed avevano come scopo quello di eliminare ogni residua forma di opposizione e l'instaurazione di una dittatura in Italia.


Consigli di lettura
Il prigioniero. Vita di Antonio Gramsci (Laterza, 1998) di Aurelio Lepre.


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