Origini e cause dell'invasione cinese
Autore: Concetto Sciuto
Prima edizione: 03/2012
Edizione corrente: 03/2012
EAN-ISBN: 9788890545863
Pagine: 304
Rilegatura: Filo refe
Dimensioni: 15x21 cm
Prezzo di copertina: 24,00 Euro
Collana: Storia Extraeuropea, n.1
Argomento: Storia, Storia extraeuropea
Descrizione
Il 7 ottobre del 1950 le truppe di Mao Zedong invadono il Tibet soggiogando il suo pacifico popolo.
Cosa si nasconde realmente dietro un apparente problema territoriale?
Questo libro dà finalmente voce ad alcune inconfessate verità grazie a una rigorosa ricostruzione degli avvenimenti che hanno fatto la storia del Tibet.
Un doveroso tributo per non rimanere colpevoli debitori verso la storia e la millenaria tradizione del "Paese delle nevi".
Indice
Prefazione
Introduzione
Tibet tra passato e presente
1. Cristallizzare un evento
1.1. La storia ci ricorda che...
I Scheda - Il Buddhismo
1.2. Dal XIV al XVII secolo: l'ascesa dei Gelugpa
1.3. Il V Dalai Lama
II Scheda - Il Grande Quinto e il Potala
1.4. L'ascesa mancese e il VI Dalai Lama
1.5. Le prime riforme del 1721
1.6. Un secolo di riforme e ordinanze
III Scheda - L'inconsistente ruolo degli amban
1.7. Il XX secolo e il ruolo dell'Occidente
IV Scheda - Il Grande Gioco
1.8. Le reazioni mancesi al "Grande Gioco"
1.9. La fine dei Qing e del rapporto Cho.Yon
1.10. La convenzione di Shimla del 1914: questione di confini
V Scheda - Un processo mai nato
2. Anatomia di un'invasione
2.1. Breve storia della Rivoluzione cinese
2.2. L'alba del PCC
2.3. La cornice ideologica della rivoluzione comunista
2.4. Comunismo vs feudalesimo
2.5. Altri effetti dell'isolazionismo
2.6. La "Grande Anima" indiana
2.7. Corea 1950
2.8. Una barriera naturale
2.9. Ricchezze naturali
2.10. Il 7 ottobre del 1950
VI Scheda - L'accordo in diciassette punti
2.11. Un accordo fallito
3. Il dopo Mao
3.1. Primi cambiamenti nella Cina post maoista
VII Scheda - Indipendenza de facto e de iure: il doppio criterio USA
3.2. L'America dei presidenti, dei VIP e dei movimenti
4. Dal 2006 al 2010: il Tibet oggi
4.1. Da Pechino a Lhasa forando le nuvole
VIII Scheda - La Qinghai-Tibet Railway in cifre
4.2. Tra proclami e polemiche: un treno che non unisce
4.3. Orgoglio cinese
4.3.1. Sviluppo economico
4.3.2. Crescita culturale
4.3.3. Turismo
4.4. Quando arrivano le ruote, la pace se ne va
4.4.1. Una data non casuale
4.4.2. Sviluppo economico?
4.4.3. Pacifica invasione
4.4.4. Genocidio culturale
4.4.5. Ambiente
4.4.6. Problema sicurezza
4.5. E il "dopo" QTR?
5. L'anno del Dragone
5.1. Lhasa 10 marzo 2008: cronaca di una sommossa
5.2. La prima vittima della guerra
IX Scheda - I luoghi della rivolta
Lo Jokhang
Ganden, Sera, Drepung e Tashi Lhunpo: i monasteri come simboli.
Le sedi storiche della scuola Gelugpa
Non solo Gelugpa
5.3. Tashilhunpo e il Panchen Lama
5.4. Due figure per un solo ruolo
5.5. XXIX παιδίαι Ολύμπιοι
5.6. «L'importante non è vincere ma partecipare»: in tutti i modi
5.7. Direzione Beijing: un percorso lungo 130 giorni di proteste
5.7.1. From Wembley to Greenwich
5.7.2. Paris mon amour
5.7.3. "Frisco" e il Golden Gate
5.7.4. Da Buenos Aires a Jakarta
5.7.5. L'ospitale India
5.7.6. 9.000 metri sopra le nuvole
5.8. Una manifestazione da guinness
X Scheda - Numeri da medaglia
5.9. Al di là delle cifre: l'evento mediatico su tutto
5.10. One world one dream one... business: tra sponsor, divieti e concessioni "The show must go on"
6. Cinquant'anni da Lhasa
6.1. Tra falsi paradisi e inferno in terra
XI Scheda - Il Losar
6.2. Boicottare il Losar
6.3. E la Cina festeggia i cinquant'anni dalla "liberazione"
6.4. Atti ufficiali
Breve commento
7. L' ambigua diplomazia internazionale
7.1. Non solo USA, le altre iniziative internazionali
7.2. L'ONU e le sue risoluzioni
7.3. Ospitalità UE
7.4. Le risoluzioni del Parlamento europeo
7.5. La diplomazia nel Belpaese
Un nuovo incontro
7.6. Terzo millenio, una "scomoda" solidarietà: da Oriente a Occidente un passo indietro
7.6.1. La Francia di Sarkozy
7.6.2. United States of America
7.7. Delusione a "stelle e strisce"
XII scheda - Dalla porta di servizio
Conclusioni
Le tigri e la gazzella
Nuovi alleati
Memoria e tradizione
Incarnare gli ideali di un popolo
Aspettando il domani
Cronologia essenziale
Elenco delle persone citate
Indice dei nomi
Riferimenti bibliografici
L'autore del libro
L'autore della prefazione
Note biografiche
Concetto Sciuto è nato a Catania il 20 giugno del 1962.
Laureato in scienze sociologiche con specializzazione in Storia contemporanea e Filosofia, si è interessato della questione Tibet durante i suoi studi sociologici, argomento che ha poi ulteriormente elaborato in sede di preparazione alla tesi di laurea.
Anche in seguito ha continuato a interessarsi dei recenti sviluppi dell'invasione cinese in Tibet, aggiornandosi costantemente sulle ultime vicende di cronaca che hanno interessato i due paesi asiatici, soprattutto in merito alle loro ricadute sociopolitiche.
Un accresciuto bagaglio d'informazioni che gli ha permesso di rendere ancora più attuale il testo in questione.
Visita il blog di Concetto Sciuto.
Estratto
1. Cristallizzare un evento
1.1. La storia ci ricorda che...
Relegare temporalmente l'invasione cinese del Tibet alla fatidica data del 7 ottobre 1950 sarebbe, oltre che una distorsione storica, un'affrettata sintesi, per nulla esaustiva, di un problema che ha chiaramente origine in tempi più lontani.
In un'azzardata comparazione di eventi con qualcosa di storicamente a noi più familiare, è come se argomentassimo sulla fondazione della Repubblica Italiana senza fare un minimo accenno a quel decisivo periodo storico noto con il nome di Risorgimento.
Per comprendere quindi il problema Tibet oggi bisogna cercare di leggere e interpretarne, tra le pieghe della sua storia, le motivazioni e le concause che condussero la Cina di Mao a invadere il "Tetto del mondo", per liberarlo, a metà del XX secolo.
Pertanto, proverò in questo primo capitolo non tanto a elencare una mera lunga serie di eventi ma a cristallizzare, esplorandoli, i momenti storici più importanti che stettero alla base di tale decisione, cercando di descrivere soprattutto come gli uni divennero in maniera inesorabile il precipitato degli altri.
Per raggiungere agevolmente quest'obiettivo diviene indispensabile iniziare il percorso storico raccontando, in maniera sintetica, le origini del popolo tibetano o almeno di quando «quel crogiolo di razze nomadi o variegato mondo di tribù dell'Asia centro-settentrionale, che costituivano l'elemento fondamentale dell'etnia tibetana», occuparono la parte centrale del Tibet ed esattamente la regione dell'U e dello Tsang, e le province orientali e settentrionali oggi conosciute, rispettivamente, come Kham e Amdo.
A parte questo, poco o nulla si è rinvenuto sulle origini storiche ed etniche del popolo tibetano e, come spesso accade, in mancanza di dati certi la realtà cede il passo alla fantasia, sopperendo con il mito la mancanza di una documentazione storica attendibile.
Pertanto, sfruttando uno dei pilastri della dottrina buddhista come la reincarnazione, tradizione vuole che l'evoluzione del popolo tibetano avesse origini dall'unione di uno scimmione con un demone donna o, secondo una versione diversa che si tramanda in altre regioni del Tibet, dal bodhisattva Chenrezig che donò i voti di laico buddhista a uno scimmione prima dell'unione con il demone.
Qualunque sia delle due la versione più accreditata poco importa poiché scopo principale del mito era di esaltare la carismatica figura di Chenrezig - traduzione in tibetano dell'originale nome sanscrito di Avalokiteshvara - ritenuto ancora oggi da tutto il popolo tibetano un santo.
Sempre secondo il mito sembrerebbe che fu lo stesso Siddhārtha - il primo Buddha - in punto di morte a ordinare a Chenrezig di «andare in quella regione abitata da soli animali» per realizzare un vero popolo riunendolo sotto l'egida del Buddhismo.
E così, mosso da immarcescibile compassione, l'adepto assecondò il desiderio del primo Buddha, e ancora oggi si crede che i personaggi più eminenti della storia tibetana - come Songtsen Gampo, il V Dalai Lama, nonché l'attuale XIV - non sono stati altro che la reincarnazione dello stesso bodhisattva ancora impegnato, sotto rinnovate spoglie umane, ad adempire l'originale compito affidatogli.
In questo caleidoscopio di leggende divenne inevitabile quanto indispensabile, nel tempo, una commistione tra antichi miti, già presenti in Tibet, con altri di provenienza indiana, patria spirituale del buddhismo; lavoro cui furono "costretti" i primi monaci, provenienti dalla stessa India, affinché si creasse un utile ponte spirituale che potesse unire le tradizioni tibetane con la nuova religione.
Ed è ancora questa miscellanea di tradizioni mitologiche, più che la storia, a darci un importante aiuto in questa sintetica ricostruzione della genesi del popolo tibetano, narrandoci della prima stirpe che governò il Tibet, formata da re celesti, una sorta di semidei, che s'insediarono nella valle del fiume Yarlung - da cui l'omonima dinastia - con il loro primo monarca Nyatri Tsempo.
La leggenda del re semidio avrà fine solamente con l'ottavo re di Yarlung: Drigum Tsempo e - se ancora il mistero avvolge l'ascesa al trono di Songtsen Gampo, trentaduesimo re di Yarlung, ritenuto da molti il più grande imperatore del Tibet - si è certi che solamente dal VII secolo d.C., proprio con il Governo di Gampo, l'epoca dei miti cederà finalmente il posto alla concreta storia del "Paese delle nevi".
Storia che ci descrive una società fortemente gerarchizzata, di stile feudale e riunita sotto l'egida della dinastia di Gampo, che riuscì nell'impervio compito di ricomporre, dopo averli sconfitti in sanguinose battaglie, quel microcosmo di principati disseminati in tutto l'altopiano himalayano, trasformando di fatto il Tibet in un regno coeso e militarmente forte.
Proprio «in questo secolo risale il primo contatto politico tra il Tibet e la Cina» ed è quasi impossibile credere, alla luce degli avvenimenti attuali, ad un popolo tibetano «costituito da nomadi coraggiosi fino all'aggressività», che scorazzava in territorio cinese seminando il panico, fino a penetrare dentro il cuore stesso della Cina, conquistando, nell'VIII secolo d.C., l'antica capitale Chang'an - Xi'an - grazie alla solidità politica, alla potenza militare e alla stabilità sociale acquisite dall'impero tibetano nel corso di un secolo.
La determinatezza di quella stirpe portò dunque il Tibet a divenire un'entità politica indipendente formalizzando, inoltre, i propri confini con la Cina grazie ad una serie di trattati tra cui occorre citare il più famoso: il trattato stipulato fra il Re del Tibet ed il Re della Cina nell'anno cristiano 822, inciso su una stele di pietra ancora esistente.
Il Gran Re del Tibet, Divino e Miracoloso Signore, e il Gran Re della Cina, Hwang-ti, fra di loro come nipote e zio, hanno stabilito un'alleanza tra i loro due regni ed hanno ratificato un grande accordo.
Dèi e uomini ne sono a conoscenza e ne sono testimoni, in modo che tale alleanza non possa mai essere modificata [...]
Tibet e Cina si manterranno entro i confini dei territori che occupano in questo momento.
Tutto il territorio che si trova ad Oriente appartiene al paese della Grande Cina, mentre tutto quello che si trova ad Occidente, senza alcuna possibilità di contestazione, appartiene al paese del Grande Tibet.
Da questo momento in avanti, non vi saranno più guerre né spartizioni di territori, né dall'una né dall'altra parte del confine [...]
Questo solenne accordo dà inizio ad una grande epoca nella quale i tibetani saranno felici nella terra del Tibet ed i cinesi felici nella terra di Cina [...]
La difficoltà a credere ciò svanisce del tutto se pensiamo che quel miscuglio di etnie poco o nulla avesse in comune, sia per radici culturali che soprattutto religiose, con il pacifico popolo tibetano conosciuto oggi.
Proprio nella tradizione spirituale del Tibet di allora, costituita dall'antica religione Bon , risedette, di fatto, forse la più profonda differenza tra le due generazioni del popolo tibetano.
Differenza che iniziò a essere ancora più marcata in seguito anche con la vicina Cina in conseguenza di una rilevante serie di eventi storici.
Difatti, nonostante il matrimonio dello stesso trentaduesimo re di Yarlung nel 635 d.C., con la principessa nepalese Bhrikuti Devi, e soprattutto nel 641 d.C. con Wen-c'eng Kung-chu, giovane figlia dell'imperatore cinese, da un punto di vista religioso tra le due più importanti scuole buddhiste di allora, quell'indiana e quella cinese, prevalse in Tibet l'insegnamento della prima sulla seconda.
Inoltre, sul versante culturale, il Tibet aveva mutuato dall'India un altro importante elemento come la scrittura «che bene si adattavano alla lingua tibetana dando così la possibilità di tradurre in segni i suoni fonetici».
Fondamentale eredità culturale ottenuta grazie ancora all'opera di Gampo che, secondo alcune fonti, dopo avere inviato diversi studiosi in India o, secondo altre, in zone diverse dall'India - ma dove vigeva sempre l'uso della scrittura indiana - gettò le prime fondamenta di quell'edificio alfabetico che sarebbe divenuto, nel tempo, l'attuale lingua tibetana.
Tutto ciò pose per secoli i due paesi, India e Tibet, in una perenne osmosi religiosa e culturale che legò storicamente per sempre i due popoli, creando un'intesa e un rapporto di buon vicinato che si consolidò nel tempo, diffidando, invece, sempre più dalla vicina Cina.
Sfiducia alimentata, fin da allora, da quella marcata diversità linguistica (nelle loro scritture si coglie la radicale differenza nel modo di esprimersi), religiosa, con una concezione della vita totalmente diversa, e socioculturale (il Tibet ha una letteratura essenzialmente filosofica, mentre la Cina accorda maggiore attenzione alle cronache storiche e ai codici che regolano la società umana).
La storia aveva creato due popoli, anche se geograficamente e politicamente vicini - grazie al matrimonio tra Gampo e Wen-c'eng Kung-chu - di fatto lontani tra di loro in tutto.
Tuttavia, affinché il buddhismo potesse attecchire in un paese permeato da immemorabile tempo dall'antica religione Bon bisognerà attendere circa il 755 d.C. e l'ascesa al trono del "Tetto del mondo" di Trisong Deutsen - sempre della potente dinastia Yarlung, fedele seguace della nuova dottrina - per vedere fiorire in Tibet i primi templi buddhisti e la nuova confessione diffondersi in maniera talmente capillare da eclissare, nel volgere di pochi secoli, l'antica religione Bon.
Scrittura, lingua, religione e nuove leggi furono dunque quei fondamentali elementi che diedero corpo a una nuova identità del popolo tibetano: il sogno del Buddha e del suo discepolo Chenrezig si stava lentamente ma tenacemente realizzando.
Divenendo nei secoli la diffusione del Buddhismo sempre più invasiva, la nuova dottrina rappresentò per la popolazione tibetana una radicale svolta spirituale che porterà il "Paese delle nevi" nei successivi duecento anni - tra il IX e XI secolo - a un cambiamento soprattutto interiore tra i suoi adepti, con conseguenti inevitabili e profonde trasformazioni sul piano sociale, politico e militare.
Difatti se l'introduzione del Buddhismo, e soprattutto la sua capillare diffusione, da una parte creò quel cemento spirituale e culturale nel popolo tibetano, permeandone ogni aspetto sia nella vita individuale sia sociale, dall'altra i rivoluzionari quanto pacifici dettami religiosi, contenendo al loro interno i prodromi di un pericoloso mutamento, cannibalizzarono lentamente quell'antica unità politica e territoriale frammentando, nel tempo, l'antico impero tibetano in una costellazione di piccoli principati di cui i monasteri buddhisti rappresentarono il nuovo fulcro amministrativo.
Accennata l'importanza dell'influenza che esercitò la nuova religione sul piano sociale e politico del Tibet, si ritiene opportuno, a questo punto, esporre, in maniera ovviamente molto concisa, i princïpi della religione Buddhista cercando poi, attraverso questi, di comprendere meglio il perché la nuova dottrina incise in maniera così decisiva sulle future vicende storiche e politiche del Tibet.
Approfondimento possibile grazie alla I scheda.
Lunga intervista di presentazione del libro, 11 Aprile 2012
SestaReta Tv di Catania
Consigli di lettura
Alla conquista di Lhasa (Adelphi, 2008) di Peter Hopkirk.
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