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Raccolta delle esperienze condivise nel corso del "Seminario Interdisciplinare Interfacoltà Interuniversitario" SIII 2008

9788890387555.jpgAutori: Ivan Bargna, Stefano Bocchi, Emanuele Cassarino, G. Matteo Crovetto, Cristiana Fiamingo, Eriberto Eulisse, Jolanda Guardi, Elisabetta Nigris, Mariangela Querin, Simone Sala, Guido Sali

Curatori: Stefano Bocchi, Cristiana Fiamingo

Prima edizione: 04/2010

Edizione corrente: 04/2010

EAN-ISBN: 9788890387555

Pagine: 223

Illustrazioni: 21

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 18,00 Euro

Collana: Documentazione, n.1

Argomento: Agronomia, Alimentazione, Antropologia, Economia, Economia internazionale, Etnologia, Politica internazionale, Storia, Storia africana, Storia economica, Zootecnia


Descrizione
Il «SIII» è un progetto di collaborazione fra accademici e operatori di organizzazioni di volontariato finalizzato alla ricerca e all'offerta alla Cittadinanza di risposte circa la sostenibilità del Pianeta Terra.

Nell'edizione 2008, questa comunità ha voluto interrogarsi e dibattere coi propri interlocutori sull'impegno "Feeding the Planet: Energy for Life", che la città di Milano ha assunto quale tema vincendo la candidatura ad Expo 2015.

Nel confrontarsi con la Cittadinanza, docenti, studiosi, operatori di onlus hanno offerto metodologie, esperienze, visionari progetti di cooperazione e possibili direttrici formative che proseguono in queste pagine: si pensa possano essere questi gli strumenti che la Città potrà condividere al fine di giungere all'appuntamento internazionale di Expo, non tanto offrendo una scintillante vetrina, quanto un laboratorio di idee, congeniale e coerente rispetto alla pregnanza del tema e alle aspettative dei suoi ospiti.

Solo così Città e Cittadinanza dimostreranno d'aver compreso appieno le proprie responsabilità nei confronti delle Nazioni che ne hanno sostenuta la candidatura: Nazioni che in molti continenti faticano a veder soddisfatte per i loro Popoli le condizioni stesse che delineano e definiscono gli obiettivi internazionali quale, entro quello stesso 2015, la sconfitta della povertà.

Obiettivi tanto basilari quanto rivelatisi, di fatto, ambiziosi su scala globale: negli stessi giorni in cui si svolgevano seminari e dibattiti del SIII sul diritto alla sicurezza alimentare e sul diritto alla sovranità alimentare, in molte città del mondo addirittura il diritto al pane per tutti veniva rivendicato e difeso con la violenza.


Indice
Prefazione

Parte I Food security, tra definizioni e misurazioni

Stefano Bocchi
Sicurezza alimentare, ambientale e sovranità alimentare: evoluzione concettuale
  - Evoluzione del concetto di food security
  - La seconda modifica del concetto di food security
  - Food security: per una definizione condivisa

Parte II Soluzioni teorico-pratiche a problematiche inerenti la food security nel contesto globale

Guido Sali
Agricoltura, commercio e sovranità alimentare. Una sintesi impossibile?
  - Agricoltura e commercio internazionale
  - Il caso del cotone
  - Conclusioni

G. Matteo Crovetto
Zootecnia e Paesi in via di sviluppo
  - Progetti "sostenibili"
  - L'Extension Service
  - Il microcredito

Simone Sala
Informatica e Comunicazione per la sicurezza alimentare: tendenze e lavori in corso
  - Sicurezza alimentare: una definizione
  - Informazione e Comunicazione per la sicurezza alimentare
  - Applicazioni informatiche per la sicurezza alimentare
  - Informatica e sicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo: casi concreti
    -- VERCON: una rete di conoscenza virtuale
    -- Agravista: un sistema online di accesso al mercato
    -- Il caso del CARDI: supporto a produzione e distribuzione di prodotti alimentari giamaicani con le TIC
   -- Progetto CELAC: supporto al decision-making locale
  - Conclusione
  - Sitografia

Cristiana Fiamingo
Accesso al cibo e accesso alla terra in Africa subsahariana
  - Tempi di crisi
  - Africa fra agenda "sviluppista", agenda "redistributiva" e sviluppo bottom-up
  - Livelihood e terra in Africa subsahariana
  - Il "mercato" della terra in Tanzania
  - La terra negata in Namibia

Eriberto Eulisse
Cultura dell'acqua: un nuovo paradigma di sviluppo
  . Da una cultura dell'acqua come risorsa illimitata al recupero dei saperi tradizionali per un nuovo paradigma di sviluppo

Emanuele Cassarino
Livelihood Bank Experimental Programme
  - Il quadro teorico
  - Il programma
  - The Livelihood Bank Association

Parte III Culture del cibo tra prospettive antropologiche ed educative

Ivan Bargna
Vi mangereste Bambi? Riflessioni antropologiche sull'alimentazione
  - Un onnivoro dai gusti ristretti
  - Il cibo, la vita e la morte
  - Dalla carne viva alla bistecca
  - Relazioni fra umani e animali oltre l'opposizione natura-cultura
  - I confini del commestibile
  - Minacciati dalle mucche pazze
  - Soglia del disgusto e senso della responsabilità
  - La cultura del cibo tra stabilità e mutamento

Elisabetta Nigris
Il rapporto col cibo fra cultura ed educazione
  - Introduzione

Mariangela Querin
Cibo, storia e sviluppo
  - Il cibo e lo sviluppo

Jolanda Guardi
Il mondo arabo: tradizione e flessibilità

Bibliografia generale

Gli autori

I collaboratori


Note biografiche
Ivan Bargna, docente di Etnoestetica ed Etnologia, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Milano Bicocca.


Stefano Bocchi, docente di Agronomia, Sistemi Colturali, Coltivazioni Erbacee, Alpicoltura; Direttore del laboratorio di Geomatica per l'Agricoltura e l'Ambiente (GeoLab), Facoltà di Agraria, Università degli Studi, Milano.


Emanuele Cassarino, docente a contratto di Antropologia dello Sviluppo, Università La Sapienza, Roma.


G. Matteo Crovetto, docente di Alimentazione Animale, Facoltà di Agraria Università degli Studi, Milano.


Eriberto Eulisse, direttore del Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua.


Cristiana Fiamingo, docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi, Milano.


Jolanda Guardi, docente a contratto di Lingua Araba, Polo Interfacoltà Mediazione Linguistica e Culturale, Università degli Studi, Milano.


Elisabetta Nigris, docente di Didattica Generale, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Milano Bicocca.


Mariangela Querin, responsabile del settore Educazione, Celimondo - Celim sede di Milano.


Simone Sala, dottorando del GeoLab - Dipartimento di Produzione Vegetale della Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi, Milano, collabora con la FAO e col Center for International Conflict Resolution (CICR) della Columbia University di New York.
Guido Sali, docente di Economia Agraria, Facoltà di Agraria, Università degli Studi, Milano.


Estratto
Sicurezza alimentare, ambientale e sovranità alimentare: evoluzione concettuale

Evoluzione del concetto di food security
L'aumento della popolazione, una equa distribuzione delle ricchezze e la disponibilità di cibo e beni di prima necessità sufficienti a garantire uno stile di vita adeguato per tutti sono oggi problematiche di crescente importanza.

I tre temi sono legati ai modelli di gestione delle risorse naturali, sia rinnovabili sia non rinnovabili, che in molte aree del pianeta diventano limitanti lo sviluppo umano, tanto da costringere le popolazioni a competere per il controllo delle stesse o a migrare.

Tutto ciò si inquadra negli studi di food and environmental security (la traduzione diretta porta a parlare di sicurezza alimentare e ambientale: queste espressioni vengono chiarite nel corso di questo scritto), campo di analisi intersettoriale e interdisciplinare di elevata complessità.

Le circa duecento diverse definizioni che oggi si trovano in letteratura dell'espressione food security testimoniano la natura ampia e complessa del problema della produzione, accesso e fruizione alimentare.

Il concetto di food security definito al termine della World Food Conference del 1974 ha subito, nel corso di questi ultimi venticinque anni, tre grandi cambiamenti:

i) dalla iniziale prospettiva globale e nazionale a quella famigliare ed individuale;

ii) dalla visione in cui il cibo è primario e assoluto a quella allargata ad un insieme strutturato e organico di mezzi di sussistenza, e

iii) da una prospettiva oggettiva ad una soggettiva.

La World Food Conference del 1974 nacque principalmente come conseguenza dello shock provocato sia dal brusco aumento dei prezzi registrato nei due anni precedenti, sia dalla profonda paura che il sistema alimentare mondiale rischiasse di andare fuori controllo.

Infatti, il rapporto finale focalizza l'attenzione sulle riserve alimentari (scorte), sui prezzi e sul bisogno di assicurare un sistema globale con minori rischi a scala nazionale.

La prima definizione che affronta chiaramente questi aspetti individua nella food security la "disponibilità in ogni momento di adeguate riserve mondiali di prodotti alimentari di base... per sostenere una rapida espansione del consumo di cibo... e per arginare le fluttuazioni nella produzione e nei prezzi del cibo." (UN 1975)

Con il passaggio logico successivo, voluto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), si semplificò ulteriormente il quadro analitico e si considerò l'insieme dei cereali la base alimentare valida in tutto il mondo e, con la Compensatory Financing Facility, incontrastato strumento di misura della food security o indicatore da utilizzare nel caso di intervento di aiuto per i paesi che si fossero trovati in difficoltà alimentari.

Il premio Nobel, Amartya Sen, ispirandosi e rielaborando studi precedenti di Joy, Levinson, Berg e Keilman degli anni '70 spostò il baricentro dell'analisi del problema dalla presenza delle scorte nazionali all'accesso al cibo: egli sottolineò il fatto che la presenza di sufficienti scorte Statali non eliminava certo il problema della fame, che poteva persistere in ampi strati della popolazione cui era negato, per ragioni socio-economiche, l'accesso.

Sen precisò il problema dell'accesso con i suoi studi dedicati al cosiddetto, food entitlement, ossia "diritto garantito al cibo", e dimostrò la sua rilevanza anche, o soprattutto, nelle situazioni di carestia.

Dagli anni '80 è diventato più comune definire la food security non tanto come produzione di derrate alimentari (food supply) o presenza di alimenti in forma di scorte, ma innanzitutto un problema di accesso al cibo, da considerare sia nelle analisi interne ai singoli Stati, sia nei programmi di intervento e aiuto internazionale.

Il concetto quindi, con queste nuove vesti, si colloca al centro di dibattiti internazionali proposti dalla FAO nel 1983, nelle Dichiarazioni di Bellagio e del Cairo del 1989, nella Conferenza Internazionale della Nutrizione nel 1992 (FAO/WHO, 1992). In tutti questi incontri, l'accesso venne indicato non come un carattere tra gli altri, ma il principale che definisce la food security.

Le più attuali definizioni di sicurezza alimentare, pur riconoscendo i complessi collegamenti tra l'individuo, la famiglia, la comunità, la nazione e l'economia internazionale, si fondano sul diritto individuale.

Così, una delle più citate definizioni di food security, tratta da uno studio della World Bank (1986) recita: "La food security è l'accesso da parte di tutte le persone, in ogni momento della propria esistenza, ad una quantità di cibo sufficiente per condurre una vita attiva e salutare."

Quindi, non solo cibo per la sopravvivenza, ma per un'attiva partecipazione alla società: questa definizione riformula, inquadrandola in modo completamente diverso, quella proposta dieci anni prima dalla World Food Conference.

Nascono, su questi aspetti, scuole di pensiero diverse.

Da una parte si ritiene corretto analizzare il tema a livello di singolo individuo, dall'altra viene proposto il concetto di Household Food Security (HFS) che sottolinea la necessità di prendere in esame il nucleo famigliare, la famiglia come unità di analisi per la Sicurezza Alimentare.

Il concetto di Sicurezza Alimentare Famigliare viene arricchito da numerosi studi che prendono in esame i temi riguardanti gli aspetti intrafamigliari, la nutrizione e i generi di sussistenza, la sostenibilità, la resilienza e la stabilità, la percezione e accettabilità culturale, l'efficienza e l'efficacia degli interventi e i diritti umani.

Oshaug nell'ambito di studi di resilienza afferma che "una società che può dirsi in un buono stato di Sicurezza Alimentare, non è solamente una società che ha raggiunto una buona struttura del sistema alimentare, ma che ha anche sviluppato meccanismi interni che consentono di mantenere questo assetto in caso di crisi inaspettate."

Il Paese con elevata resilienza alimentare riesce così a sottrarsi ai perversi meccanismi degli aiuti alimentari che, non risolvendo alla radice il problema degli squilibri distributivi delle ricchezze, possono altresì provocare squilibri del mercato interno al paese aiutato.

La mappa qui riportata è stata pubblicata dalla FAO (2006 a.): distingue i Paesi con mancanza di accesso al cibo (colore verde) con situazioni di grave insicurezza alimentare localizzata (colore rosso) e aree con produzioni inadeguate (giallo).

Con la pubblicazione, altresì, dei dati riportati nelle figure 2 e 3 che riguardano gli ultimi trentacinque anni di programmi di aiuto internazionale, la FAO denuncia un fatto grave: gli aiuti alimentari non sono correlati tanto ai bisogni locali delle popolazioni in difficoltà, quanto ai prezzi internazionali dei cereali ed agli interessi dei donatori.

Quando i prezzi internazionali dei cereali aumentano, gli aiuti diminuiscono, quando i mercati tendono a flettere, gli aiuti aumentano.

Studiando meglio il concetto di resilienza applicato al gruppo famigliare si sono distinte tre condizioni:

1) gli enduring households o famiglie resistenti, quelle che mantengono la sicurezza alimentare del nucleo ad un continuo livello base;

2) resilient households o famiglie resilienti che risentono degli shock, ma che si ristabiliscono velocemente;

3) fragile households, nuclei famigliari fragili, che aumentano sempre di più lo stato di insicurezza in seguito a shock.

Il nucleo famigliare risponde alle crisi alimentari secondo una scala di decisioni e un crescente impegno di risorse domestiche, adottando anche una strategia di riduzioni e rinunce all'uso delle risorse, fino a forme di migrazione temporanea o emigrazione permanente, così come schematizzato nella figura sotto riportata.


La seconda modifica del concetto di food security
Il passaggio da una prospettiva ristretta e focalizzata esclusivamente sul cibo/necessità primaria, ad una visione allargata che include i mezzi di sussistenza - si sviluppò in modo chiaro dopo il 1985, a seguito della carestia in Africa degli anni 1984 e 1985.

Il cibo era sentito come un bisogno primario, in modo esclusivo, come formulato da Hopkins: "La food security è come un bisogno fondamentale, di base a tutti i bisogni umani ed alla organizzazione della vita sociale.

L'accesso ai nutrienti necessari è fondamentale, non solo per la vita in se stessa, ma anche per stabilire un durevole ordine sociale." (Hopkins, 1986)

Solo successivamente si chiarisce a livello internazionale che il cibo, specialmente nel breve periodo, è solo uno degli obiettivi che le persone perseguono e può anche non essere collocato al vertice delle priorità personali.

Ad esempio, si osservò che durante la carestia del Darfur del 1984/85, le persone sceglievano di affrontare la fame e periodi di sofferenza, pur di preservare i principali mezzi per la sussistenza futura: si riportava come fossero disposte a sopportare diversi livelli di fame, pur di salvare i semi (la seed security assunse in questi casi una maggiore importanza rispetto alla food security) per coltivare i loro campi e evitare di vendere gli animali.

Anche la storia europea offre esempi di rinuncia al cibo e di sopportazione della fame in vista della difesa, anche estrema, di valori personali più alti.

Durante l'ultima guerra, Leningrado sopravvisse all'assedio al di là di ogni limite.

L'assedio alla città da parte dell'esercito tedesco, che durò 900 giorni fino al 27 gennaio 1944, provocò più di 500.000 morti su due milioni e mezzo di abitanti.

La fame diffusa venne affrontata seminando e coltivando in città, ove possibile, quanto di commestibile potesse essere prodotto in poco tempo.

A Leningrado era collocato il famoso All-Union Institute of Plant Industry, fondato da Vavilov, che raccoglieva una eccezionalmente ricca banca dei semi, terza al mondo con oltre 200.000 tipi catalogati e conservati di specie agrarie.

Numerosi scienziati dell'Istituto, assistenti di Vavilov, morirono di fame, ma nessuno di loro pensò di mangiare la collezione dei semi di grano e le patate che erano stati affidati all'Istituto: la diversità genetica, eredità e bene comune di tutta l'umanità, doveva essere rispettata.


Food security: per una definizione condivisa
Il terzo passaggio evolutivo del concetto, che riguarda le metodiche di rilievo, misura o monitoraggio della food security, è avvenuto con l'abbandono di indicatori oggettivi a favore degli aspetti più soggettivi e individuali.

In letteratura c'è stata, per lungo tempo, la distinzione tra "la condizione di privazione", riferita ad uno stato oggettivo, e "il sentimento di privazione", relativo al soggetto.

L'approccio convenzionale alla sicurezza alimentare si è basato su misurazioni oggettive come, ad esempio, alcuni prestabiliti livelli di consumo come il consumo di meno dell'80% della media richiesta di assunzione di calorie giornaliere.

Queste definizioni, tuttavia, formulate con tale approccio oggettivo e apparentemente preciso, presentano dei problemi. Il concetto di adeguatezza nutrizionale è problematico in se stesso: la richiesta nutrizionale è funzione individuale dell'età, dello stato di salute, del peso corporeo, del tipo di attività lavorativa, dell'ambiente frequentato, del comportamento.

La stima delle calorie richieste per la media degli adulti e dei bambini è soggetta a costante revisione e le strategie di adattamento individuali e collettive complicano il calcolo.

Pacey e Payne nel 1985 affermano che tutte le stime di richieste nutrizionali devono essere trattate come un giudizio di valore: "È escluso il concetto di un "optimum" dello stato di benessere nutrizionale, il raggiungimento del quale potrebbe essere il criterio per un livello richiesto.

Qualsiasi visione di desiderabile o ottima as-sunzione nutrizionale per gli individui o gruppi può essere solo un giudizio di valore." (Pacey and Payne, 1985)

Un secondo problema, fatto notare negli anni '80 dagli analisti, era dovuto alla completa mancanza degli aspetti qualitativi, che per l'appunto erano omessi dal tipo di misurazioni quantitative. In molti studi, l'adeguatezza nutrizionale era solo condizione necessaria, ma non sufficiente per la sicurezza alimentare.

Si considerava l'aspetto della coerenza del cibo disponibile con le abitudini alimentari locali, inquadrandolo all'interno di tutto quanto riguardasse l'accettazione culturale e la dignità umana e l'autonomia e l'autodeterminazione.

Esaminando la dimensione soggettiva della sicurezza alimentare, Maxwell la definì in modo più ampio: "Un paese e delle persone sono sicure dal punto di vista alimentare quando il loro sistema alimentare opera in un modo tale da rimuovere la paura che non ci sarà abbastanza da mangiare.

In particolare, la sicurezza alimentare sarà raggiunta quando i poveri ed i vulnerabili, soprattutto donne e bambini e quelli che vivono in aree marginali, avranno un sicuro accesso al cibo che loro vogliono." (Maxwell et a., 2008)

In tempi più recenti, nel corso del XXX Congresso, la FAO ha proposto la seguente definizione: "La condizione di food security viene raggiunta quando tutte le persone hanno accesso fisico, sociale ed economico a cibo sufficiente, sicuro e nutriente, che incontri le loro necessità nutrizionali e le loro preferenze, tanto da permettergli di condurre una vita attiva e sana." (FAO 1996)

Per assicurare stabilità a questo accesso si rende necessaria una adeguata e sostenibile gestione delle risorse naturali come suolo, acqua, aria e vegetazione, oltre che dei beni immateriali come i saperi agronomici, necessari per un compatibile sfruttamento degli stessi.

È in quest'ottica che appare necessario integrare l'analisi in una visione sistemica e allargata ai concetti di environmental security degli agroecosistemi e salvaguardia della agrobiodiversità.

La food security è strettamente correlata con il degrado del suolo e l'inquinamento delle acque. La perdita di produzione a causa del degrado del suolo è stimata essere circa il 5%.

M.A.Stocking (2003) sostiene che il cambiamento nella qualità delle risorse naturali è un punto determinante della crescente vulnerabilità delle popolazioni alla food insecurity e definisce quella che è "la qualità del suolo" come la capacità di un suolo di sostenere la produttività biologica, di mantenere la qualità ambientale e di promuovere il benessere di piante, animali e umani all'interno di un ecosistema; tale concetto differisce dal tradizionale approccio tecnico che si focalizza solamente sulle funzioni produttive.

Il declino nella produzione di cibo è imputabile a diverse cause tra cui, in primis, l'eccessiva sottrazione dei nutrienti da parte delle colture senza un loro adeguato ripristino.

L'erosione del suolo viene considerata uno dei più seri problemi ambientali nel mondo e indirettamente causa di food insecurity.

La food security viene oggi strettamente correlata alle generali condizioni di convivenza; ovunque un ambiente stabile e pacifico è condizione necessaria fondamentale per l'ottenimento e il mantenimento della sicurezza alimentare (World Food Summit Plan Action, 1996).

In numerosi paesi ad economica agricola sono recentemente scoppiate quelle che sono state definite le ecowars, vale a dire "Guerre per controllo delle risorse ambientali" come quelle scoppiate in Eritrea, Etiopia, Congo, Afghanistan, Haiti, Messi-co, Kashmir, Sudan.

Emergono quindi nuovi concetti che richiedono una analisi globale del sistema Paese ed una capacità di effettuare salti di scala, dal globale all'individuale.

In sintesi sembra possibile ricondurre l'analisi ai quattro concetti-chiave impliciti nella nozione di "sicuro accesso" a quantità sufficienti di cibo in ogni momento, concetti riconducibili ad aree di indagine disciplinare particolari:

• la sufficienza di cibo (food supply, quella presa in considerazione particolare dalle scienze agronomiche), indicata sostanzialmente come calorie necessarie per condurre una vita attiva e sana (scienze e tecnologie alimentari, nutrizionali, salute e benessere, pedagogia, educazione ali-mentare);

• accesso al cibo, definito come diritto a produrre, vendere, acquistare, consumare, scambiare o ricevere come dono (aspetti socio-economici, antropologici, politici, di co-municazione);

• sicurezza intesa come equilibrio tra vulnerabilità, rischio e certezza (alimentazione, strutture sociali-ambientali, modelli di sviluppo e di consumo);

• tempo nel quale la food insecurity può essere cronica, transitoria o ciclica.

Verso la fine degli anni '90 sono stati proposti e discussi altri concetti e termini che si possono sintetizzare nell'espressione Sovranità alimentare/food sovereignty (Dichiarazione di Via Campesina al World Food Summit, Roma, 1996).

Con Via Campesina, organizzazione che raccoglie agricoltori, contadini e rappresentanti di popolazioni indigene di numerose aree agricole del mondo, si sottolinea fortemente la necessità di discutere e promuovere alternative valide alle politiche neoliberali spesso sottese a quelle internazionali di food security elaborate in ambiti ristretti, per fare invece emergere l'esigenza delle popolazioni indigene di comprendere, promuovere e valorizzare le realtà locali.

Vengono messi in discussione non tanto o non solo i concetti legati alla food security, quanto i sistemi e le metodiche di attuazione delle politiche di aiuto nei confronti delle aree agricole in difficoltà e in particolare gli interventi di aiuto alimentare che, di fatto, creano condizioni di dipendenza delle persone nei confronti degli import agricoli.

Come per la food security anche il concetto di food sovereignty ha avuto un processo evolutivo assumendo differenti definizioni.

Secondo Via Campesina (1996) la food sovereignty è il diritto di ogni nazione a mantenere e a sviluppare la propria capacità di produrre gli alimenti di base rispettando la diversità colturale e produttiva, ciascuno ha il diritto di produrre il proprio cibo nel proprio territorio.

La sovranità alimentare viene vista come precondizione per un'autentica sicurezza alimentare.

Per il People's Food Sovereignty Network (2002) la sovranità alimentare è il diritto delle persone

a) di scegliere il cibo e di impostare la propria agricoltura, di proteggere e regolare le produzioni agricole domestiche e il commercio, in modo da raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile;

b) di determinare il grado di autonomia e di autosufficienza;

c) di ridurre i prodotti sotto costo sui propri mercati (dumping) e di fornire alle comunità basate sulla pesca e sull'acquacoltura la priorità nella gestione e nell'uso dei diritti sulle risorse idriche.

È stata quindi proposta una seconda definizione di sovranità alimentare come il diritto delle comunità e dei paesi di produrre per le proprie necessità, determinare i propri metodi di coltivazione e le politiche alimentari e decidere cosa importare ed esportare.


Consigli di lettura
Il cibo come cultura (Laterza, 2007) di Massimo Montanari.

Alimentazione, cultura e società (Il Mulino, 2008) di Jean-Pierre Poulain.


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Autori: Silvia Bolotti, Irene Manzi, Gilberto Piccinini, Emanuela Sansoni, Marco Severini

Curatore: Marco Severini

Prima edizione: 03/2010

Edizione corrente: 03/2010

EAN-ISBN: 9788890387548

Pagine: 108

Illustrazioni: 47

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 24x28 cm

Prezzo di copertina: 20,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.6

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Gli avvenimenti del 1860-61 determinarono un radicale mutamento nella storia di Macerata.

Il trapasso dei poteri, l'apporto di patrioti e notabili, la gestione del commissario Valerio, la consultazione plebiscitaria, l'inserimento nello Stato sabaudo, la nuova organizzazione amministrativa e civile rappresentarono un'evidente cesura nella vicenda storica della città e della provincia maceratese.

Una cesura che avrebbe decisamente influenzato gli sviluppi del nuovo capoluogo italiano.


Indice
Introduzione

Marco Severini
1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61

Emanuela Sansoni
2. L'attività delle Giunte e dei Consigli comunali a Macerata nel 1860-1861

Irene Manzi
3. La Provincia di Macerata tra la fine del regime pontificio e l'Unità d'Italia

Silvia Bolotti
4. Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti

Gilberto Piccinini
5. Creare le Marche

Cronologia

Indice dei nomi

Gli autori


Note biografiche
Marco Severini insegna Storia della storiografia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata. Dirige per i nostri tipi la collana "Storia Italiana".

Ha studiato, in particolare, la Repubblica Romana del 1849, la lotta politico-elettorale nell'Italia del primo Novecento, la storia politica delle Marche tra Otto e Novecento, la biografia e la storiografia politica del XX secolo.

Tra i suoi recenti lavori:

Nenni il sovversivo (Marsilio, 2007),

Girolamo Simoncelli (Affinità Elettive Edizioni, 2008),

Le storie degli altri (Codex, 2008),

e la cura del volume Alberto Zavatti. L'uomo, la città, il tempo (Il Lavoro Editoriale, 2009).


Emanuela sansoni è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, ha compiuto studi presso la Friedrich Universität di Jena.

Si è occupata di vicende politiche e sociali dell'età risorgimentale, con particolare attenzione al contesto marchigiano.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia La Legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula (Codex, 2009).


Irene Manzi è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Autrice di diverse ricerche relative alla storia politica e costituzionale dell'età contemporanea, ha realizzato il volume La Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (2003).

Ha partecipato a diversi volumi collettanei di storia contemporanea e collabora con diverse riviste storiche.


Silvia Bolotti è membro del Comitato di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

Laureatasi all'Università di Macerata, si è interessata delle vicende politiche e sociali della periferia marchigiana nel primo Novecento.

È autrice, per i nostri tipi, della monografia Macerata nella prima guerra mondiale (Codex, 2010).


Gilberto Piccinini insegna Storia contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" dove tiene anche la cattedra di Storia del Risorgimento.

Presiede, dal 1997, la Deputazione di Storia patria per le Marche e, dal 1995, il Comitato provinciale di Ancona dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano.

Tra i suoi recenti lavori:

Processi di trasformazione della società e della cultura italiana del primo novecento, in "Giovanni Crocioni, le Marche e la cultura del primo novecento" (2008);

e la cura del volume "Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918)" (2008).


Estratto
1. Dal governo provvisorio al plebiscito: notabili e patrioti nella Macerata del 1860-61

Eredità e cesure
È noto sul piano storiografico come il passaggio dallo Stato Pontificio al Regno d'Italia comportò un generale declassamento per la comunità maceratese: il ruolo preminente che si era guadagnata nel corso dei secoli, la tradizionale fedeltà al potere temporale - ampiamente ribadita sotto il pontificato di Pio IX -, la rilevanza di istituzioni governative, giuridiche e culturali e la stessa secolare presenza di enti religiosi, cedettero il posto alla nuova organizzazione amministrativa introdotta inizialmente dal commissario straordinario Lorenzo Valerio e poi inserita nel nuovo ordinamento italiano.

Né le cesure e i trapassi di regime del periodo franco-napoleonico, né il goffo tentativo insurrezional-carbonaro del 1817 e neppure la radicalizzazione politica conosciuta sotto la Repubblica Romana del 1849 - durante la quale, peraltro, la città si era conquistata una certa visibilità con la controversa elezione a deputato della Costituente romana di Garibaldi, che aveva ricambiato con la dedica della prima vittoria contro i francesi di Porta S. Pancrazio (30 aprile 1849) - erano riusciti ad alterare il tradizionale guelfismo di Macerata durante la prima metà dell'Ottocento.

Peraltro con il 1849 si era evidenziata non solo la frattura la città e le campagna, ma anche quella tra i paesi e le cittadine più grandi in cui i circoli e le associazioni avevano svolto un'azione efficace in favore della repubblica, con qualche punta di eccesso verso il regime papalino; se non erano mancate nel Maceratese amministrazioni municipali che avevano rifiutato di collaborare con le istituzioni repubblicane e, per contro, avevano inviato indirizzi di fedeltà al pontefice autoesiliatosi, il cronista locale Antonio Natali aveva testimoniato come, il 1° giugno 1849, molti maceratesi avessero accolto in silenzio l'abbattimento dell'albero della libertà e l'arrivo degli austriaci, sorprendendo questi stessi.

Ma più che la fedeltà alla causa papalina, i maceratesi avevano seguito con timore prima l'istituzione ad Ancona, nel 1849, della residenza del commissario straordinario per le Marche e poi le voci circolanti a Roma, nel 1850, circa una probabile soppressione dell'ateneo locale : segnali eloquenti di come la competizione con Ancona per ottenere prima la sede della legazione e poi il riconoscimento della funzione di capoluogo regionale appariva in qualche modo segnata.

Lo spostamento del baricentro dell'attività patriottica verso la parte settentrionale della regione durante gli anni cinquanta e il conseguente ridimensionamento politico delle province meridionali - che, maggiormente tradizionaliste, erano parse già nel 1849 più tiepide nella partecipazione democratica, sottolineando uno scollamento geografico che avrebbe decisamente condizionato le vicende politiche post-unitarie -, non deve però indurre a ritenere che, benché non toccata dalle insurrezioni del 1859, Macerata non avesse conosciuto un'intensificazione dell'attività patriottica e cospirativa.

Dopo la fallita cospirazione mazziniana del 1853, che aveva comportato uno strascico di arresti, condanne ma pure la diserzione dei soldati pontifici del primo reggimento estero - motivo di seria preoccupazione per il governo pontificio -, l'orientamento dei patrioti maceratesi si era progressivamente indirizzato verso la causa liberal-piemontese.

A partire dal 1857, sulla base di trame segrete ma ben organizzate, gli esponenti della Società Nazionale avevano creato ramificazioni anche nel capoluogo della Marca, su iniziativa a quanto pare del marchese Migliorati che trovò un esponente attivo quanto autorevole nel conte Tommaso Lauri e una sorta di guida nell'avvocato Vincenzo Taccari, tra gli arrestati e i condannati del moto del 1853.

Accanto a questi due notabili si raccolsero esponenti di noti casati maceratesi e della provincia, come i marchesi Giacomo e Matteo Ricci, i conti Cesare Pallotta e Domenico Graziani e il recanatese Antonio Carradori, della borghesia liberale come gli avvocati Ernesto Belardini, Piero Giuliani, Teofilo Valenti, Filippo Lamponi e Cesare Papi, i "dottori" Francesco Marcucci e Pietro Celani, un romano che si era stabilito a Macerata nel 1855 ed aveva ricoperto l'ufficio di segretario e legale dell'Ufficio del macinato.


Movimento in progress
Il movimento liberale maceratese - che allo Spadoni risultava sul finire degli anni cinquanta "forte, concorde e bene organizzato" - era in realtà, nell'estate 1859, fragile e privo di un efficiente coordinamento nella maggior parte delle Marche: Diomede Pantaleoni, insieme a pochi altri esponenti, vi prestava un'opera di riorganizzazione e di collegamento con gli ambienti patriottici bolognesi, ma le forze liberali nelle province adriatiche - scriveva il maceratese a Filippo Antonio Gualterio - "più che povere di numero", apparivano "deboli per mancanza d'unione e d'iniziativa, e per timore d'intraprendere".

9788890387548bis.jpgGrande attesa si manifestò tra i marchigiani nell'autunno 1859 allorché Garibaldi - comandante in seconda del nuovo esercito della lega degli Stati dell'Italia centrale che si erano liberati delle vecchie dinastie, avevano eletto assemblee rappresentative e perseguito l'obiettivo dell'annessione al Piemonte, nonostante la delicata congiuntura internazionale e l'ambigua politica estera di Napoleone III - sembrava pronto ad invadere le Marche, sulla base di incerte notizie circa un'insurrezione in quei territori: il generale lanciò proclami diretti alle forze pontificie (per la diserzione) e ai patrioti umbri e marchigiani (per la rivolta), ottenne da Vittorio Emanuele II il licenziamento del generale Fanti, comandante dell'esercito, e divenne padron vero delle Romagne, secondo la nota espressione usata da Gaspare Finali il 29 ottobre in una lettera a Ricasoli.

Ma l'ostilità dei governi toscano e romagnolo verso il progetto garibaldino e l'indignazione di Cavour, allora semplice deputato, per il comportamento tenuto dal governo di Torino indussero Vittorio Emanuele II a ritornare sui suoi passi, chiedendo a Garibaldi di deporre il comando della truppa e di piegarsi alla ragione di Stato.

Prevalse la dimensione legalitaria del nizzardo che lanciò un nuovo proclama agli italiani, annunciò che la sottoscrizione per il milione di fucili restava aperta e declinò la nomina regia a generale dell'esercito piemontese, nomina che lo avrebbe privato di quella "libertà d'azione" con cui intendeva ancora essere utile "nell'Italia centrale ed altrove".

In stretto contatto con i cospiratori romagnoli era il marchese Carlo Luzi (San Severino Marche, 1818-1899), con un passato di affiliato alla Giovine Italia e di combattente nel 1849 in difesa della Roma assediata dai francesi: amico e corrispondente dei fratelli Briganti-Bellini e collegato ai circuiti patriottici nazionali, a Luzi vennero affidati, sul finire degli anni cinquanta, diversi compromessi politici per essere poi trasferiti in luoghi sicuri; a Rimini, inoltre, egli conobbe nel 1859 Bianca Mattioli, che nel 1863 sarebbe divenuta sua moglie e già il 14 agosto 1860 lo informava dell'imminente passaggio delle Marche sotto il governo piemontese.

Dal canto loro, i liberali maceratesi erano progressivamente penetrati nella società locale, reclutando alla causa nazionale non solo esponenti della nobiltà e della borghesia, ma anche diversi operai e alcuni preti, potendo altresì contare sulla complicità di una parte dei carabinieri; l'attività patriottica, in un frangente di rigido controllo poliziesco, si esplicò nella raccolta di fondi, nell'allestimento di "manifestazioni liberali", nel salvataggio di persone sospette e compromesse, nella partecipazione di molti giovani alle guerre d'indipendenza e nell'organizzazione del corpo dei Cacciatori delle Marche.

Quest'ultimo ebbe come commissari di guerra il civitanovese Pier Francesco Frisciotti Pellicani e il conte morovallese Francesco Saverio Grisei e tra i suoi capitani il tolentinate Euclide Cagnaroni, grazie al cui coraggio e tempestività furono fatti prigionieri nei pressi di Marano - l'attuale Cupramarittima - trecento mercenari papalini in rotta dopo la disfatta di Castelfidardo.

Il 9 marzo 1860, il patriota dorico Alessandro Orsi scrisse direttamente al Comitato di Macerata, chiedendo che fosse girata a Filippo Bettacchi di Camerino, una lettera contenente le istruzioni per festeggiare l'annessione della Toscana e dell'Emilia al regno di Vittorio Emanuele II; in effetti la vicinanza con il capoluogo camerte inglobava Macerata nella rete di collegamenti e "trafile" che da Ancona raggiungevano l'Umbria.

Tra le altre manifestazioni liberali organizzate nel 1860 ci furono il noto sciopero del fumo e i festegiamenti per l'accettazione da parte di Vittorio Emanuele II del plebiscito dell'Emilia e della Romagna, con comparsa tra le vie cittadine di bandiere, stemmi e "cartelli allusivi".

Gli ultimi tempi del governo pontificio a Macerata furono caratterizzati dal rafforzamento delle misure militari da parte del comando papalino, dalla mancanza di energia da parte del delegato apostolico monsignor Achille Apolloni e dall'inasprimento delle relazioni tra la guarnigione militare di stanza in città e la popolazione locale.

I primi due aspetti erano strettamente collegati.

Anzi, per quanti sforzi avevano fatto i vertici militari per aumentare le misure di polizia e di sorveglianza - Macerata ospitava, nel 1860, il primo reggimento di linea, uno squadrone di gendarmeria, due batterie di artiglieria come truppe regolari ed era centro di addestramento dei bersaglieri esteri e di volontari irlandesi particolarmente scapestrati - sulla popolazione, tanto più appariva arrendevole il delegato Apolloni, severamente rimproverato dal generale Lamoricière con due telegrammi del 5 settembre 1860: se con il primo, prendendo spunto dalle bastonature pubbliche inflitte ad un fattorino reo di aver rivolto espressioni sconvenienti ad alcuni ufficiali austriaci, chiedeva di non venir più intrattenuto con "pettegolezzi" del genere, ma semmai con una richiesta di stato d'assedio - "Noi arresteremo allora una venticinquina di persone, ne fucileremo una diecina e tutto sarà finito"-, con il secondo avvertiva che, quando la rivoluzione mostrava "la punta dell'orecchia o quella del naso", era necessario "battervi sopra come ad un cane arrabbiato" cosicché invitava il delegato a presentargli relazioni sul comportamento negligente degli "agenti di polizia" e a reclamare l'intervento di chi non sarebbe indietreggiato "davanti alla necessità di versare il sangue".

Al di là di questi telegrammi del comandante pontificio, definiti dal Finali "d'una ferocia quasi incredibile", la situazione politico-militare nelle Marche era effettivamente giunta per il regime autocratico ad un punto di non ritorno.

Lo attestava la stessa relazione mandata al pro ministro delle Armi di Roma dal capitano conte De Chevignè, inviato alla fine dell'agosto 1860 nell'Ascolano per reclutare ed organizzare briganti e volontari, relazione che precisava come al di là del famigerato capo brigante Piccioni e del suo seguito esistevano pochi sudditi devoti al papa-re:

Gli ausiliari non esistono quasi affatto in Ascoli; una cinquantina soltanto è unita alla Gendarmeria.

Di buoni elementi non ve ne sono che nella montagna.

Là è che noi reclutiamo il battaglione d'Ausiliari della Montagna, che dovrà esser forte di 1200 uomini, e che, secondo l'ordine del Generale in Capo, sarà mobilizzato appena si possa.

Questi montagnoli sì che sono abili, fieri, energici, devoti.

Essi renderanno dei grandi servigi, e mi hanno già accolto nelle loro file per aiutare il loro vecchio capo Piccioni e supplirlo al bisogno (...).

La frontiera di Napoli è oggi tanto pericolosa quanto quella del Piemonte in quanto alle trame rivoluzionarie, ai giornali, agli opuscoli, agli stendardi ecc. ecc.

Il corso degli eventi delle settimane successive avrebbe rivelato quanto entusiastica ed artificiosa fosse la prima parte di questa relazione.

Durante l'estate si erano però rinnovati gli episodi di prepotenza da parte dei militari verso la popolazione maceratese: il conte Luigi Canale venne ingiuriato e schiaffeggiato al Caffè Perfetti da alcuni ufficiali papalini perché fumava; il diciottenne Giuseppe Lauri fu fermato da tre capitani austriaci mente sputava per terra e apostrofato da uno di questi, riuscendo con difficoltà a evitare il fermo grazie all'aiuto di alcuni cittadini e a rifugiarsi a Monte San Giusto presso la casa del conte Cesare Romani; il sedicenne Vittorio Santini venne schiaffeggiato da due graduati pontifici; una dozzina di studenti ginnasiali, di ritorno da una passeggiata al convento degli Zoccolanti, venne fermata, nei pressi dello stradone di S. Croce, da alcuni carabinieri che prima li sbeffeggiarono, poi li costrinsero a rincasare e infine, dopo cinque giorni, li condussero negli uffici di polizia e al cospetto del delegato Apolloni che ne arrestò uno che aveva avuto l'ardire di rispondergli: solo grazie all'intervento di un legale di "noti principi clericali", l'arresto fu poi convertito nell'obbligo di un "corso di esercizi" da effettuarsi presso il convento dei missionari.

Le giovani Emma ed Argia Pasquali vennero aggredite da alcuni mercenari irlandesi e sarebbero andate incontro a sorte peggiore se non fossero intervenuti in loro difesa due studenti universitari che fronteggiarono gli assalitori a colpi di bastone: gli irlandesi in un primo momento si diedero alla fuga, ma poi, tornati sul posto, non vedendo più gli studenti, presero a minacciare alcuni passanti.

La sera del 17 giugno si ebbe una nuova baruffa tra irlandesi e cittadini, con danni alle finestre di alcuni stabili e ai lampioni della caserma pontificia e due feriti, di cui uno grave: in seguito a questo fatto, 260 irlandesi e due ufficiali lasciarono Macerata alla volta di Ancona; infine, negli ultimi giorni di agosto, il fattorino Domenico De Angelis, accusato da un delatore di aver rivolto parole disonorevoli ad alcuni ufficiali imperiali al servizio del papa, ricevette in pubblico 25 colpi di bastone e diede motivo, come detto, al rimprovero del Lamoricière al delegato Apolloni.

Gli eventi precipitarono sul finire dell'estate.

L'8 settembre 1860, a Pergola 400 volontari comandati da Giuseppe Fulvi intimarono la resa alla guarnigione pontificia: a questo fatto seguivano la liberazione di Fossombrone e Urbino, mentre anche l'Umbria insorgeva e veniva avvisato a Rimini il generale Cialdini che nei giorni successivi entrava in territorio marchigiano.

La "preordinata e modesta" insurrezione nelle Marche settentrionali - l'unica zona in cui era possibile un moto insurrezionale secondo le informazioni riferite a Cavour dal generale Cugia, incaricato di tenere i collegamenti con i capi dell'emigrazione marchigiana -, che doveva giustificare l'intervento militare del governo di Torino - che l'11 inviò un ultimatum alla Santa Sede chiedendo l'immediato congedo delle forze mercenarie papaline, ricevendone una risposta negativa -, aveva conseguito il proprio fine.

Privata della brigata De Courten spedita nelle Marche settentrionali a fronteggiare l'insurrezione, Macerata fu raggiunta, il 15 settembre, dal comandante in capo pontificio C.L.L. Juchalt de Lamoricière il quale, una volta entrato in città, venne a sapere che Pesaro era stata occupata dai piemontesi che si erano spinti sino a Fano ; da qui la necessità di raggiungere Ancona prima dell'armata sabauda.

Proclamato lo stato d'assedio - ultimo atto di governo compiuto dal regime pontificio, non senza dar adito a qualche incertezza circa l'esercizio dei poteri presso le autorità locali -, Lamoricière fu raggiunto il 16 dalla brigata comandata dal generale De Pimodan, proveniente da Terni.

Ma il comandante in capo dell'esercito papalino, noto per il suo legittimismo e i sentimenti antibonapartisti, venne di fatto abbandonato a se stesso dal governo romano: il segretario di Stato Antonelli, dimostrò un'insolita ingenuità e scarso senso pratico nel credere alle dichiarazioni ufficiali di protezione da parte del governo di Parigi, dichiarazioni atte a garantire sicurezza che però si rivelarono completamente infondate e destarono il vivo e comprensibile risentimento del Lamoricière, la cui fedeltà nella circostanza venne peraltro lodata dal pontefice che lo decorò con "l'ordine di Cristo".

Intanto i patrioti del Comitato nazionale, continuamente informati sul corso degli avvenimenti politici, comunicavano al generale Cialdini le mosse delle truppe pontificie che lasciavano il 17 settembre Macerata.

La liberazione di quest'ultima era questione di ore e bisognava tempestivamente provvedere alla nomina di una Giunta governativa, come sottolineava il patriota Francesco Fiorenzi che, da Osimo, scriveva al principe Rinaldo Simonetti, allora a Senigallia: per non lasciare ai maceratesi "l'intera libertà", ma al contempo per far sì che la cosa non apparisse "totalmente arbitraria" e rivestisse dunque "forma legale", era indispensabile che la presidenza della Società Nazionale e il Comitato d'emigrazione di Bologna nominassero i componenti della Giunta che, a sua volta, avrebbe nominato i membri della Giunta municipale.

Dei sei nominativi indicati (Giacomo Ricci, Cesare Pallotta, Teofilo Valenti, Giulio Giuliozzi, Ernesto Belardini e Nazario Pantaleoni) per il primo organismo solo i primi due sarebbero entrati nella Giunta, mentre tre degli altri quattro (con l'eccezione dell'avvocato Giulio Giuliozzi) sarebbero stati designati a componenti degli organismi provvisori successivamente costituiti; per quanto riguarda invece le cinque persone indicate per il secondo organismo (Lorenzo Lazzarini, Tommaso Lanci, Domenico Giorgini, Giovanni Lauri e Orazio Renzi) solo il primo sarebbe stato nominato nella Commissione municipale provvisoria.

Il 18 settembre, la popolazione maceratese avvertì l'eco lontana dei combattimenti tra piemontesi e papalini nei pressi di Castelfidardo, ma solo tra il 19 e il 20, accertatisi della vittoria sabauda, i liberali poterono dar vita ad una grande dimostrazione popolare che dichiarò decaduto il regime pontificio, abbattendone lo stemma.

Mentre le vie cittadine si riempivano di tricolori, il conte Cesare Pallotta intimò l'immediata partenza al delegato Apolloni che, dopo la protesta di rito alla quale si unì quella del gonfaloniere P. Prosperi, lasciò nella notte tra il 19 e il 20 il capoluogo.

Il 20 settembre giunse da Tolentino il generale Manfredo Fanti, ministro della Guerra, capo di Stato maggiore e comandante dell'armata sabauda, accompagnato dal generale Enrico Morozzo della Rocca.

Dopo aver invitato, con due pubblici manifesti, i militari pontifici sbandati a presentarsi agli ufficiali piemontesi e i briganti dell'Ascolano a deporre le armi e a consegnarsi alle "regie truppe" o alle "autorità comunali" dei diversi luoghi - le quali avrebbero poi rilasciato un "foglio di via" per arrivare al "Comando Militare di Macerata" - , fu costituita una Commissione provvisoria di governo, formata da Pallotta, Taccari e dal conte recanatese Antonio Carradori.

Fanti costituì a Macerata un comando militare agli ordini del colonnello Giuseppe Fontana, con 200 soldati: il 25 settembre, Fontana ordinò ai Comuni del circondario di ragguagliarlo circa le armi, le munizioni e "qualunque oggetto militare" si trovasse sotto la loro giurisdizione.


Consigli di lettura
Il Risorgimento italiano (Laterza, 2009) di Alberto M. Banti.

Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia (Il Mulino, 2005) di Derek Beales, Eugenio F. Biagini.

La Monarchia e il Risorgimento (Il Mulino, 2003) di Filippo Mazzonis.


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Autore: Silvia Bolotti

Prima edizione: 02/2010

Edizione corrente: 02/2010

EAN-ISBN: 9788890387562

Pagine: 94

Rilegatura: Filo refe

Dimensioni: 15x21 cm

Prezzo di copertina: 12,00 Euro

Collana: Storia Italiana, n.5

Argomento: Storia, Storia contemporanea, Storia italiana, Storia locale

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Descrizione
Il libro analizza dettagliatamente la particolare situazione politica e sociale della città di Macerata durante la prima guerra mondiale.

Partendo dalla ricostruzione degli scenari italiano e marchigiano, ci si sofferma, in seguito, su quello maceratese, dove una popolazione in maggioranza neutralista non trovando l'appoggio delle forze politiche locali, schierate tra le file interventiste, si dovette rassegnare a combattere il conflitto.

La città, benché lontana dai teatri di guerra, sperimentò comunque tutte le difficoltà legate ad uno stato di conflittualità: dalla partenza in massa degli uomini per il fronte alla contrazione del mercato alimentare, dalla limitazione delle libertà personali alle incessanti richieste di denaro da parte dello Stato.


Indice
Introduzione

1. L'Italia alla prova bellica

2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

3. Il dibattito politico a Macerata

4. Dentro la città: l'assistenza civile e militare

5. Il settore primario e la guerra: una crisi scongiurata

6. La tutela e la difesa della popolazione

7. La nuova alimentazione di guerra

8. La partecipazione economica di Macerata: i Prestiti Nazionali

9. La propaganda bellica nella città

10. I protagonisti della guerra: i soldati contadini e gli intellettuali

Indice analitico

L'autrice


Note biografiche
bolotti.jpgSilvia Bolotti è nata a Fabriano il 21 dicembre 1983.

Laureatasi in Storia della società, della cultura e della politica presso l'Università degli studi di Perugia, ha concluso la sua formazione all'Università di Macerata conseguendo la Laurea specialistica in Ricerca storica e risorse della memoria con una tesi in Storia delle Marche in età Contemporanea.

Attualmente è membro del Comitato Provinciale di Ancona dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Questo è il suo primo libro.

È autrice del saggio Macerata attorno all'Unità: votazioni, visite, festeggiamenti in Macerata e l'Unità d'Italia (Codex, 2010).


Estratto
2. Le Marche, una regione spaccata dalla guerra

Le Marche, uscite dall'Unità d'Italia con un nuovo assetto geo-politico, si affacciarono al Novecento in una condizione di assoluta arretratezza; infatti l'inchiesta Jacini, voluta dal governo e conclusasi alla fine dell'Ottocento, mostrava una terra economicamente agricola, ma di una agricoltura povera, una popolazione perlopiù analfabeta, misera e spesso costretta all'emigrazione.

Nonostante il desolato quadro che l'inchiesta aveva tracciato la regione iniziò, in età giolittiana, il cammino verso una modernità politica, grazie alla questione marchigiana e al terremoto elettorale del 1909, e verso una modernità sociale avviata dalla clamorosa "sentenza Mortara" e proseguita grazie alla diffusione nel territorio di 400 periodici che favorirono la formazione di una nuova opinione pubblica.

Alla vigilia della prima guerra mondiale le forze di sinistra locali contendevano, con scarsi successi, gli scenari politici alle élite di destra (tornate trionfalmente alla vittoria dopo il 1909) fatte di notabili liberali, spesso provenienti da altre regioni, che difficilmente perdevano le elezioni in quanto sostenuti dal governo centrale, dai cattolici (grazie, anche, al patto Gentiloni del 1913) e a volte dalla massoneria.

L'esperienza drammatica del conflitto ben presto modificò le alleanze creando nuovi parti contrapposte.

Infatti, se i repubblicani, alcuni gruppi di liberali e soprattutto i nazionalisti erano tutti favorevoli, pur per differenti motivi, all'intervento italiano, i socialisti e gli anarchici si dichiararono per la neutralità, mentre, i cattolici, inizialmente neutrali (in virtù, soprattutto, del patto Gentiloni) divennero con la partecipazione italiana alla guerra sostenitori di quest'ultima.

La spaccatura ideologica che investiva le forze politiche era identica in ogni provincia marchigiana. Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno e Fermo furono percorse da doppie ondate di manifestazioni: quelle degli interventisti, principalmente repubblicane, e quelle neutraliste in molti casi bloccate dalle forze di polizia.

Di lì a breve, comunque, le Marche sarebbero entrate nella con-flagrazione mondiale con la stessa classe dirigente che aveva vinto la tornata elettorale del 1913 e che rimase in carica fino alla fine del conflitto sostenendo sempre (tranne in occasione della caduta del ministero Salandra) i governi italiani che si alternarono nei quattro anni di guerra.

Dal lato economico, invece, lo stato di belligeranza ebbe pesanti ripercussioni sul giovanissimo settore secondario della regione (alcune industrie furono costrette a chiudere, altre modificarono la propria produzione, mentre altre ancora grazie alle commesse statali decollarono), ma anche sul primario.

La maggior parte dei soldati marchigiani erano contadini analfabeti che per combattere al fronte dovettero lasciare la cura dei campi alle donne le quali, rimaste sole, si adattarono a qualunque tipo di lavoro, anche ai più faticosi.

All'alba del 24 maggio 1915, poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana, Ancona, Senigallia e altre città del litorale furono bombardate dalla flotta austriaca.

Questo traumatico evento, più volte ripetutosi durante il conflitto, divise le Marche in due: la fascia costiera che partecipava attivamente alle manovre belliche e le restanti zone interne caratterizzate da condizioni di abbandono e di miseria come, ad esempio, Macerata e Fermo.

Lungo il litorale, spesso violato dal fuoco nemico, la tragedia della conflagrazione si palesò davanti agli occhi increduli di alcuni cittadini che assistettero all'affondamento a causa di una tempesta, nell'autunno del 1917 del pontone armato "Cappellini", nel tratto di mare tra Marzocca e Montemarciano, e all'arenamento dell'altra unità navale "Faà di Bruno" al largo di Marotta.

Nelle città dell'entroterra lontane dai clamori delle battaglie le popolazioni locali vivevano in condizioni difficili.

Dopo pochi mesi di guerra i generi alimentari cominciarono a scarseggiare, soprattutto a causa delle requisizioni imposte dal governo, mentre la successiva decisione di introdurre la tessera annonaria fece fiorire il mercato nero dove beni di prima necessità raggiungevano prezzi esorbitanti.

A tutto questo, poi, si aggiunsero: le difficoltà di ospitare le centinaia di profughi, la stanchezza per un conflitto troppo lungo e la diffusione della "spagnola" che uccise più di ottomila marchigiani.

Caso eclatante fu quello di Macerata dove lo scoppio della Grande guerra, ma soprattutto l'ingresso italiano nel conflitto, segnarono l'inizio di un periodo piuttosto difficile per la popolazione locale.

Più incline verso gli ideali pacifisti, la cittadinanza non ebbe in questo senso una valida rappresentanza.

I portavoce del neutralismo cioè i socialisti e gli anarchici, infatti, trovarono pochi spazi di manovra nella provincia maceratese.

I socialisti, a causa della chiusura del loro periodico nel periodo bellico, fecero da spettatori durante il dibattito tra neutralisti e interventisti, mentre gli anarchici erano, nel territorio, praticamente inesistenti.

Nel frattempo gli interventisti del posto cioè i liberali e i radicali versavano fiumi di inchiostro a sostegno della belligeranza nazionale, che mese dopo mese, diveniva sempre più probabile.

Dopo l'ingresso italiano questi non rinunciarono mai, neanche di fronte alle palesi difficoltà italiane, a difendere le loro posizioni interventiste.

Accanto ai liberali e ai radicali agirono i cattolici prima convinti pacifisti e poi sostenitori della guerra nazionale.

Intanto a Macerata, mai bombardata o attaccata da forze di terra, si entrava poco in contatto con il lato più oscuro del conflitto; il che, però, non significa assolutamente che la città rimase una oasi di felicità dentro una nazione che si batteva.

La guerra c'era, era presente sotto forme differenti, la popolazione vi faceva i conti ogniqualvolta ci si doveva spostare di notte (a causa dei provvedimenti contro l'illuminazione nelle strade), si dovevano comprare generi alimentari (a causa del razionamento del cibo) o quando gli Istituti di assistenza e i giornali locali chiedevano contributi per ragioni di volta in volta differenti, ma sempre volti a fornire assistenza a chi si trovava al fronte o a chi, rimasto in patria, era in difficoltà.

Se la popolazione, nelle fasi iniziali del conflitto, malvolentieri si rassegnò all'idea di combattere, negli anni successivi (principalmente negli anni centrali della guerra) iniziò rumorosamente, attraverso alcune manifestazioni, a far sentire il proprio dissenso.

Bisogna anche riconoscere, però, che ci fu una considerevole partecipazione economica e morale dei cittadini, favorita dalla martellante attività di propaganda volta a dimostrare che una eventuale sconfitta avrebbe determinato l'inizio di un nuovo periodo di schiavitù per la giovane Italia.

Fu così che a Macerata l'organizzazione di conferenze e assemblee, l'affissione di manifesti e la distribuzione di volantini riuscirono a tenere alto il morale della cittadinanza persuadendola, inoltre, ad offrire il proprio tributo.

Gli anni della belligeranza furono traumatici tanto per chi, tra mille difficoltà, viveva nel paese, quanto per chi cercava di sopravvivere in trincea.

La fame, la sete, il freddo e il caldo, il rincaro dei prezzi, il terremoto del '16 e l'epidemia di spagnola iniziata nel 1917 compromisero fisicamente e psicologicamente i marchigiani che tentarono di innescare moti insurrezionali, nel fronte interno, o cercarono il modo per fuggire dai campi di battaglia disertando o fingendosi pazzi per trovare rifugio nell'ospedale San Benedetto di Pesaro.

Alla conclusione del conflitto la regione probabilmente non comprese subito di aver pagato un tributo di vite umane decisamente alto.

I dati statistici, a tal proposito, parlano di un 90% di maschi adulti marchigiani richiamati alle armi, di questi, più dell'11% non tornerà a casa: 8 famiglie su 10 videro partire almeno un loro caro per i campi di battaglia, e molte non li videro tornare per le ferite, le malattie o le tribolazioni patite in trincea.


Consigli di lettura
La grande guerra 1914-1918 (Il Mulino, 2008) di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat.


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Macerata nella prima guerra mondiale di Silvia Bolotti, Edizioni Codex, 12,00 Euro


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